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venerdì 31 ottobre 2014

I Maestri di Rapino: tra ceramica colta e galletti col fischio

Memorie e Suoni di Terra - conversazioni con i Maestri costruttori di ceramiche sonore

fischietti di Giuseppe d'Amore (coll. Grosso)
“Ricordo che da bambini aiutavamo i ceramisti quando facevano i boccali di San Rocco. Facevamo una specie di catena di montaggio per metterli fuori dalle botteghe ad asciugare, e poi la sera li rimettevamo dentro. Ed alla fine i ceramisti ci davano un fischietto, altre volte 10 lire, o magari un frutto. A pensarci erano abbastanza taccagni! Ma noi lo facevamo comunque volentieri, perché si trattava soprattutto di un gioco.”
Sono i ricordi di infanzia di Cesare Grosso. Le sue parole testimoniamo come ancora negli anni ’50 del secolo scorso Rapino fosse un vivace centro di produzione di ceramiche popolari e
fischietti.

Le botteghe ceramiche di questo paese in provincia di Chieti cominciarono la loro produzione verso la metà del XIX secolo, ed erano già in fase di declino nella seconda metà del XX. Una storia produttiva relativamente breve, eppure poco più di 100 anni erano stati sufficienti a farne uno dei centri di eccellenza per quanto riguarda la ceramica abruzzese, secondo per fama solo a Castelli. 
Per ricostruire la vicenda di queste botteghe ci siamo rivolti a due persone che la conoscono molto bene: Amato Bontempo - ultimo discendente di una delle più importanti dinastie di produttori locali – e Cesare Grosso – grande appassionato ed esperto di ceramiche e fischietti rapinesi.
Bontempo: “La ceramica fu portata a Rapino da uno dei Cappelletti, la nota famiglia di ceramisti abruzzesi. Si trasferì a Rapino e cominciò a fare ceramica ai primi dell’800. Di li sono nate diverse botteghe di ceramisti.[1]

Le famiglie principali di artigiani eravamo noi Bontempo, i Bozzelli, i Vitacolonna, i De Nardis. Tutte famiglie con relativi parenti e discendenti. I Bozzelli furono i primi: aprirono la bottega qualche anno prima di noi. Subito dopo arrivarono i Bontempo. Peraltro noi e i Bozzelli eravamo parenti. Tanto è vero che le botteghe erano attigue e c’erano degli ottimi rapporti.”

Grosso: “C’erano tre grosse famiglie di ceramisti: i Vitacolonna, i Bontempo e i Bozzelli. Anche i De Nardis hanno fatto ceramica per 2 o 3 generazioni. E poi si sono state tante altre botteghe che erano per lo più create da ex dipendenti di queste famiglie che si erano messi in proprio.”

Bontempo: “La famiglia Bontempo ha 150 anni di tradizione nella ceramica.[2] Il capostipite è stato mio Bisnonno. Si chiamava Bontempo Lorenzo, e fondò la bottega nel 1862. Dopo la morte di Lorenzo proseguì l’attività il figlio Giuseppe, che sarebbe mio Nonno. Poi ci sono stati mio Padre Andrea – che era cavaliere del lavoro - con gli zii Lorenzo e Alfredo. La mia è la quarta generazione.”

La produzione di queste botteghe era in bilico tra ceramica di uso comune - destinata ai ceti popolari - e raffinata –  ricercata della borghesia agiata.
Bontempo: “Mio Bisnonno inizialmente faceva le stoviglierie, quelle da fuoco. Poi piano piano, alla fine della sua attività, cominciarono a fare la maiolica, la ceramica smaltata.
Si faceva anche ceramica raffinata a Rapino. In Abruzzo era il centro ceramico più rinomato dopo Castelli.”

fischietto di Renato di Federico (coll. Grosso)
Grosso: “Ogni tanto da queste famiglie di artigiani emergeva un ceramista eccelso, che si dedicava soltanto alla ceramica colta.
I Bozzelli hanno avuto Raffaele Bozzelli, che sia dal punto di vista decorativo sia per la foggiatura è stato uno dei più bravi ceramisti di Rapino, se non il più bravo in assoluto. I Vitacolonna hanno avuto Antonino e Fedele, mentre da parte dei Bontempo il più bravo è stato Alfredo, che ha lasciato la ceramica prima della guerra ma ha continuato a livello hobbistico.”

Rispetto alla ceramica popolare, il prodotto-simbolo di Rapino è senza dubbio la brocca di San Rocco. Queste brocche venivano vendute durante la festa dedicata al santo che si teneva presso la chiesa campestre di Roccamontepiano, e si trattava di una delle principali occasioni di guadagno per le botteghe di ceramisti.
Grosso: “Il 30% della produzione ceramica -  forse di più - era costituita dai boccali con l’immagine devozionale di San Rocco da vendere per la festa contadina che si teneva ogni anno a Roccamontepiano. Tutti i ceramisti ne producevano migliaia, e lavoravano una buona parte dell’inverno per prepararsi a questa festa.”

