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lunedì 2 maggio 2011

Le Botteghe della Ceramica Sonora - Le Sculture fischianti del gruppo Sprout

“Il seme, sepolto nella terra, apparentemente muore, ma ogni primavera si ridesta a nuova vita per dare vivi frutti.” E’ questo l’incipit del Manifesto del gruppo Sprout, sodalizio artistico tra due talentuosi ceramisti con un’autentica passione per la ceramica sonora: Denis Imberti e Stefano Tasca.
Tra i costruttori di fischietti in terracotta, quella del gruppo Sprout è senza dubbio un’esperienza singolare da molti punti di vista: per l’originalità dei loro pezzi, per la giovane età dei suoi membri, e per la stessa scelta di presentarsi come collettivo.

E’ Denis a spiegarci come nasce Sprout ed il perché della scelta di questo nome: “Sprout – che significa germoglio in inglese - è nato nel 2008. Io e Stefano venivamo da un’altra esperienza che è durata 7 anni, quella del gruppo Seme, fondato da noi due con un altro ceramista. Il gruppo si è sciolto per motivi disparati, che non stiamo neanche qui a sondare. Si è deciso che il seme si era rotto, e ci siamo detti: qui o spunta il germoglio o si muore. E abbiamo provato a far spuntare il germoglio io e lui .
La nostra idea è comunque di ragionare in prospettiva, per cui tra 7 anni fonderemo un altro gruppo che sarà l'evoluzione del germoglio. Il 7 d'altronde è anche un numero particolare: pensiamo ad esempio al ciclo di rigenerazione delle cellule; ed è anche un numero mistico, magico
”.

La scelta di lavorare come gruppo, nasce dall’esigenza di un continuo confronto artistico, nella convinzione che questo possa favorire un arricchimento reciproco e rappresentare un valore aggiunto dal punto di vista creativo. Racconta Stefano: “Noi non abbiamo questa esigenza dell’individualità, per cui chi di noi idea un pezzo se lo deve finire da se. Invece tra noi c’è proprio questa versatilità di ruoli, che si intrecciano continuamente. Nella costruzione di un pezzo succede spesso che Denis si occupi della forma, e poi magari intervenga io con la pittura. O vice versa. E poi un pezzo viene fatto a più mani, anche dal punto di vista progettuale”.

Denis e Stefano sono ceramisti completi e tecnicamente capaci. Spesso lavorano su pezzi di medie e grandi dimensioni, ma sempre fischianti. Per loro non esiste insomma la distinzione fatta da molti loro colleghi ceramisti tra fischietto e scultura, tra oggetto fatto in serie a cui aggiungere il modulo sonoro e pezzo importante: “I nostri pezzi suonano tutti. Nel nostro lavoro il fischietto è un fattore centrale. Non è un fatto accessorio, o una firma, fa parte proprio dell’opera. In quasi tutte le culture vi è l’immagine di Dio che soffia nel fango e da la vita. Quindi il fischio è per noi una sorta di immagine della creazione”.

Tra arte e artigianato
I fondatori di Sprout sono ben consapevoli delle difficoltà che deve affrontare chi voglia fare ceramica oggi. Difficoltà che non sono legate solamente al preoccupante calo di interesse e investimenti pubblici e privati in campo artistico, ma anche a una sorta di pregiudizio che colpisce da sempre la ceramica in quanto tale. Rispetto a chi dipinge ad olio o scolpisce in marmo, ad esempio, il ceramista viene immediatamente associato alla figura dell’artigiano piuttosto che a quella dell’artista.

Denis: “E’ difficile fare ceramica oggi, c'è poca considerazione, sensibilità. Noi andiamo avanti senza finanziamenti, per passione. Facciamo anche altri lavori, dobbiamo auto finanziarci, cercare di trovare degli sbocchi. Non è facile però insomma lo si fa perché ti sostiene la passione. Una passione porta con se tutte le conseguenze negative che ogni passione ha. Può anche essere molto distruttiva. E porta anche delle conseguenze positive: ti da una grande energia.

