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martedì 14 giugno 2011

La Creta nel Sangue - La Famiglia Loglisci e la Cola Cola

(Memorie e Suoni di Terra - conversazioni con i Maestri costruttori di ceramiche sonore)E’ un freddo giorno di dicembre e Beniamino Loglisci modella i suoi fischietti al caldo tepore di una stufa a legna. Ci troviamo nel suo laboratorio di Gravina in Puglia, un luogo pieno di suggestioni. L’ambiente è piccolo ed arredato alla maniera essenziale e dimessa delle antiche botteghe artigiane, ma se ci si affaccia dalla minuscola finestra che dà luce al locale si gode di un panorama mozzafiato: si vede la gravina che dà il nome a questo paese delle Murge. Sulle pareti della gravina si aprono poi alcune grotte abitate in periodi preistorici. Il paesaggio ricorda molto alcuni scorci della vicina Matera.

Nonostante i suoi 80 anni, in questa stagione Beniamino passa circa 7 ore al giorno modellando l’argilla. L’anziano artigiano lavora e intanto ci racconta della sua vita e della produzione della Cola Cola, il tradizionale fischietto in terracotta di Gravina.
Sono ormai alcuni anni che la scomparsa di suo fratello Vincenzo ha interrotto un sodalizio che era al tempo stesso lavorativo e umano. Eppure Beniamino parla quasi sempre al plurale, lasciando trasparire quanto nei suoi pensieri sia ancora presente quel fratello con il quale ha condiviso buona parte della sua vita.
A volte gli sfugge una parola, e succede più volte che per spiegarsi meglio si aiuti prendendo in mano un pezzo di creta e modellando davanti ai miei occhi un oggetto o una situazione. In fondo si tratta della cosa più naturale per un uomo che fin da bambino ha imparato a esprimersi attraverso le mani e un pezzo di creta.

Il Ciclo di produzione della Cola Cola
I fischietti dei fratelli Loglisci hanno il fascino arcaico dell’oggetto di altri tempi. La loro produzione è infatti da sempre caratterizzata da un’assoluta aderenza alla tradizione – un’aderenza che non si rispecchia solo nella riproposizione di modelli e forme antiche, ma anche nell’aver perpetuato tecniche di produzione ormai desuete. Ancora oggi le Cola Cola vengono cotte in una piccola fornace a legna e dipinti con rudimentali pennelli auto-costruiti. Quanto all’argilla, solo negli ultimi anni, a causa dell’avanzare dell’età, Beniamino Loglisci ha smesso di raccoglierla e depurarla da sé, concedendosi il “lusso” di acquistare la creta industriale già pronta per la lavorazione.
Mentre, nel corso dei decenni, la quasi totalità degli artigiani produttori di fischietti si sono gradatamente adattati alle possibilità - ed alle indubbie comodità - offerte dal progresso tecnologico, Beniamino e Vincenzo hanno perseguito caparbiamente la scelta di rifarsi ai modelli produttivi dei loro antenati. Una conseguenza pratica di questa scelta sta nel fatto che ancora oggi la realizzazione delle Cola Cola avviene secondo un ciclo di produzione che va dall’inverno all’estate. Ciascuna stagione è scandita da una fase di lavorazione precisa.
“Per la lavorazione della Cola Cola abbiamo sempre seguito dei periodi precisi. Dopo le feste di Natale iniziamo a modellare, e modelliamo tutto l’inverno. Poi la cottura l’abbiamo fatta da sempre a primavera:questo perché bisogna stare 10 ore vicino al fuoco, e di inverno anche se ti alzi alle 6 di mattina devi arrivare alle 4 di pomeriggio, ed a quell’ora già non si vede più. E poi il forno a legna si utilizza all’aperto, e la mattina presto quando è inverno fa molto freddo qui sulle Murge.
Quando abbiamo finito di fare le cotture ci mettiamo alla pittura. Quindi l’estate la facciamo a dipingere. E si fa la provvista di creta per l’inverno.

Ad esempio questa non sarebbe stagione di modellare. Io sto modellando perché mi trovo in difficoltà, nel senso che non posso contare su mio fratello Vincenzo, e devo fare tutto da solo. E sono costretto ad anticipare un po’. E poi se non modello cosa faccio per passare questi mesi autunnali?”

La preparazione della creta. Beniamino ci illustra quindi nel dettaglio ciascuna delle fasi della produzione, iniziando ovviamente dall’estrazione dell’argilla.
Qui a Gravina le riserve di argilla non finiscono mai! Basta andare poco fuori città, sulle Murge, e scavare. E noi da sempre ce la siamo preparata da soli.
C’è una procedura: usando il piccone frantumiamo i banchi di argilla ricavando dei blocchi di vari chili di peso. Una volta portati qui i blocchi, li pestiamo con un grande martello, fino a farne delle pietruzze. Poi lasciamo l’argilla a bagno nell’acqua per 2 giorni per poi impastarla come si faceva una volta con il pane. Insomma: è una fatica, c’è tanto lavoro.

Da appena 5-6 anni compriamo l’argilla già confezionata e pronta per l’uso. Abbiamo smesso di prendere quella di Gravina per motivi di salute, perché non ce la facciamo più. E’ vero che consumiamo un po’ di soldi, ma risparmiamo fatica. E di fischietti ne facciamo un po’ di più.
La qualità dell’argilla comprata non è uguale a quella di qui, però. L’argilla che noi abbiamo a Gravina resta sempre un po’ più sporca, anche se la depuriamo a mano. Magari rischi che se non stai attento e lasci qualche pietruzza dentro l’impasto, durante la cottura la pietruzza salta e ti rompe il fischietto. Ma una volta cotta questa argilla è più resistente, è più forte. Mentre l’argilla che noi compriamo è più pulita però più fragile. Se noi facciamo una Cola Cola con questa argilla e per sfortuna va per terra, è più facile che si rompa.”