Bontempo: “C’era una festa importante a Roccamontepiano, in provincia di Chieti. E’ la festa di San Rocco, che viene festeggiata il 15 e 16 di agosto. E lì andavano i ceramisti di Rapino a vendere i boccali con il Santo.”

Galletti e altre ceramiche fischianti

Ovviamente la produzione di ceramiche popolari di Rapino comprendeva i fischietti, realizzati nelle botteghe locali già a partire dall’800.
Grosso: “Bene o male tutte le famiglie di ceramisti di Rapino facevano i fischietti. I primi che si vedono a Rapino sono quelli dei Bontempo: la loro bottega già nel 1800 faceva fischietti, con Lorenzo Bontempo e poi con Andrea.”

Il galletto è senza alcun dubbio il fischietto più diffuso e riconoscibile di Rapino, ma in realtà la gamma di soggetti realizzati nelle varie botteghe è piuttosto vasta. Non mancano forme di animali diversi dal gallo, né figure antropomorfe come pastori e cavalieri. Vi erano poi fischietti religiosi: l’Abruzzo è infatti una delle poche regioni italiane in cui la devozione popolare si esprimeva attraverso statuine di santi e madonne con il fischio.[3] E’ In fine documentata la produzione di fischietti ad acqua, campanelle fischianti, trombette, flauti, ocarine.
Bontempo: “Il gallo è praticamente il fischietto tipico. Poi si facevano i gufi, il tacchino,  l’uccellino. Ma anche le pastorelle, i pastorelli e i santi. San Rocco poi è tipico perché lo facevano per la famosa festa. In quell’occasione, oltre ai boccali si vendevano i giocattoli per i bambini come le campanelle e i fischietti.”

Grosso: “A Rapino il fischietto ha prevalentemente la forma di animaletto, di galletto soprattutto. Si facevano pure fischietti ad acqua, ed erano vasetti realizzati al tornio che riproducevano le brocche tipiche. Poi si applicava il fischietto su un lato e si decorava con un uccellino posato sulla bocca del vasetto. Li facevano soprattutto Andrea Bontempo e Silvio Vitacolonna.”

Nonostante si trattasse di semplici giocattoli popolari, che dovevano avere un costo molto contenuto,  i fischietti di Rapino venivano sempre smaltati. Lo stesso avveniva d’altronde a Castelli e Loreto Aprutino, tanto da poter affermare che la smaltatura è una delle caratteristiche distintive del fischietto abruzzese.[4]
Secondo le ricercatrici del Museo Nazionale di Arti e Tradizioni popolari[5] questa particolarità è dovuta al fatto che in Abruzzo i fischietti fossero realizzati da veri e propri ceramisti - e non da  semplici vasai, come di solito avveniva in altre regioni italiane. I maestri ceramisti erano dunque portati per motivi estetici e deformazione professionale a usare tecniche più elaborate e dispendiose, anche a discapito della praticità.
fischietto religioso di Amato Bontempo
(coll. Museo dei Cuchi)
Bontempo: “A differenza dei fischietti  per esempio pugliesi, che vengono dipinti a freddo, noi li dipingiamo con gli smalti. E’ sempre è stato così, il fischietto di Rapino è sempre stato smaltato e maiolicato.”

Grosso: “I fischietti venivano sempre smaltati, quindi bisognava anche fare 2 cotture.”
La decorazione a smalto era ovviamente essenziale: nel caso dei galletti si trattava per lo più di poche pennellate per rappresentare il piumaggio o di un punto cerchiato a raffigurare l’occhio.

Altra caratteristica dei fischietti abruzzesi sta nel fatto che il modulo sonoro è quasi sempre aggiunto alla figura, spesso innestandolo sul piedistallo che fa da base al fischietto. Rari sono invece i fischietti “globulari”, ovvero le figure in cui il corpo del fischietto è cavo e fa da cassa di risonanza.[6]
Grosso: “Il fischietto era applicato. Era un corpo estraneo, aggiunto alla figura. Generalmente era applicato sulla base, in posizione laterale o posteriore.“

La funzione dei fischietti era in primo luogo quella di giocattoli per bambini, e in qualche caso si trattava anche di un dono di corteggiamento. In entrambi i casi, la commercializzazione avveniva principalmente in occasione delle fiere. In particolare, erano 3 durante l’anno le feste in cui era possibile smerciare un numero abbastanza alto di fischietti ed altri giocattoli in terracotta:
Grosso: “A Rapino i fischietti erano quasi esclusivamente un giocattolo che si dava ai bambini. E solo in qualche occasione diventavano doni per innamorati.

Le occasioni per vendere i fischietti erano tre durante l’anno: la festa della Trinità a Chieti - che si teneva a giugno - quella di Sant’Egidio a Lanciano - del 31 agosto - e quella di San Rocco a Roccamontepiano. Quella di Sant’Egidio era forse la più importante, infatti la chiamavano anche la fiera delle Campanelle e del Giocattolo. Ma in  tutte queste occasioni si vendevano campanelle e soprattutto fischietti. Inoltre sia alla Trinità sia a Sant’Egidio c’era questo scambio di doni tra innamorati: lui regalava a lei il galletto e lei ricambiava con una campanella.”