Poi c'è tutta una ambiguità legata allo scambiare la ceramica per il lavoro del fare le stoviglie, sopratutto in questa terra dove si è prodotto molto dal punto di vista industriale. Ci troviamo su un terreno molto confuso a metà tra l'arte e l'artigianato: gli artigiani ti dicono che sei un artista, e gli artisti che sei un artigiano. Ognuno cerca di scalzarti dal proprio posto
”.

I maestri del Germoglio, da Picasso a Rigon
Durante la nostra chiacchierata, il gruppo Sprout non trascura di rendere un riconoscimento sia a coloro che sono stati i suoi maestri diretti che agli artisti che hanno fatto comunque da punto di riferimento per la sua crescita artistica:

Denis: “Abbiamo fatto l'Istituto d'Arte di Nove, e di questa scuola vogliamo sicuramente menzionate due figure. La principale l’insegnante che ci ha attaccato questa “malattia” del soffio nella creta, che è Francesco Rigon. Anche lui è un costruttore di fischietti, per me uno dei più bravi.
L'altra figura importante è stata per noi Antonio Bernardi, un artista anche lui della zona. Fa fischietti ma non principalmente. Ci hanno dato un po’ il segno, il solco del percorso.

Indirettamente abbiamo preso molto anche da Federico Bonaldi, anche perché lo stesso Rigon tra i grandi maestri della tradizione novese, come Pianezzola, Tasca e Bonaldi, predilige quest’ultimo. Per i suoi fischietti non si è ispirato tanto all’operazione di Tasca di usare la trafila, quindi il mezzo meccanico, per fare cose artistiche. Né a quella di Pianezzola che è molto legata a certe sperimentazioni anche con il colore. E’ più legato all’esperienza di Bonaldi, quindi alla tradizione popolare. Ovviamente con un suo personale percorso di innovazione.

In senso più ampio le nostre figure di riferimento sono senz’altro Picasso ma poi anche Gaudì. Ultimamente anche Arcimboldo e Bosch, anche se riletti in una maniera particolare
”.

Reimparare ad usare le mani
Il Manifesto del gruppo parla di un tentativo di “superamento della ormai cinquantennale dittatura del manierismo della Pop Art e dei suoi derivati” e di una esigenza di “tornare a re-imparare l’antico lavoro manuale” senza fari scudo di “presunte superiorità del mondo intellettuale su quello manuale.”

Denis: “Oggi architetti e designer non sanno fare gli oggetti, se li fanno fare dagli artigiani. Si appropriano di cose che non hanno fatto loro, e magari hanno anche la sfacciataggine di firmare il pezzo: per esempio vanno in India, si fanno fare un manufatto, e lo ripropongono qua. Questo crea uno scollamento enorme, perchè va a finire che chi progetta non conosce più i limiti e le possibilità che ha la materia.

Il nostro tentativo è allora quello di generare una sorta di Neo-Rinascimento. Anche il Rinascimento è nato da abilità artigianali, perchè Michelangiolo era uno scalpellino, e lo stesso Caravaggio - che io ritengo ancora facente parte del Rinascimento più che del manierismo - era un decoratore di fiori. Questo non per fare i difensori del lavoro manuale a tutti i costi, ma credo che oggi si debba ripartire da qua, perché l’arte adesso è in una situazione di sovra-concettualizzazione. Siamo arrivati a concettualizzare anche il non senso, il niente. All’inizio questo non-senso concettualizzato aveva motivi anche di provocazione e di contestazione politica. Ma ora mi sembra che sia solo frutto di una certa faciloneria nel ripetere quello che è stato fatto da decenni anni a questa parte. La pop art di Andy Warhol avrà ormai 60 anni!