La modellatura. Beniamino ci mostra come si modella una Cola Cola. E ci rendiamo conto di quanto lavoro e quanta sapienza ci sia anche dietro la costruzione del fischietto più semplice. Bisogna sottolineare che anche rispetto alla produzione di altri costruttori di fischietti, l’uso di attrezzi è ridotto al minimo. Le stecche vengono usate solo per fare i fori del modulo sonoro, mentre una tecnica ad incastro sostituisce completamente la barbottina. Non essendo mai stati vasai, i Loglisci non hanno mai avuto né usato il tornio, ma è altrettanto estraneo alla loro cultura anche l’uso degli stampi fatto da molti figurinai.
“La Cola Cola l’abbiamo sempre fatta interamente a mano. Se la stessa cosa la fai con lo stampo non ha più valore, non ha nessun senso.

Partiamo facendo tre palline di argilla. Le prime due servono per fare il corpo della Cola Cola: con una pallina un po’ più grande si fa la parte davanti con la testa, con quella più piccola si fa la parte di dietro con il fischio.
Lavoriamo entrambe le palline con le dita, allungandole e scavandole. Otteniamo due forme vuote che vanno unite per fare il corpo della Cola Cola: una delle due parti è leggermente più grande, e quando le sovrapponiamo avremo una femmina e un maschio. Le uniamo bene con le dita, in modo da fare una saldatura.
Alla parte di dietro facciamo i buchi del fischio con la stecca; prima di usarla è meglio bagnarla, ma poco, altrimenti il pezzo si spacca. A parte questo gli attrezzi non vanno usati proprio: per fare la cresta del gallo e della gallina, ad esempio, si usa il pollice.
I pezzi aggiunti, come il collare, devono essere di creta più umida, altrimenti in cottura si staccano. La stessa cosa vale per gli occhi: si fanno con due palline di creta che deve essere più molla.

Con la terza pallina facciamo la base della Cola Cola. La base non può essere attaccata subito al corpo: va fatta indurire un pò, se no il pezzo crolla. Di inverno mettiamo le basi vicino alla stufa per farle seccare più velocemente. Se fa un po’ più caldo, invece, le mettiamo fuori dalla finestra.
Quando ha raggiunto la giusta durezza – non deve essere troppo secco né troppo molle – uniamo la base al corpo. Si scava un po’ la pancia e si inserisce dentro la base. Poi si rafforza la saldatura con una fascetta di creta.
Quando il pezzo è finito lo lisciamo per bene con il dito bagnato. Quando poi è secco lo lisciamo ancora meglio passando la carta vetrata. Alla fine passiamo di nuovo il pennello bagnato per togliere le striature. Una volta pitturati i pezzi, le striature non si vedrebbero comunque, ma preferiamo farlo perché viene una cosa più pulita.”

La cottura nella fornace a legna. Come abbiamo già accennato, una delle caratteristiche che rende unica la produzione della Cola Cola è che ancora oggi la cottura dei pezzi avviene esclusivamente tramite una piccola fornace a legna costruita dagli stessi fratelli Loglisci.
Il luogo dove dai primi anni ’60 i fratelli Loglisci cuociono i loro fischietti è molto suggestivo. Si tratta di una sorta di terrazzo porticato di un antico monastero nel centro storico di Gravina, proprio di fronte alla bellissima cattedrale romanica. In alcuni locali di questo edificio i Loglisci hanno anche vissuto e ricavato il piccolo laboratorio da quando, nel secondo dopo guerra, il monastero quasi disabitato fu assegnato alla loro famiglia e ad altre famiglie di sfollati.

E’ probabile che questa fornace arrivi a temperatture di 700 – 800 gradi, senza raggiungere i circa 1.000 gradi necessari per una cottura completa della creta. Ne è una riprova anche il fatto che il filo di metallo utilizzato per aggiungere elementi ornamentali alle Cola Cola, pur essendo metallo comunissimo non si fonda durante la cottura.
Era d’altronde una caratteristica comune dei fischietti tradizionali quella di essere cotti in fornaci rudimentali che non garantivano il raggiungimento di temperature altissime. Conseguenza di questa solo parziale cottura dell’argilla è una maggiore fragilità dei pezzi.

“Abbiamo un forno nostro dal 1960 - 1961. Prima, quando facevamo il materiale, lo portavamo alle fornaci che facevano le tegole qui a Gravina. Fin da ragazzini lavoravamo per queste fornaci trasportando per loro le merci. In cambio ci facevano il favore di mettere un po’ di Cola Cola nel forno.
Queste fornaci di Gravina piano piano sono sparite tutte, e quindi ho detto a mio Fratello: e adesso che le fornaci non ci sono più noi come facciamo? Dobbiamo trovare una soluzione! E allora abbiamo deciso di costruire un piccolo forno fatto da noi.

Il forno lo abbiamo costruito noi stessi con dei mattoni refrattari. E’ aperto dalla parte di sopra, e i pezzi si caricano da li, riempiendolo completamente con fischietti di varie misure. Poi si chiude l’apertura mettendo dei pezzi di tegole fino a coprire tutta l’apertura.
La terrazza con la fornace (foto T. Festa)
La legna invece si mette nell’apertura che sta nella parte di sotto. Legna e pezzi da cuocere sono separati da una griglia che abbiamo fatto con dei binari del treno che abbiamo fatto bucare.
Ogni 5 o 6 anni dobbiamo demolire la fornace e rifarla da capo: quando arrivi a 1.000 gradi di temperatura anche il ferro si consuma.