Ai fischietti rapinesi a forma di gallo è dedicata la monografia di Vito Giovannelli “I galletti con il fischio delle botteghe di Rapino”.[7] La pubblicazione prende in esame e confronta i galli realizzati dalle diverse botteghe e da varie generazioni di ceramisti di Rapino, traendone alcuni spunti interessanti.
il Maestro Amato Bontempo nella bottega di Francavilla
Confrontando i galli realizzati dalla fine dell’800 – epoca alla quale risalgono i più antichi pezzi ritrovati -  ad oggi,  Giovannelli dimostra come i caratteri formali del galletto si siano tramandati nel tempo in maniera sostanzialmente inalterata.

Dall’osservazione attenta dei pezzi, Giovannelli ricava inoltre una serie di informazioni sulle tecniche di modellazione alle quali i ceramisti ricorrevano. Anzitutto si può distinguere tra galli modellati interamente a mano e altri realizzati con l’aiuto di stampi. Per quanto riguarda i primi, sui pezzi si notano ancora le impronte provocate dalla pressione di pollice ed indice del ceramista. Si trattava di “pizzichi” assestati in maniera sapiente, e che servivano a “dar vita” all’animale alzandogli un poco la cresta, sollevando la coda, o evidenziando le zampe sul piedistallo. Sono proprio impronte digitali, correzioni, piccole imperfezioni a rivelare che si tratta di pezzi fatti a mano. Anche i pezzi ricavati da stampi di gesso venivano comunque ritoccati a mano: ad esempio per rendere il piumaggio, alcuni particolari anatomici come la coda venivano graffiati utilizzando un ferro a sezione circolare.
L’abitudine di intervenire sui fischietti realizzati a stampo, perfezionandoli e personalizzandoli, è confermata dalle testimonianze da noi direttamente raccolte.
Grosso: “Normalmente i galletti venivano fatti a stampo. Poi però i ceramisti li modificavano a mano, ad esempio girandogli il collo, la coda, eccetera.”

Bontempo: “Fare il fischietto è un lavoro lungo. Prima bisogna modellarli, perché lo stampo ti da il grosso, ma poi vanno rilavorati. Poi bisogna farli fischiare, e ci perdi tempo. Poi bisogna cuocerli. Poi smaltarli, e ricuocerli. non si finisce mai: mentre faccio un fischietto posso fare 10 piatti.”

Maestri ceramisti e umili artigiani

fischietto di Silvio Vitacolonna
(coll. Museo dei Cuchi)
E’ documentato come i più apprezzati ceramisti di Rapino modellassero i galletti col fischio. D’altronde non erano sempre i Maestri a occuparsi di questa produzione: anche in questo centro ritroviamo una serie di figure marginali che integravano il loro reddito grazie alla realizzazione dei fischietti. Si trattava ad esempio degli operai dediti alle mansioni più umili delle botteghe ceramiche, e persino dei loro familiari. E’ il caso di Luigi Fanelli detto “lu cignalette”, cavatore di argilla vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900. Per Fanelli la vendita dei galletti rappresentava addirittura il reddito primario; dopo averli modellati si rivolgeva ai vari ceramisti che possedevano una fornace per poterli cuocere. Realizzava galletti anche Lucia Cirotti, nata nel 1911 e moglie di un operaio della bottega Bozzelli.[8]

Anche moglie e figli dei ceramisti contribuivano alla produzione dei fischietti. Lo attesta una testimonianza riportata dalla già citata ricerca del Museo Nazionale di Arti e Tradizioni Popolari, [9] quella della decoratrice Antonietta De Nardis:“Io sono figlia di ceramisti, moglie di ceramisti, ed ho tenuto bottega fino a 5 anni fa. Quando era vivo mio marito io lo aiutavo sempre. I decori li facevo sempre io sui piatti, sui vasi, sulle brocche. Facevo anche i fischietti o più precisamente li coloravo. Spesso mi aiutavano i bambini. Noi facevamo il galletto come quello che di solito è dipinto sui piatti e sulle brocche (…)I fischietti però si facevano nei momenti morti per venderli alla fiera di Sant’Egidio a Lanciano o in qualche altra festa. Non è che si perdeva tempo a fare un forno solo di fischietti.