Questa iperconcettualizzazione può portare quasi a un nichilismo artistico, ad un’implosione della sensibilità. Rischi che ti blocchi, ti inibisci e non fai più nulla. Ti sale l’angoscia della pagina bianca. Credo si debba partire facendo un lavoro manuale, e poi riflettere nel mentre lo si fa e dopo che lo si fa, non prima. E quindi bisogna ricominciare a fare: bisogna ricominciare a piantare il peperoncino e non andarlo a comprare al supermercato, questo è il senso. E poi bisogna capire che la pianta ha bisogno di tempo, capire che la ceramica non si fa in un giorno ma si fa in 5, 6, 7, 8 mesi. Non siamo contro il concetto, ma contro a una sorta di manierismo che ormai ha assunto l’arte concettuale, che si ripete ormai da 60 anni a questa parte.
Quindi nel nostro processo creativo a far da padrone non è mai la mente ma il lavoro, la mano. Nel senso che quando lavori la terra, è la terra stessa a dirti: puoi arrivare fino a qua, puoi fare questo
”.

E probabilmente non è un caso se la casa che il Gruppo sta restaurando per farne il proprio laboratorio – in località Pozzoleone, nelle campagne del bassanese – è stata costruita personalmente dal Bisnonno di Denis. “Costruita con una sola mano” – precisa lui – “perchè nella prima guerra mondiale era stato colpito al polso”.

Tra arte globale ed elettronica
Centrale nell’esperienza percorso di Sprout – e prima ancora del gruppo Seme – è il percorso di ricerca che spazia tra forme e stili che vanno al di là del tempo e dello spazio, anche come forma di superamento dell’etnocentrismo occidentale.

Denis: “Picasso è stato il primo a rendersi conto che bisognava uscire dal solco dell’occidente, e quindi andare verso un’arte - mi si perdoni il termine - globale. Ora che siamo davvero in un mondo globalizzato perchè non sfruttarne gli aspetti positivi? Perché non cominciare a contaminare tutti gli stili del mondo?

L’arte africana non è ancora per certi aspetti definita tale, non è ancora catalogata e protetta. Ma se uno si ponesse il problema di inventare un naso, sappiamo che nell’arte africana c’è un serbatoio di creatività, di forme e di nasi che l’occidente a confronto appare veramente povero. Quindi credo che sia il momento per l’occidente e non solo di cominciare a incontrarsi, di cominciare a fare dei matrimoni multietnici dal punto di vista artistico. E già tutto il percorso del Gruppo Seme è stato un percorso di ricerca sull’arte mondiale, sulla contaminazione tra le arti e sulla trasformazione filtrata con la ceramica
”.

Stefano: “Ad esempio per una scultura possiamo ispirarci all’arte precolombiana o africana, o ad altre cose magari mescolate insieme. Questo è un prototipo che abbiamo fatto di una scultura dedicata al mare. Per la forma abbiamo preso spunto da un’ancora pre-romanica. Si trattava di ancore arcaiche fatte di pietra. E noi abbiamo usato questa forma riprendendo anche una decorazione di una pavimentazione romana che ricorda il movimento dell’onda. E’ venuta fuori questa statua che adesso vorremmo proporre a qualche città di mare per fare una scultura di tre metri. Sempre fischiante, facciamo fischiare tutto noi!”

Nel corso degli ultimi anni l’interesse per i modelli di altre culture e di altre epoche si è fuso con quella che il gruppo chiama “fascinazione” di oggetti provenienti dal mondo dell’elettronica, trasfigurati e trasformati all’interno delle loro sculture fischianti.

Denis: “Adesso stiamo facendo un’operazione un po’ diversa, che rappresenta poi la differenza fondamentale tra il gruppo Seme e il gruppo Sprout. Si tratta di fare entrare l’elettronica nell’arte, cosa che in Italia ha già fatto ad esempio Battiato in campo musicale.