Bisogna stare 10 ore a alimentare il fuoco. Potremmo anche stare un po’ meno, ma se i pezzi li usciamo 1 ora - 2 ore prima non vengono bene: devono stare 10 ore.
Più ancora che ad occhio mi accorgo della temperatura del forno dall’odore. Se entro nel locale dove sta il forno mi accorgo subito a che punto è la cottura. E questo persino se non ho infornato io i pezzi, e magari non so da quanto stanno cuocendo!
E poi c’è il colore del fumo che esce fuori. E’ come per l’elezione del Papa: se il fumo è nero ancora non ci siamo, quando la fumata è proprio bianca è ora di sfornare.
Tra quello che ci serve per il riscaldamento e quello che usiamo per la cottura, compriamo ogni anno quintali di legna. Prima utilizzavamo legna di quercia di bosco, che era molto migliore e durava tanto. Ora è proibito raccoglierla e venderla. Ora usiamo la legna dei contadini: ulivo, mandorlo. Non fai in tempo a metterla che si consuma.

Quando era vivo Vincenzo riuscivamo a riempire ogni anno 8 - massimo 9 forni. Ora che son rimasto solo sono costretto a iniziare la modellatura prima di Natale, e alla fine cuocio 4 - massimo 5 forni.
Abbiamo sempre continuato ad usare il forno a legna perché i pezzi con il forno a gas non vengono bene. E’ come con il pane: una volta lo facevano tutti con i forni a legna, oggi quasi nessuno. Ma sul pezzo si vede la differenza, come per il pane!"

La decorazione. L’unica concessione alla modernità nella produzione delle Cola Cola riguarda le vernici usate per decorare i fischietti. Già da alcuni decenni i fratelli Loglisci hanno infatti abbandonato i colori auto-prodotti basati su pigmenti naturali - che avevano lo svantaggio di essere poco resistenti - ed hanno adottato i colori acrilici.
Si tratta d'altronde della conseguenza obbligata della trasformazione della destinazione d’uso dei fischietti, che da giocattoli destinati ad avere vita breve sono diventati oggetto da collezionare e da conservare.
“Una volta i colori che usavamo erano tutti a base di terra. Mettevamo dentro un po’ di colla e per fare il fissaggio, perché altrimenti prendendo il fischietto in mano i colori se ne venivano. E anche con la colla, dopo 3 o 4 giorni che un bambino usava il fischietto, i colori sparivano. Invece i colori che usiamo oggi sono acrilici, possiamo lavare benissimo un fischietto sotto l’acqua e non succede niente.

Ancora oggi i pennelli ce li facciamo da soli con canne, peli di cinghiale, e filo di rame. Così si ottiene un pennello abbastanza duro, mentre con i pennelli comprati non si può lavorare, sono troppo morbidi: il pennello si piega le strisce della Cola Ccola non vengono bene.
I peli di cinghiale li prendevamo da un allevamento che c’era fino a poco tempo fa a Gravina. Poi andavamo dal cannaro a comprare delle canne sottili che servivano come manico, e gli legavamo i peli sopra con del filo di rame. Oggi magari usiamo i peli ricavati da altri pennelli di cinghiale.”

I pezzi sono tutti rigorosamente ricoperti con uno sfondo bianco – una volta si trattava di un bagno di calce – sul quale in un secondo momento si stendono colori molto vivaci.
La decorazione classica e più riconoscibile della Cola Cola – ma anche degli altri fischietti murgiani, come i cucù di Matera - è quella a strisce blu, rosse, gialle, verdi. A tale proposito, l’importante studio sui fischietti tradizionali realizzato dal Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari mette in relazione questa caratteristica colorazione dei fischietti con i “nastri senza misura” che fino al secondo dopo guerra venivano acquistati dai pellegrini durante le feste mariane in Puglia ed in Basilicata. I nastri venivano annodati al collo dei pellegrini stessi o utilizzati per addobbare pellegrini, animali, carri.
Le analogie tra questi nastrini ed i fischietti sono in effetti molte: oltre alle strisce di colori vivaci, ad entrambi gli oggetti nella tradizione popolare era attribuita una funzione magico-protettiva ed esorcistica, e non a caso, entrambi erano diventati una sorta di souvenir ante litteram ricercatissimo dai fedeli come ricordo del pellegrinaggio o come pensiero per chi era rimasto a casa.[1]

La vendita dei fischietti: dal Santuario di Picciano alle gallerie d’arte
Fino a tutti gli anni ’60, i pellegrinaggi religiosi - ed in particolare quelli che si svolgevano in primavera presso il santuario mariano di Picciano, sulle Murge lucane – rappresentavano per la famiglia Loglisci la principale occasione di vendita della Cola Cola.

“Il momento dell’anno in cui vendevamo più fischietti era il mese di maggio, durante i pellegrinaggi al Santuario della Madonna di Picciano. In quel periodo il Santuario era così affollato di fedeli che di domenica non si poteva quasi entrare in chiesa. Il fischietto era il primo ricordo del pellegrinaggio, così, quando andavamo a Picciano vendevamo tutti i fischietti che facevamo durante l’inverno, non ne portavamo uno indietro!
Una foto di Vincenzo appesa in casa Loglisci Nonostante tutto, con la vendita di questi fischietti non potevamo sopravvivere neanche un mese. Questo perché i prezzi erano tutti sproporzionati. Mi ricordo quando questa Cola Cola costava 50 soldi. Poi il prezzo è salito a 100 soldi, 1 lira, 2 lire. Ma il valore era sempre quello: per due Cola Cola compravamo un chilo di pane.
Ora per fortuna è un po’ diverso: uno di questi lo vendo a 10 euro, e di chili di pane ne posso comprare 10. Ma una volta si doveva lavorare solo per comprare il pane, senza fare altri progetti.