Quando invece erano i Maestri ceramisti a dedicarsi in prima persona alla produzione di fischietti, questo avveniva solo nei tempi morti, e senza togliere eccessivo spazio alla produzione più importante e remunerativa. Secondo varie testimonianze, per modellare i fischietti si utilizzavano le ore di veglia davanti alla fornace per la cottura dei pezzi. Lo conferma ad esempio Beniamino Vitacolonna,[10] maestro scomparso nel 1991. Oltre ad essere rinomato per le brocche di San Rocco, questo ceramista raccontava di aver realizzato anche tantissimi fischietti, modellati a mano nei tempi liberi della produzione principale, per esempio quando stavamo a controllare la cottura che poteva durare anche due giorni. Perché il caldo faceva venire sonno, e modellando il galletto io riuscivo a restare sveglio. Dopo era mia moglie che quando aveva un momento libero li dipingeva.”

fischietto di Beniamino Vitacolonna
(coll. Grosso)
Anche il maestro Amato Bontempo parla dei fischietti come di una produzione secondaria:  “I fischietti erano dei giocattoli che si facevano a tempo perso. Mio Nonno mi raccontava che si facevano durante la notte. Allora si cuoceva con i forni a legna, e bisognava fare fuoco tutta notte. E bisognava restare svegli, non è che ci si poteva addormentare. Allora per ammazzare il tempo facevano questi fischietti. Anche mio Padre ed io i fischietti li abbiamo sempre fatti il sabato o la domenica, per divertimento.”

Vi erano però delle eccezioni alla regola secondo la quale i Maestri ceramisti dedicavano ai fischietti una parte marginale del proprio tempo. Alcuni ceramisti finivano infatti per specializzarsi nella produzione di questi ed altri giocattoli in terracotta. Ce lo spiega Cerare Grosso: “Alcuni artigiani mostravano, comunque, una particolare passione per la realizzazione di fischietti e di altri giocattoli in ceramica, come ad esempio Silvio Vitacolonna.
Altre volte erano i ceramisti  meno dotati a dedicarsi prevalentemente ai fischietti ed agli altri giocattolii. Questi personaggi avevano quindi l’ingegno di recuperare proprio con queste cose: avevano alcune fiere durante l’anno dove poterli vendere, e questo dava loro una discreta entrata.”

Declino e rinascita delle botteghe e dei fischietti

Dagli anni ’50 si verificò in tutta Italia una crisi della produzione ceramica. A Rapino il declino fu particolarmente veloce, tanto che nel giro di pochi anni le botteghe diminuirono in maniera drastica.
Grosso: “A Rapino come altrove, il settore della Ceramica è andato in crisi nel secondo dopoguerra. Le ceramiche di uso quotidiano sono state sostituite dalla produzione industriale, che faceva un prodotto migliore e anche a costo inferiore. E gli artigiani nostri non sono stati in grado di fare il salto, cioè di trasformare la loro produzione da oggetto d’uso in oggetto artistico. Gli artigiani non erano pronti culturalmente a fare questo salto, né nessuno degli amministratori di allora li ha aiutati. Quindi arrivò la crisi e la chiusura delle botteghe.

I Bozzelli hanno smesso dagli anni ’50 di fare ceramica a Rapino. I Bontempo si sono trasferiti, e dagli anni ’60 hanno una manifattura di ceramica a Francavilla. Anche dei Vitacolonna non è rimasto nessuno.”

Dopo che a Rapino tutte le botteghe di più antica tradizione avevano chiuso i battenti, alcune famiglie di ceramisti riuscirono a continuare ancora a lungo la loro attività trasferendola in altri paesi dell’Abruzzo. Si tratta di un fatto forse paradossale, ma che contribuì in qualche modo a preservare la continuità della tradizione ceramica rapinese.
I Bontempo spostarono a Francavilla al Mare la loro bottega, condotta tutt’ora dal maestro Amato. Il maestro Gabriele Vitacolonna ha invece portato avanti la sua attività a Guardiagrele fino ad anni recenti, quando ha smesso per ragioni di età.

fischietto di Gabriele Vitacolonna
(coll. Museo dei Cuchi)
Bontempo: “Noi abbiamo continuato, ma ci siamo trasferiti. Mio Padre si trasferì prima a Fara Filorum Petri, dove ha lavorato per 10-12 anni. E dal ’62 siamo a Francavilla. C’erano più opportunità di lavoro che a Rapino, che nel dopoguerra era un paese completamente distrutto.”

Ovviamente alla crisi delle botteghe di ceramica si accompagnò il declino della produzione di fischietti,  che subivano la concorrenza dei nuovi giocattoli in plastica. Entro la metà degli anni ’70 non era rimasto più nessuno a Rapino a modellare i tradizionali galletti col fischio.
Grosso: “La tradizione del fischietto è scomparsa quando è scomparso l’ultimo ceramista che li faceva, Silvio Vitacolonna. Come ho detto, lui si era molto dedicato a fare fischietti e altri giocattoli.”

Nei decenni successivi la ceramica popolare ricominciò però ad acquistare interesse, per lo meno per una cerchia di appassionati. Anche rispetto ai fischietti in terracotta, negli anni ’90 si era ormai affermato in tutta Italia un movimento di rivalutazione, con la pubblicazione di monografie, la realizzazione di rassegne e lo sviluppo di un collezionismo specializzato.