Spesso ci siamo trovati di fronte ad oggetti di uso comune - ingranaggi, apparecchiature elettriche - che istantaneamente ci creano una fascinazione. Come un bambino che guarda la nuvola e ci vede una pecora, noi quando ci troviamo di fronte un ingranaggio oppure ad un chip, ci vediamo un volto, o un pezzo di corpo. L’idea che seguiamo non è però quella della de-contestualizzazione di Duchamp, ovvero l’operazione di prendere un ingranaggio di una macchina e metterlo fuori contesto. Il processo che cerchiamo di seguire è quello di trasformarlo, e questo attraverso il lavoro manuale e anche attraverso i limiti che la ceramica stessa ci pone. Ad esempio se io prendo un circuito da un vecchio libro di elettronica so che alcune cose con la ceramica non le posso riprodurre. Non solo, ma nel leggere quella immagine la mia stessa mente già elabora una semplificazione, procede alla scomposizione degli elementi, alla loro trasformazione, alla loro elaborazione
.

Così, dopo aver fondato il gruppo Sprout abbiamo cambiato il punto di vista della ricerca. Mantenendo però il tipo di percorso: non è che abbiamo perso interesse per l’arte del mondo: c’è una contaminazione tra le due ricerche, ovviamente.

Ad esempio questo fischietto è una contaminazione tra una figura Maya nella parte superiore, e nella parte inferiore una sintesi, un’astrazione di una spina internazionale che aveva mio fratello.
Oppure quest’altro pezzo: quando abbiamo fatto l’impianto elettrico del laboratorio abbiamo trovato questa forma qua in una scatola di congiunzione. Siamo rimasti affascinati e abbiamo pensato: questo è quasi un volto meccanico. E abbiamo fatto questo fischietto dandogli una interpretazione coloristica particolare.”

Assemblatori di ingredienti altrui
Un'altra convinzione forte del Gruppo sta nel fatto che l’atto creativo non consista tanto nel creare qualcosa di nuovo, ma piuttosto nel riprendere e rielaborare in base alla propria sensibilità tecniche e stili di artigiani ed artisti che ci hanno preceduto – a loro volta forse copie o rielaborazioni di altre e più antiche fonti.

Denis: “Noi siamo come dei compositori: non abbiamo bisogno di inventare le note per fare la musica, ma di metterle insieme. Ad esempio possiamo coniugare una forma Maya con un labirinto preso da una cattedrale francese e con lo studio di una foglia d’edera. Anche Socrate con la maieutica faceva crescere dentro ai suoi allievi, compagni, interlocutori, una idea autonoma, che lui stesso non aveva mai avuto. Questo ci porta anche a capire che quello dell’originalità - problema ossessivo dell’occidente - è un falso problema.

Le opere di Omero o Shakespeare sono il risultato di un precipitato di oratori e poeti che hanno inventato storie e le cantavano. A un certo punto loro hanno attinto a questo serbatoio facendone delle opere d’arte.
L’arte ripete sempre il passato perché è legata col passato. La semplice operazione che un artista deve fare è rielaborarlo, metterlo al passo con i tempi, non credere di avere un colpo di genio di punto in bianco, senza spunti, per poi magari accorgersi di aver fatto una cosa già fatta 10 o 50 anni fa”.

Stefano: “Si, questa dell’originalità è un po’ una fissazione dei nostri tempi, che sono molto legati al concetto di novità. Quindi se fai qualcosa deve essere per forza nuovo, e di conseguenza c’è sempre la convinzione che l’ispirazione significhi creare ex novo”.

I nostri cuchi orfani
Singolare è la scelta dei titoli attribuiti ai pezzi realizzati, e soprattutto la modalità con cui questi vengono attribuiti a ciascuna opera.

Tra i titoli dei nostri cuchi troverai dei nomi e dei cognomi strampalati. Non ci sono opere che si chiamano “spazio infinito” o “frammenti”, ma piuttosto “Roy Lilin”, e cose di questo genere. Questo è per rivendicare che i pezzi una volta finiti non sono nostri. Hanno anche un cognome diverso dal nostro, acquisiscono una vita propria.

Questa operazione di nomina avviene in maniera dadaista, casuale. Prendiamo il Mereghetti, il dizionario di cinema, e componiamo cognomi e nomi aprendolo a caso. E’ una idea per staccare l’identità delle opere dalla nostra identità. E quindi è un’ idea che rimarca ancora di più il fatto che le opere sono una cosa e sono un percorso e il nostro è un altro. Non coincidono”.