Da Gravina a Picciano ci saranno 17-18 chilometri, e al santuario ci arrivavamo con un traino preso in affitto tirato da cavalli o muli. Anzi, per la verità i primi tempi andavamo con la carretta a mano. E qualche volta siamo andati anche a piedi, con le Cola Cola a spalla. Questo è successo quando c’era stata troppa pioggia, e i traini non potevano passare per il fango. Perché allora a questo santuario non arrivavano le strade asfaltate: c’erano strade di terra.”

Oltre ai Loglisci si dedicava alla vendita dei fischietti durante i pellegrinaggi a Picciano un’altra delle dinastie di costruttori di fischietti più rinomate, quella dei Niglio di Matera.

“A vendere i fischietti a Picciano durante le feste andavamo sempre sia noi che i Niglio di Matera, che erano 3 o 4 fratelli. Facevano questo tipo di fischietto che a Matera chiamano Cuccù. E’ come la nostra Cola Cola, ma ha questa testa che non ho capito mai che tipo di animale sia. E’ una testa strana, non lo so spiegare.
E abbiamo conosciuto i Niglio negli anni 35-40, quindi è da una vecchia data che conosciamo questa famiglia.
Le femmine della famiglia Loglisci non hanno mai avuto a che fare con i fischietti. Invece credo che qualche donna della famiglia Niglio li aiutava a dipingere, perché a Picciano le vedevo girare con questi camici sporchi di colore. Li portavano tutte fiere, direi quasi con una certa vanità.

Mio Padre ha iniziato a portarmi a Picciano che avevo 4-5-6 anni. E ricordo che ci siamo andati fino al ‘71-72, sarà una quarantina d’anni che abbiamo smesso. Adesso hanno aperto la strada asfaltata e c’è gente che ci va tutto l’anno. C’è un nostro discepolo che si chiama come noi, Loglisci,
[2] che continua portare li i fischietti ed a venderli per tutto il mese di maggio e poi durante altre feste ad Agosto. Però non si vendono più tutti i fischietti che si vendevano una volta. E molti dei visitatori non li conoscono proprio i fischietti.”

Gradatamente le Cola Cola hanno conquistato altri tipi di mercato. Durante gli anni ’70 e ’80 – parallelamente alla rinascita dell’interesse verso l’arte e le tradizioni popolari – si è sempre più affermata la fama dei fratelli Loglisci.
“Inizialmente i fischietti si vendevano solo alle feste di Picciano. Poi, piano, piano, il passa parola ha fatto si che sempre più gente ha iniziato a venire a Gravina cercando i fischietti. E venivano a cercarci a casa nostra da tutti i paesi, poi da tutta Italia e anche dall’estero.
Dopo gli anni ’60 abbiamo sfondato un po’. Dobbiamo dire grazie a giornalisti, scrittori, fotografi che si sono interessati al nostro lavoro. Ad alcuni di loro dobbiamo moltissimo, e spesso sono diventati anche degli amici.
[3]
Negli ultimi decenni abbiamo vissuto di soddisfazioni. Persone importanti, istruite, si interessavano a noi e venivano a cercare i nostri pezzi. Una volta una troupe venne a cercarci per fare un servizio su di noi. Mia Madre spiegò che eravamo sulle Murge a raccogliere le mandorle. Loro erano quasi scandalizzati: ma come? I fratelli Loglisci che portano i sacchi di mandorle da soli? Si fecero spiegare come arrivarci, vennero su, e ci aiutarono a portare un sacco ciascuno!

Una volta chi comprava i nostri fischietti era gente semplice, del popolo. Era gente che aveva pochi soldi da spendere, eppure i nostri fischietti erano molto ricercati.
Ora è tutto il contrario: alle persone semplici – che ormai i soldi per comprarli li avrebbero - non interessano più i fischietti. Li comprano solo persone istruite, come professori e artisti.

Prima prendevamo anche ordinazioni di tanti grossisti che ci ordinavano dei fischietti. Ci è capitato di fare ordini di 200, 300, anche 1.000 Cola Cola. Anche se per me prendere le ordinazioni dei pezzi è come una condanna, perché poi sono obbligato a modellare certe cose e non posso fare quello che piace a me.
Gli stessi monaci di Picciano ci ordinavano dei fischietti per venderli ai pellegrini. Una volta il capo dei monaci del santuario ci ordinò 1.000 Cola Cola. I pezzi erano stati consegnati da mesi, ma i soldi del pagamento non arrivavano. Noi avevamo bisogno di questi soldi, così un giorno decidemmo di andarlo a cercare. Lo trovammo in chiesa che stava confessando i fedeli. Non potevamo aspettare che finisse, anche perché c’era una persona che ci aveva portati fin li in macchina. Così mi misi in fila con quelli che si dovevano confessare, ed arrivato il mio turno mi feci coraggio e gli parlai subito dei soldi. Dissi: Padre, avremmo bisogno che lei saldasse quel debito. Ma visto che c’ero mi sono anche confessato.”