Appassionati e ricercatori non tardarono a focalizzare la loro attenzione anche su Rapino, finendo per stimolare una ripresa della produzione. La rinascita dei fischietti rapinesi ha persino una data precisa, quella dell’8 maggio 1994: è questo il giorno in cui fu organizzato il convegno durante il quale Vito Giovannelli presentò la sua monografia sui galletti di Rapino.[11]
Grosso: “Nel 1994 nessuno faceva più fischietti. Erano rimasti solo un ricordo. Poi la presentazione del libro di Giovannelli ha risvegliato l’interesse.
Durante la presentazione del libro, realizzò alcuni fischietti Giuseppe D’Amore. A Rapino era l’ultimo artigiano ancora in vita ad aver fatto fischietti da giovane. Eppure nel libro non era stato nemmeno citato perché nessuno aveva segnalato questo artigiano a Giovannelli.”

Un ceramista che ha contribuito molto a rilanciare la produzione di fischietti è stato Gabriele Vitacolonna. In tarda età questo Maestro si è dedicato molto ai fischietti, conquistando un pubblico di appassionati e collezionisti. Pur prendendo le mosse dai soggetti tipici dei fischietti di Rapino – quelli appresi dal Padre – ne ha ampliato la gamma, realizzando un bestiario fantastico di ceramiche fischianti. Caratteristica dei fischietti di Gabriele Vitacolonna è la grande attenzione posta alla decorazione, sempre vivace e brillante e che utilizza raffinati accostamenti di colori.[12]

stampo in gesso della bottega Bontempo (coll. Museo dei Cuchi)
Altro contributo importante è stato quello di Amato Bontempo, che nel suo laboratorio di Francavilla continua tutt’ora a realizzare i fischietti tipici di Rapino. Questo ceramista è stato il primo a realizzare ceramiche fischianti di fattura più elaborata, come i galli di grandi dimensioni.

Anche le nuove generazioni di ceramisti rapinesi hanno preso a realizzare fischietti, che ora sono nuovamente presenti in varie botteghe di ceramica. 
Atipico è poi il percorso di Cesare Grosso, dipendente regionale con una grande passione per la ceramica. Solo in età adulta si è interessato ai fischietti, ed ha cominciato a produrne a livello amatoriale. Alcuni dei suoi pezzi riprendono le forme tipiche dei fischietti rapinesi, mentre in altri casi realizza forme di sua invenzione. Nel giro di pochi anni è diventato un produttore apprezzato non solo a livello locale, entrando nelle principali collezioni e ricevendo riconoscimenti importanti nell’ambito delle rassegne dedicate alla ceramica fischiante.[13]
Grosso: “Il fischietto è un oggetto della mia infanzia, come ho già detto. Poi, a distanza di 30 - 40 anni, quel convegno in cui parlava di ceramica fischiante mi ha risvegliato la memoria. Mi sono detto: perché non rifarli? Io non mi considero assolutamente portato questa arte, eppure i miei fischietti hanno riscosso apprezzamenti per me lusinghieri.”

Il lavoro nelle botteghe

Non si potrebbe trovare un testimone migliore di Amato Bontempo per farsi raccontare come si svolgeva il ciclo di produzione della ceramica nelle botteghe di Rapino. Il Maestro può essere infatti definito un ceramista a cavallo tra due epoche: sin da bambino – negli anni ’30 e ’40 – ha svolto il suo apprendistato nella bottega di famiglia, e in seguito ha frequentato l’Istituto d’Arte di Faenza. Per questo oggi Amato Bontempo padroneggia le tecniche di produzione contemporanee ma conosce a fondo quelle desuete tramandate nelle antiche botteghe di generazione in generazione. 
Il suo racconto di come si faceva ceramica a Rapino fino agli anni ’50 parte ovviamente dall’estrazione e preparazione dell’argilla: “Mi ricordo che sia la preparazione dell’argilla che dello smalto erano lavori da schiavi.
Per procurarsi l’argilla si ingaggiavano dei contadini e si andava a zappare lungo il fiume Versola, dove ci sono delle zone argillose. Lì si estraeva un’argilla che naturalmente era ricca di impurità. Per depurarla bisognava riportarla allo stato liquido, quindi facevano asciugare la terra arrivata dalla cava, la sminuzzavano con dei magli di legno, poi la mettevano a bagno. A quel punto la setacciavano. Poi bisognava farla tornare solida, quindi aggiungevano alla terra liquida uno strato di argilla secca preventivamente setacciata e seccata, e impastavamo tutto con i piedi. Quando avevano fatto questa montagna di terra la passavano in una impastatrice rudimentale. Era un rullo come quelli per fare la pasta, girato a mano con la manovella.”