Tra tradizione e innovazione
La proiezione verso l’arte del mondo non significa ovviamente disinteresse per la tradizione locale. Al contrario il Gruppo riprende e valorizza le tradizioni culturali e artistiche del territorio, viste non come una proiezione statica verso un passato idealizzato, bensì come testimonianza di radici solide da cui è possibile ripartire per un percorso di rinnovamento senza atteggiamenti di soggezione.

Denis: “Credo che il senso di un ritorno alla tradizione non stia in una adesione acritica o una idealizzazione di un passato che non c’è più. Questo ti può anche ingabbiare come in una bolla. Quindi non è che ci si deve fermare, bisogna arrivare a una re-invenzione della tradizione”.

Da notare che nonostante l’apparente vitalità della produzione di cuchi veneti, Stefano e Denis sono oggi tra i pochi produttori non anziani in circolazione.

Denis: “Quella dei cuchi rischia di essere una cosa che prima o poi si perderà. Siamo tra i pochissimi nel bassanese e vicentino sotto i 60-65 anni che li fanno con continuità. Credo che chi li fa una volta ogni anno o ogni due non si possa definire un costruttore di fischietti. In quei casi è un hobby”.

Tecniche ed alchimie ceramiche
Ovviamente le eclettiche sperimentazioni del Gruppo non si limitano alle forme, ma si estendono anche all’uso di materiali, colori, tecniche di cottura differenti.

Denis: “In alcuni pezzi usiamo materiale refrattario, in altri delle argille colorate. In alcuni casi abbiamo sperimentato la tecnica classica della ceramica smaltata, ma gran parte della produzione del Gruppo Seme è stata fatta con pittura a freddo, quindi con colori acrilici da noi auto prodotti con le polveri e con l’aggiunta di un collante. Abbiamo anche iniziato una sperimentazione con i colori ad olio.
A volte usiamo il forno a legna perché cerchiamo un effetto particolare, altre invece è un problema di dimensioni, perché per i pezzi grandi non ci sono forni a gas così alti. E’ molto difficile raggiungere le alte temperature in quei casi, considerato anche che dobbiamo arrivare non a 1.000 ma di 1.200-1250 gradi”.

Stefano: “Ad esempio qui a Nove c’è una scultura di 2 m fatta nel 2008 che sembra uno scarafaggio.. E’ un pezzo monolitico in ceramica ed è stato fatto con un forno a legna auto costruito. Siamo arrivati come temperatura a 1250 g. Lo abbiamo costruito noi e finita la cottura lo abbiamo smontato”.

Anche discutendo con il gruppo Sprout di tecniche di produzione, ritroviamo la consapevolezza che a volte è la materia a decidere per noi quale forma o quale colore definitivo debba avere un oggetto.
Denis: “La ceramica è un lavoro molto difficile, quasi più difficile che scolpire la pietra. Certo, lo scultore della pietra può solo togliere materia, mentre il plasmatore che usa la terra aggiunge e toglie a suo piacere. Però con la ceramica c’è l’elemento del fuoco, e con il fuoco tu chiudi il forno e non sai se ti viene fuori una cagata o una bella cosa. Se metti nel forno cose semplici viene fuori una reazione prevedibile, ma se cominci a fare delle forme complesse ci possono essere delle sorprese. E quel colore li che ti esce fuori non sarà mai riproducibile, perché non potrai ricreare le medesime condizioni”.

Stefano: “Ad esempio questa sorta di scimmia doveva uscire rosa. Mi ricordo benissimo: avevamo usato l’ossido di ferro, e quando lo usi ti viene fuori un rosa, o comunque un rosso mattone. Fatto sta che dopo la cottura nel forno a legna ci siamo trovati con questo verdino e proprio non riusciamo a capire il perché! La ceramica ha le sue alchimie!”