L’origine della Cola Cola
In base ai ricordi di Beniamino ed alle testimonianze della sua famiglia, si può affermare con certezza che le Cola Cola siano state prodotte per lo meno da 3 le generazioni della famiglia Loglisci precedenti a quella di Vincenzo e Beniamino.
Tra i paesi delle Murge vi è poi una rivalità che ha origini antiche rispetto a quale centro abbia incominciato per primo la produzione di fischietti (anche a Matera di producono da generazioni i Cuccù, e Altamura aveva i suoi Bubbù), e Beniamino da parte sua rivendica la primogenitura di Gravina e della sua famiglia nell’avere dato origine a questa tradizione.
"Le radici della Cola Cola sono a Gravina, e in particolare nella famiglia Loglisci. Noi siamo stati i primi, è stato un nostro brevetto. Non sono sicuro chi della famiglia ha iniziato a farli. Posso dire con sicurezza che li producevano mio Padre e mio Nonno, perché me lo ricordo. Però mio Padre mi parlava anche della produzione del mio Bisnonno. Diceva sempre che anche lui si dedicava a fare queste cose qui. E quindi sono almeno 4 generazioni.
A Gravina c’erano tanti fornaciai che facevano mattoni, recipienti e altre cose. Ma la Cola Cola non l’ha fatta mai nessuno, c’erano solo i fratelli Loglisci. Si, qualche fornaciaio ha provato a fare le Cola Cola, ma non in maniera continuativa.

Oggi nei paesi vicini c’è molta gente che fa la Cola Cola e pretende che sia nata ad Altamura, Matera, eccetera. Mio fratello si arrabbiava per queste bugie, ma io gli dicevo: non ti arrabbiare, tanto noi dobbiamo morire, meglio che gli altri imparano! La cosa che mi da fastidio è quando vedo fare la Cola Cola con dei colori strani. La Cola Cola deve avere i colori tradizionali!

Il nome della Cola Cola ha una origine strana. Nel dialetto di Gravina chiamiamo cola cola la gazza ladra, e i nostri antenati le dettero questo nome. Ma la Cola Cola che facciamo noi non ha niente a che vedere con il canto della gazza, assomiglia più al cuculo, che fa cucù, cucù. Però ormai il nome è tradizionale e noi non lo possiamo più cambiare."

Tra fischietti popolari, “stranezze” e sculture
I fratelli Loglisci hanno sempre continuato a riprodurre in maniera fedele, pur all’interno di un repertorio più ampio, gli stessi modelli di fischietti che gli erano stati insegnati dal Padre. E’ ragionevole pensare che queste tipologie di fischietti siano state riprodotte sin dalla metà del XIX secolo senza variazioni significative, se si eccettua l’aggiunta di un piedistallo (anche qui si tratta di una conseguenza della trasformazione da oggetto destinato a durare pochi giorni a pezzo da collezionare).

"I soggetti più tradizionali, quelli che portavamo a Picciano, erano: la Cola Cola classica[4] e fatta in tante altre forme, e poi il gallo, l’uccellino, il carabiniere, la trombetta semplice o arrotolata.
La Cola Cola era un giocattolo per bambini, che si metteva in tasca. Quindi all’epoca la facevamo senza il piedistallo, altrimenti in tasca non c’entrava. Anche il carabiniere allora era senza piedistallo. Ora ci sono di nuovo richieste di Cola Cola senza piedistallo, perché è un modello antico.
[5]

In tanti mi chiedono dei pezzi di Nonno o di Papà, ma non ne è rimasto nessuno. Non pensavamo che avrebbero avuto un valore, che un domani li avrebbero cercati. Quando è scomparso mio fratello Vincenzo, invece, volevo che mi rimanesse qualche suo ricordo. Ho preso 20 pezzi suoi e li ho messi da parte in uno scatolone. Un suo pezzo grande è nella sala che utilizziamo per l’esposizione dei pezzi in vendita. In molti lo vorrebbero comprare, e insistono spesso. Ma non è in vendita.

Come avvenuto per altri autori di fischietti, negli ultimi decenni, le richieste da parte di collezionisti e cultori di arte popolare hanno spinto i fratelli Loglisci ad aggiungere nuovi modelli alla loro produzione tradizionale.
Entrambi si sono dedicati a pezzi di grandi dimensioni, a volte anche molto barocchi e ricchi di soggetti e forme decorative Sopratutto Beniamino ha poi dato inizio ad una produzione di sculture in terracotta spesso senza il modulo sonoro. I soggetti di queste sculture sono di vario tipo: satirici, zoomorfi, riproducenti monumenti di Gravina e mestieri tradizionali, e così via.
L’estro artistico di Beniamino ha poi dato origine ad una serie di soggetti sempre nuovi e bizzarri – spesso animali fantastici - identificati nella famiglia Loglisci come “le stranezze”.

“I fischiettii grandi-grandi li abbiamo iniziati solo negli anni ’60. La maggior parte erano fischietti piccolini, ma quelli di medie dimensioni li abbiamo sempre fatti.
Una delle “stranezze” di Beniamino (foto T. Festa)
Vincenzo probabilmente era più bravo di me a fare le Cola Cola classiche, ma non era molto portato per le sculture.”

Non si può in fine non citare una produzione di cui i fratelli Loglisci hanno sempre parlato con molta discrezione, ma che rientra a pieno titolo tra i filoni più autentici dell’arte popolare: quella dei soggetti erotici – fischianti e non.