La modellatura dei pezzi avveniva a seconda dei casi al tornio o con l’ausilio di stampi: “I pezzi si modellavano con i torni a pedale. Il torniante a casa mia lo faceva principalmente mio zio, zio Lorenzo che si dedicava alla tornitura. E poi c’erano operai che andavano e venivano.
Per i piatti invece si adoperavano gli stampi di gesso.  Si prende lo stampo di gesso, gli si mette la lastra di argilla sopra, si poggia sul tornio, si abbassa la bascula, e una sagoma di ferro dà la sagoma esterna al piatto. Poi per effetto dell’assorbimento del gesso il piatto si asciuga, si estrae dallo stampo, si rifinisce e si mette all’essiccamento.”

Per la prima e la seconda cottura si utilizzavano ovviamente le grandi fornaci alimentate a legna, che erano costruite dagli stessi ceramisti. La parte più alta della fornace – denominata fornaciotto – veniva utilizzata per accelerare l’essiccazione dei pezzi. 
fischietto di Amato Bontempo
(coll. Museo dei Cuchi)
Bontempo: “Fino al 1935-36, poco prima della guerra, si andava sempre con i forni a legna. Io me li ricordo da bambino: erano dei forni immensi! Per San Rocco ci andavano 1.000-1.500 boccali in una volta sola. E quando andava qualcosa storto con un forno di quelli erano guai seri! Poi pian piano si sono introdotti forni elettrici.

Secondo me i ceramisti che costruivano questi forni non erano artigiani, erano ingegneri! Non era una cosa semplice, bisognava fare in modo che i tiraggi funzionassero.
La fornace a legna era costituita dalla zona in cui si faceva fuoco, quella di cottura, e in più la parte alta con il fornaciotto, dove passavano i fumi e si metteva la roba ad essiccare.
Quindi nella prima camera sotterranea si faceva fuoco, poi al piano terra c’era il reparto cottura, dove si metteva a cuocere il carico, e in fine la parte alta dove passavano i fumi attraverso la merce umida che così asciugava.”

Grosso: “I fischietti servivano anche per riempire i forni. Perché il forno a legna per rendere bene doveva essere pieno in ogni sua parte. Quindi questi fischietti si mettevano anche negli spazi minimi.”

Il procedimento di cottura richiedeva una grande abilità. Per non rischiare di danneggiare il contenuto della fornace bisognava sapere precisamente quando era il momento di far salire la temperatura e con quale velocità. Il tutto ovviamente veniva fatto ricorrendo unicamente all’esperienza e all’istinto dei Maestri, e senza l’ausilio di rilevatori della temperatura.
Bontempo: “La prima cottura che trasforma la creta in biscotto si fa intorno ai 980-1000 gradi. Sembra una cottura semplice, perché uno non si deve preoccupare di non rovinare lo smalto. Però il ciclo di cottura deve essere molto scrupoloso perché ci sono delle fasi molto importanti. Per esempio sui 500 gradi bisogna andare piano perché ci sta la trasformazione del quarzo, la cristallizzazione, e allora i pezzi si possono spaccare. Gli artigiani di una volta sapevano che bisognava fare così, ma non si rendevano bene conto del perché. Io invece ho avuto la fortuna di frequentare l’istituto tecnico di Faenza dove ti spiegano come avvengono certi processi.

Una volta estratto l’oggetto ci si dipinge sopra e si fa la seconda cottura, in cui si arriva a una temperatura leggermente inferiore della prima. Anche in questo caso il processo è molto delicato. Bisogna arrivare alla temperatura di fusione giusta dello smalto e del colore. Si può sballare al massimo di 10-20 gradi, perché altrimenti i colori si muovono tutti.

Quando al posto dei forni a legna si passò al forno elettrico,  per limitare le spese i Bontempo lo presero  in comune con i Bozzelli. Un giorno cuoceva uno, l’altro giorno cuoceva quell’altro. ”

Per quanto riguarda la fase della smaltatura, l’immediato dopoguerra segnò un arretramento nelle tecniche di produzione. Per alcuni anni le fabbriche che rifornivano le botteghe non ricominciarono la loro attività, e i ceramisti si videro costretti a produrre gli smalti in proprio, ricorrendo a procedimenti ormai desueti. Il Maestro Bontempo ricorda che questa rappresentava in quegli anni una delle fasi di lavorazione più faticose: “Quello che era complicato assai era fare gli smalti. Mi ricordo che nel dopoguerra tutte le fabbriche produttrici erano chiuse ed i trasporti funzionavano male. Quindi per lavorare gli artigiani facevano il marzacotto. Non facevano altro che prendere la sabbia e ci mettevano il piombo, il minio, in mezzo. Li mettevano in dei contenitori di terracotta all’interno della camera di fuoco della fornace, in modo da portarli alla temperatura di fusione. Una volta estratta questa massa fusa dentro questi contenitori, con un martellino dovevano togliere tutto il cotto che era il contenitore esterno, e spesso qualcuno ci lasciava il dito. Una volta pulita, si sminuzzava la massa e poi bisognava macinarla per riportarla allo stato liquido e potere smaltare. E ci si aggiungeva un 5-6% di ossido di stagno che gli dava l’opacizzazione, perché altrimenti sarebbe vernice trasparente. Questo ossido di stagno subito dopo la guerra si faceva con le grondaie di stagno. Si ossidavano al fuoco in una specie di fornaciotto per ricavare lo stagno.

Il fiume rappresentava un elemento indispensabile per il ciclo di produzione ceramica. Se le sue sponde fornivano l’argilla, le sue acque venivano utilizzate per alimentare i mulini che dovevano macinare gli smalti. Questo sistema fu utilizzato tra ‘800 e primo ‘900, ma tornò in uso dopo la seconda guerra mondiale, dato che a Rapino la linea della elettrica tardava a essere ripristinata.
Bontempo: “Per 2 anni buoni la corrente non è tornata a Rapino, quindi per macinare questo smalto si utilizzavano i mulini ad acqua. Erano costituiti da delle botti di legno con un macinino di pietra e  delle pale sotto che giravano per la pressione dell’acqua. Lo smalto veniva lasciato a macinare 3 o 4 giorni, e quando era pronto si rimetteva nei recipienti ed a spalla lo si portava di sopra nel laboratorio. Tutto questo fino al ‘49-50, quando si sono riattivate i trasporti e le fabbriche che facevano gli smalti. Da allora è stato tutto un po’ più semplice, ma quei 3-4 anni mi ricordo che ricominciare a lavorare la ceramica fu un lavoro proprio duro.”
fischietto ad acqua di Cesare Grosso (foto G. Croce)
Considerato quanto fosse faticoso il procedimento, non c’è da meravigliarsi se lo smalto non venisse sprecato neanche quando il prodotto finale risultava imperfetto. Un possibile utilizzo di questi smalti difettosi era la decorazione di fischietti, campanelle e vasellame dozzinale. Lo nota Giovannelli, che nella sua collezione ha alcuni galli ottocentesci coperti di smalto opaco attribuibili a Giuseppe Bontempo, nonno di Amato.[14]

Cesare Grosso ci ricorda invece come gli smalti prodotti nelle diverse botteghe avessero delle piccole differenze, riconoscibili da occhio esperto. I ceramisti custodivano gelosamente la propria ricetta per la composizione dei diversi colori, e la trasmettevano solo ai propri figli. Si tratta ovviamente di sfumature che andarono a scomparire con l’avvento degli smalti prodotti a livello industriale: “Ogni artigiano aveva la sua particolarità nel creare gli smalti. Facevano delle misture con l’aggiunta di qualche ingrediente segreto. Questo dava soprattutto ai rossi e ai verdi un timbro particolare, e li rendeva riconoscibili.”

La produzione odierna

Oggi a Rapino la ceramica non è più un settore trainante dell’economia. Eppure qualche segnale di ripresa c’è stato rispetto alla crisi che tra gli anni ’50 e 60 portò alla chiusura di praticamente tutte le botteghe. Passeggiando per il paese è possibile notare varie botteghe in attività, anche se le nuove generazioni di ceramisti fanno venire da fuori i pezzi semilavorati e si dedicano esclusivamente alla decorazione.
Grosso: “Ora pian piano la ceramica di Rapino si sta riprendendo. Anche se non ci sono più i ceramisti propriamente detti. Si tratta prevalentemente di decoratrici, la maggior parte donne. Acquistano gli oggetti già fatti da Deruta, da Castelli, o da dove capita, e lo decorano alla maniera di Rapino.
Questo è un motivo di confusione, perché ad esempio io, che colleziono ceramiche, riconosco la ceramica rapinose antica più dalla forma che dalla decorazione, perché la forma è molto tipica e identifica una bottega. Mentre oggi è tutto omologato.
Per spiegare questa cosa sono solito dire con una punta di ironia che l’unico ceramista di Rapino sono io, perché io parto dall’argilla e arrivo al risultato finale.”

Ed in effetti, pur non essendo un ceramista di formazione, Cesare Grosso rappresenta oggi il punto di riferimento principale a Rapino - per lo meno per quanto riguarda i fischietti. Continua a realizzare con passione i suoi pezzi, ma anche a fornire informazioni preziose agli appassionati ed a partecipare a rassegne e manifestazioni dedicate alla ceramica fischiante: “Per me appartenere a questo mondo dei fischietti è una soddisfazione enorme. Grazie ad un oggettino così piccolo sono entrato in collegamento con collezionisti e artisti di fama internazionale. Quindi il fischietto mi ha dato l’occasione di condividere questa passione con tantissima gente. In molti casi ne sono nate amicizie solide e durature, ad esempio in Puglia, in Umbria, in Toscana. Grazie al fischietto ho conosciuto un grande artista come Federico Bonaldi. C un gruppo di intenditori di ceramiche sonore abbiamo dato vita a una associazione che si chiama Anemos e che ha tra i suoi obiettivi la rivalutazione della ceramica fischiante.”