Nostro padre Giuseppe
Beniamino parla del padre Giuseppe,[6] - il maestro dal quale lui e suo Fratello hanno imparato sin da piccolissimi a modellare la creta - con affetto che sconfina nella devozione.
“Papà era più bravo di me e mio fratello a fare i fischietti. Ed in fondo è una cosa normale, perché veniamo da lui. E’ lui che ci ha insegnato tutto. Può succedere ad un allievo di superare il maestro, ma credo che noi non ci siamo mai arrivati.
Oltre a fare i fischietti, mio Padre ha fatto tanti tipi di lavori. Però la Cola Cola non l’ha mai abbandonata, faceva tutte e due le cose.
Da giovane, quando si sposò, aveva uno studio fotografico. E’ stato il primo ad aprire uno studio fotografico a Gravina. Era anche decoratore, a differenza di me e mio Fratello che siamo stati semplici imbianchini. Faceva anche un po’ di lavori umili, tipo quelli che abbiamo sempre fatto anche noi.
Poi durante la guerra del 15-18 fu richiamato nell'esercito, e si fermò sotto le armi per 3 anni. In sua assenza non avevamo soldi, e mia Madre per disperazione si vendette tutti i macchinari da fotografo. Quando tornò dalla guerra aveva una gamba e un braccio rotti. E c'è da dire che
anche tornando dalla guerra in quelle condizioni non ha goduto mai di una pensione. Sono cose incredibili!

Tornato dalla guerra mio Padre ricominciò a fare i fischietti. Aveva una ferita alla gamba che non è mai guarita, faceva avanti e indietro dall’ospedale perché spesso si infettava. E poi aveva un braccio piegato, ma piano piano qualcosa riusciva a fare.

Quando ho iniziato a fare i fischietti avrò avuto 6-7 anni. Succedeva molte volte che andavo a disturbare mio Padre mentre lavorava e gli dicevo: “Papà, questo non fischia”. Io mi innervosivo quando non riuscivo a fare le cose, e mio Padre mi spiegava che le cose si fanno piano piano, non puoi imparare tutto in un giorno. E diceva: “vedrai che piano piano farai anche tu come me”. Ed infatti...”.

I mille mestieri delle Murge
Per buona parte della vita dei fratelli Loglisci, la vendita dei fischietti ha rappresentato solo uno dei tanti espedienti con cui la loro non agiata famiglia riusciva a tirare avanti. Vincenzo e Beniamino non si sono certo risparmiati nell’inventarsi mestieri ed stratagemmi di sopravvivenza. Per tirare avanti potevano contare solo sulla loro abilità manuale e sulle risorse offerte dalle Murge, un territorio con cui hanno sempre avuto un attaccamento viscerale.



"Con i fischietti non ci vivevamo. E quindi per guadagnare qualcosa abbiamo fatto i fungaroli, i boscaioli, persino i tombaroli “alla clandestina”. Siamo stati anche emigranti in Germania e imbianchini per il Comune: per 10 anni abbiamo imbiancato tutte le scuole di Gravina.
Ma non è che abbandonavamo il lavoro dei fischietti. Magari andavamo a fare questi lavori fino alle 11 o le 12. E poi venivamo al laboratorio a lavorare.

Da quando avevo 5 o 6 anno sono andato con mio fratello sulla Murgia. Abbiamo fatto i fungaioli, abbiamo raccolto il carbone, la carbonella, la legna. Abbiamo fatto le lumache, la cicoriella, la cicoria. Facevamo tutti questi lavori umili.
Quando andavamo a fare i funghi sai quante volte dicevo a mio Fratello: “Vincenzo, ti do 50 lire, 100 lire, se porti tu i miei funghi a casa.” Quando dovevo rincasare mi vergognavo a passare dal paese con questi funghi sulle spalle, perché molta gente ci guardava male. Come se fossimo dei vagabondi, come se avessimo fatto qualche furto. Io a vedere questa gente che mi guardava così mi vergognavo, e allora davo i funghi a mio Fratello. Mio fratello invece niente, la vergogna non la conosceva proprio, e si prendeva i miei funghi. Anzi era orgoglioso, perché portava più funghi: i miei e i suoi.
La raccolta dei funghi abbiamo continuato a farla sempre. Anche quando economicamente non era più necessario. Fino a 2 o 3 anni fa ci sono sempre andato: perché sono un trovatore di funghi. E mi piace anche mangiarli.

Sono stato anche agricoltore. Per oltre 20 anni ho curato un mandorleto sulle Murge appartenente a una persona ricca del paese. Tutto è iniziato quando per caso passai vicino a questo terreno e notai che non era curato. Era già stagione di raccolta eppure i frutti erano sugli alberi e si sarebbero presto guastati. Allora mi informai su chi era il proprietario e alla fine riuscii a rintracciarlo. Gli proposi di fare il mezzadro per lui, occupandomi di tutti i lavori agricoli per poi dividere il ricavato. Lui mi rispose che non gli interessava, che potevo sfruttare il terreno e che non gli avrei dovuto dare nulla in cambio. Gli chiesi di darmi un documento scritto, perché non volevo rischiare di passare qualche guaio: chiunque avrebbe potuto scambiarmi per un abusivo! Lui inizialmente non voleva sentirne di mettere qualcosa per iscritto. Lo ringraziai e me ne stavo già andando quando mi richiamò perché aveva cambiato idea. Venne fuori che era un mio ammiratore, così lo pagavo in fischietti. Nel senso che ogni tanto gli portavo dei miei pezzi. Non ero costretto, lui effettivamente non voleva nulla. Ma preferivo così.

Oggi la Murgia è stata tutta devastata, spietrata. L’hanno distrutta per i soldi: nel 1948 hanno iniziato a spietrare perché i contadini ricevevano dei soldi per ogni ettaro di terreno reso coltivabile. Dovevano seminare il grano, ma non è stato mai fatto. Magari facevano finta di seminare per un anno in modo da prendere i soldi e poi abbandonavano tutto. E non ci sono neanche più i pascoli perché gli animali non hanno più niente da mangiare.
La verità e che prima c’era un ricavo dalle Murge: c’erano dei pascoli, le pecore, le mucche. E poi si potevano fare i funghi.
Infatti era consuetudine da queste parti che quando si aveva un debito e il debitore ti chiedeva: “Beniamino, quando è che vieni a saldare?” E il debitore rispondeva: “Quando viene la stagione dei funghi.”
Adesso che le hanno distrutte, le Murge non servono più a niente.

Quando ero giovane e andavo a fare i funghi coglievamo 10, 15, 20 Kg in un giorno. Adesso non c’è più niente: per fare 1 - 2 kg devi girare tutte le Murge. E devi essere anche una persona esperta, che conosce bene i posti. Se va uno che non capisce niente non trova neanche un fungo.
E quelli che vanno alla Murgia oggi sono tutti dottori, ingegneri, avvocati. Invece quando andavamo noi era come andare a rubare, perché era un lavoro troppo umile. Vedi il mondo come si è capovolto!”


La Germania
Beniamino ha vissuto anche una lunga esperienza di lavoro come emigrante in Germania. Durante gli anni ‘60 la sua presenza a Gravina è stata molto saltuaria, e buona parte del lavoro di produzione dei fischietti è stato portato avanti dal fratello Vincenzo.

“Ho lavorato per più di 10 anni in Germania. Per andarci, io e mio Fratello dovemmo fare una selezione. La prima volta siamo andati a Bari a passare una prima visita. Dopo un mese ci hanno chiamati a Napoli, dove ci siamo fermati per 3 giorni. Non c’erano dottori italiani, ma tedeschi. Ti facevano una visita dai piedi alla testa, e quando trovavano una minima sciocchezza dicevano: “Questo qui non può partire”. Solo da Gravina eravamo un gruppo di 115 persone, e soltanto in 12 siamo riusciti a partire per la Germania.
Per noi tutto è andato bene, e nel 1960 siamo partiti. Mio fratello è stato poco tempo in Germania: sarà venuto 10 volte ma faceva 1 settimana- 2 settimane di lavoro e poi tornava a casa. Ma io mi sono fermato 10 anni. Però il lavoro della Cola Cola non lo abbiamo mai abbandonato. Io pensavo a guadagnare qualcosa in Germania, e mio Fratello stava sempre qui per non abbandonare il lavoro.

Nel 1960, il primo lavoro è stato in una fornace che faceva le tegole, i mattoni, tutto materiale da costruzione. Poi quando è finito il contratto me ne sono andato, perché mi facevano lavorare sempre all'esterno, alla scavatrice. Prendevo sempre la pioggia, la neve, il vento. Invece prima di partire da Napoli avevo firmato un contratto che diceva che dovevo lavorare dentro la fabbrica. Quando lo dissi capo lui rispose: “e chi ci metto a lavorare fuori?” “ E proprio a me ci metti?” Così ho rotto il contratto.
Poi sono stato a Colonia per un anno. A Stoccarda mi sono fermato per 6 anni lavorando presso la Mercedes. Era un lavoro abbastanza leggero rispetto alle altre cose che ho fatto, ma molto pericoloso. Si trattava di sostituire le lampade fulminate della fabbrica. Bisogna tenere presente che la Mercedes era una fabbrica così grande che per i primi anni mi serviva una cartina per orientarmi. E quindi c’erano tutti i giorni delle lampade da sostituire. Il pericolo stava nel fatto che per sostituire le lampade non si poteva staccare la luce, altrimenti si sarebbe fermata la produzione. Dopo un po’ si fidavano di me al punto da farmi capo squadra, con 5 o 6 operai alle mie dipendenze. Erano soprattutto italiani, turchi, spagnoli. Capirsi con tutte queste lingue e spiegare come andava fatto il lavoro era sempre un’impresa. E gli operai cambiavano molto spesso, perché si rendevano conto che il lavoro era pericoloso. Ed allora mi toccava ricominciare tutto da capo e spiegare il lavoro ai nuovi arrivati.

Sono sempre stato curioso di conoscere il tedesco. Chiedevo sempre che mi spiegassero il significato delle nuove parole. E infatti dopo 10 anni da emigrato parlavo il tedesco come l’italiano, che nel mio caso vuol dire che lo parlavo male, perché anche in italiano faccio molti errori. Però mi facevo capire bene. Invece c’era gente che anche dopo 20 anni in Germania non riusciva a comunicare. E spesso capitava che mi chiedessero di fare da interprete per dire qualcosa al padrone.”

Le mie cazzate
Beniamino mostra una notevole dose di autoironia quando ci racconta di alcuni errori del suo passato, dovuti alle intemperanze giovanili ed alla testardaggine.

“Ho sempre voluto lavorare, la scuola per me era un inferno. E poi era necessario che guadagnassi qualcosa per aiutare i genitori, quindi di scuola ne ho fatta davvero poca.
Se ho imparato qualcosa devo dire grazie al servizio militare, perché ho fatto 7-8 mesi di scuole serali quando ero sotto le armi. Il militare l’ho fatto nel ’51 a Palermo e poi a Udine, in totale 18 mesi.
Sono arrivato che non sapevo fare neanche la mia firma. Poi mi hanno detto che dovevo imparare a leggere e scrivere, altrimenti non mi davano la libera uscita e dovevo pulire i bagni tutti i giorni.
Se non fosse stato per le punizioni non mi sarei mai convinto. Inizialmente facevo addirittura dei disegni pornografici sul quaderno per farmi cacciare via dalla classe! Ma ora devo dire: per fortuna che ho fatto il militare!
Per fare cazzate mi sono congedato dal servizio militare con molti mesi di ritardo. Mesi che ho passato in galera: una volta mi hanno dato un mese, una volta 20 giorni, una volta 25…Parliamo della camera di sicurezza, non della semplice consegna, che è il divieto di uscire dalla caserma. Mi lasciavano in questa cella che aveva solo un letto di legno e un cuscino di legno inchiodato. Dentro è tutto scuro, e ci stai da solo. Entri nella cella e ti chiudono la porta dietro, e tu devi cercare il letto a tentoni.