Per quanto riguarda le famiglie di antica tradizione ceramica, come abbiamo detto, sono già alcuni decenni che queste hanno continuato ad operare solo al di fuori del paese d’origine.
Data la recente chiusura della bottega di Gabriele Vitacolonna a Guardiagrele, e la scomparsa del fratello Antonino - che ha operato per tantissimi anni a L’Aquila -  è Amato Bontempo l’ultimo esponente delle dinastie ceramisti rapinesi ancora in attività. Nella sua bottega di Francavilla al Mare è possibile trovare delle splendide ceramiche decorate con il tipico motivo del fioraccio.
Bontempo: “Nel 1955, dopo essermi diplomato alla scuola d’arte a Faenza, trovai lavoro in una fabbrica di porcellana a Varese. Ma ero figlio unico, e mio Padre mi pregò di seguirlo a Francavilla. Sono passati 50 anni e siamo ancora qui, ringraziando Iddio.

Ancora oggi i pezzi li facciamo intermente noi, partendo dall’argilla. Anche se sarebbe più conveniente comprare i pezzi grezzi.
Per i pezzi che si fanno al tornio chiamiamo occasionalmente un torniante, mentre per altre cose, come i piatti, utilizziamo stampi nostri. C’è gente che viene 40 anni dopo aver preso il servizio e trova ancora la stessa forma.
C’è un ragazzo che si dedica esclusivamente agli stampi e poi siamo in 3 a dipingere, io e altre 2 ragazze. Il nostro cavallo di battaglia è il fioraccio. Si fa pure a Castelli, però il nostro è molto più fresco, perché è fatto di getto, con un’unica pennellata
Sono l’unico della famiglia rimasto a fare questo lavoro… fino a quando non lo so.”


 I testi sono di Massimiliano Trulli massitrulli@gmail.com - riproduzione vietata



[1] Fabio Cappelletti, discendente dei famosi maiolicari di Castelli, si trasferisce a Rapino nella prima metà del XIX secolo, e sempre in quei decenni Raffaele Bozzelli darà origine alla prima bottega di ceramiche rapinesi. La presenza della ceramica si consolida tuttavia nei decenni successivi. Si vedano ad esempio Vincenzo Franceschilli ed al., La Ceramica di Rapino e i Bontempo, Edizioni Ferentum, 1994 e Diego Troiano e Van Verrocchio, “Le più antiche ceramiche di Rapino” in Azulejos - rivista di studi ceramici, n° 2 2005.
[2] La storia di questa famiglia di ceramisti è stata ampiamente documentata da V. Franceschilli, Op. Cit.
[3] Tra i santi col fischio legati alle diverse fiere patronali vi erano San Giustino a Chieti, San Cetteo a Pescara, San Rocco a Roccamontepiano, Santa Lucia a Cepagatti, San Nicola a Pollutri, San Cesidio a Trasacco, Santa Reparata ad Atri, Santi Medici a Roccascalenga, Santi Martiri a Celano. Fischietti con le sembianze di madonne e santi erano posti a protezione di stalle, botteghe, fattorie e abitazioni. Lo attesta Vito Giovannelli, “Il fischietto tradizionale abruzzese. Particolarità e raffronti”, in Salvatore Cardello (cur.), Sibilus I, Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo di Caltagirone, 1993.
Rispetto alle altre regioni italiane, i  fischietti devozionali sono presenti ovviamente a Caltagirone – in Sicilia – ma anche in Puglia e nelle Marche.
[4] Fanno eccezione i fischietti di Anversa, che secondo la testimonianza di Giuseppe Vecchierelli – da noi raccolta - erano solitamente lasciati grezzi, o al massimo bagnati nella calce per eliminare le macchie di fuliggine.
[5] Federica Papi e Maria Concetta Nicolai, “Abruzzo”, in Paola Piangerelli (cur.), La terra, il fuoco, l’aria, il soffio – la collezione di fischietti di terracotta del Museo nazionale di Arti e Tradizioni popolari, Edizioni De Luca 1995.
[6] V. Giovannelli in I galletti con il fischio delle botteghe di Rapino, Amministrazione Comunale di Rapino, 1994 nota come qualche Maestro più raffinato come Giuseppe Bontempo, invece di aggiungere il modulo sonoro come un’appendice del fischietto lo ricavava dalla cavità della statuetta.
[7] Come vedremo, la pubblicazione stessa e il suo convegno di presentazione hanno dato il via ad una operazione di rilancio dei fischietti rapinesi. 
[8] E’ V. Giovannelli (1994) che da una parte cita Fanelli e Cirotti e dall’altra ricostruisce la produzione di fischietti dei vari maestri ceramisti. 
[9] F. Papi e M. C. Nicolai, op. cit.
[10] Anche questa testimonianza è dei primi anni ’90, e tratta da F. Papi e M. C. Nicolai, op. cit.
[11] Vito Giovannelli, 1994.
[12] F. Papi e M. C. Nicolai, op. cit.
[13] Nel 2012 ha ad esempio conseguito il terzo premio e il premio per il fischietto ad acqua nell’ambito della II Biennale Internazionale del Fischietto “Città di Matera”
[14] V. Giovannelli, op. cit.


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