Ho provato anche le prigioni civili, che erano più o meno simili. Ci sono stato sempre per causa di cazzate. Una volta ad esempio è stato per una lite.
La prima volta che ho conosciuto una camera di sicurezza stavo aspettando la cartolina per partire militare. Arriva una cartolina dei carabinieri e pensavo che fosse quella. Invece quando mi presento da loro mi mettono in camera di sicurezza. E io che chiedevo: “Ma almeno posso sapere che ho fatto, di che si tratta?” Alla fine viene fuori che si trattava di una multa non pagata per un magazzino che avevamo ad Altamura tra il '48 ed il '50. Dovevamo pagare 5.000 lire, e si trattava di una bella cifra per noi, dato che allora un operaio ne guadagnava 4-500 al giorno. Comunque non avevamo una somma simile, così mia Madre andò in giro a chiedere aiuto ai conoscenti per mettere insieme i soldi.

Ma ora basta parlare di queste cose. Alla gente forse interessa più dei miei fischietti che delle cazzate che ho fatto nella vita!”

La creta nel sangue
Anche oggi che è un uomo anziano, Beniamino mostra di avere un attaccamento istintivo e viscerale a quelle che sono le passioni che ha coltivato per una vita: modellare la creta e girare in lungo e in largo le sue Murge.
“Anche se un giorno io non vengo qui al laboratorio il mio pensiero sta sempre qui. Ma non vengo qui perché voglio guadagnare: ci verrei anche se non guadagnassi niente. Mi sento il lavoro proprio nel sangue. La domenica quando non lavoro e sto a casa le ore non mi passano mai.
Lo stesso mi succede per la raccolta dei funghi: stare lontano dalle Murge mi fa star male. E' l'accanimento di quando una cosa l’hai fatta da bambino e allora ti piace.

E poi usare la creta per me non è solo un lavoro ma una mania, un’esigenza fisica. Quando ero sotto le armi come artigliere un giorno stavamo facendo una esercitazione all’aperto con un cannone. Finsi di dovermi allontanare per andare al bagno, ma in realtà avevo notato che c’era della terra argillosa che si poteva lavorare. Modellai con questa terra trovata sul posto un cannone e lo portai agli altri soldati. Ero timoroso, non sapevo come avrebbero reagito, se sarei stato punito. In realtà furono tutti molto divertiti. Il mio sergente volle assolutamente conservare il mio cannone.

Quando ero alla miniera in Germania, invece, utilizzavamo un monta carichi per mandare su la merce ai clienti. A volte insieme alla merce mandavo su dei falli di creta modellati da me. E i miei colleghi su non capivano mai da dove venissero questi falli. Anche se dopo un po’ mi sa che hanno capito che venivano dall’Italia!”

Oggi le Cola Cola possono essere considerate forse il simbolo più riconoscibile del fischietto popolare,[7] e i Loglisci sono tra i pochissimi autori a non poter mancare in nessuna collezione, mostra, pubblicazione sui fischietti. Ma il mondo della ceramica sonora sta loro stretto, dato che Vincenzo e Beniamino hanno esposto i loro pezzi in gallerie d’arte importanti e sono oggi considerati artisti naif di grande sensibilità ed espressività.

NOTE
[1] P. Piangerelli (cur.), La Terra, il Fuoco, L’Acqua, il Soffio – la collezione dei fischietti di terracotta del Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari, Edizioni De Luca 1994. Il testo cita le ricerche in tal senso del Prof. Enzo Spera e di A. Caudela.
[2] Raffaele Loglisci vive e costruisce i suoi fischietti a Gravina. Hanno imparato a modellare Cola Cola dai fratelli Loglisci anche Michele Colonna, un nipote che tuttavia ha attualmente smesso la produzione, ed Antonio Seidita, che tuttora frequenta il laboratorio di Beniamino.
[3] Probabilmente la prima mostra di cui i fratelli Loglisci furono protagonisti grazie al fotografo e ricercatore di tradizioni popolari Carlo Garzia fu “I Grandi Esclusi - ”, tenutasi nel 1978 presso la Pinacoteca Provinciale di Bari.
[4] A quanto afferma Beniamino, la Cola Cola classica rappresenterebbe non un gallo, ma una gallina.
[5] In effetti in questo tipo di Cola Cola il piedistallo era sostituito da un capezzolo che facilitava l’impugnatura del fischietto.
[6] 1890-1964
[7] Il più importante museo dedicato ai fischietti, il Museo dei Cuchi di Cesuna (Vicenza) ha adottato il Cola Cola come proprio logo; la Camnera di Commercio di Bari lo ha utilizzato come esempio di prodottodi eccellenza dell’artigianato pugliese, così via.


FOTO

1. Beniamino Loglisci nella sua casa (foto T. Festa)

2. Cola Cola classici (foto M. Trulli)
3. Beniamino modella una Cola Cola (foto M. Trulli)
4. Pennelli autocostruiti (foto O. Chieco)
5. Forme di fischietti antiche: Cola Cola con "capezzolo", uccello, carabiniere, gallo, tromba (foto M. Trulli)
6. Grande Cola Cola di Vincenzo (foto T. Festa)
7. Cola Cola ancora da dipingere (foto M. Trulli)
8. Scultura a tema erotico (foto M. Trulli )



I testi sono di Massimiliano Trulli massitrulli@gmail.com, vietata la riproduzione

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