Note
Altre informazioni sul Gruppo e sulle sue opere sono reperibili al sito http://www.sproutarte.it/

Le foto, pubblicate per gentile concessione degli autori, si riferiscono nell’ordine alle opere seguenti:
1) Abel Falcon (cm 30 x 31 x 16) Colombino, Refrattario, Engobe, Forno a Gas 1040°, Sprout, 2008
2) Mina Robin's (cm 25 x 31 x 30) Colombino, Refrattario, Engobe, Forno a Gas 1040°, Sprout, 2008
3) Chloe Miho (cm 36 x 23 x 40) Modellazione a Mano, Refrattario, Acrilico, Forno a Gas 1040°, Seme, 2006
4) Roy Ilin Tree, 1° Classificato Vincitore della Mostra concorso Il Giardino Contemporaneo...sculture e istallazioni all'aria aperta nel paesaggio friulano (a cura di Mara Campaner) Country House Due Fiumi, Sacile: Pordenone, Sprout 2010
5) Robert Abbott, Modellazione a Mano, Refrattario, Acrilico, Forno a Gas 1040°, Seme, 2001
6) Gregor Samsa, Colombino, Refrattario, Engobe, Forno a Legna 1250°, Seme, 2007
7) Pasty Carole, Colombino, Refrattario, Engobe, Forno a Legna 1250°, Sprout, 2008.

I testi sono proprietà di Massimiliano Trulli massitrulli@gmail.com, vietata la riproduzione.

martedì 26 aprile 2011

I fischietti vincitori della Biennale di Canove

Il 24 aprile 2011 a Canove di Roana (Vicenza) si è inaugurata la X edizione della Biennale Internazionale del Fischietto in Terracotta.
Come sempre in questa manifestazione, la partecipazione di costruttori di fischietti è stata particolarmente ampia e qualificata. Sono stati oltre 170 gli artigiani e gli artisti partecipanti, circa la metà dei quali in rappresentanza di paesi esteri come Russia, Ucraina, Bielorussia, Danimarca, Israele, Portogallo, Ungheria, Lituania, Moldavia.

Questi i premi e le menzioni assegnate dalla giuria di esperti presieduta da Rolf Mari.


Primo premio a Olga BEZPALKOVIC (Ucraina)
Secondo premio a Claudio BONOTTO (Nove)
Terzo premio a Alberto CAVALLINI (Certaldo) Premio unico secondo tradizione a Benvenuto FECCHIO (Grillara)
Premio fischietto innovativo a Francesco RIGON (Nove)
Miglior fischietto straniero Elena YUKOVIC (Russia)
Segnalazioni e menzioni anche per ...
Tetiana PAVLYSHYN SVIATUN

Liceo Scientifico Belfiore di Mantova - Gruppo “Dammi un Fischio Scuola d’Arte del Bambino (Russia) Fabiano SPORTELLI (Bagnacavallo) Romes FURIAN (Galzignano) Lesya ROS’(Ucraina) Enrico STROPPARO (Marostica)

La Biennale sarà ancora visitabile fino al 15 maggio presso il Municipio di Canove. Dall’1 giugno al 30 settembre i pezzi saranno invece esposti presso la sede del Museo dei Cuchi di Cesuna, dove sarà anche possibile votare per l’assegnazione del premio della Giuria Popolare.

mercoledì 20 aprile 2011

Le Botteghe della Ceramica Sonora - Tarcisio Destro: una vita intera a far fischiare la terra


“I cuchi li faccio così, per passione. Non ho altre ambizioni. Così a volte lavoro qui nel mio laboratorio dalla mattina presto fino a tardi, e quando mi chiama mia Moglie perchè è pronto in tavola, magari le rispondo: aspetta ancora un attimo, che sto finendo un cuco!”

Nel suo laboratorio di Nove (Vicenza), Tarcisio Destro ci racconta volentieri di quella passione per i cuchi che lo accompagna da quando aveva vent’anni o giù di lì. Ed a conti fatti, sono quasi 6 decadi che questo Maestro cucaro modella i suoi pezzi: “Ho iniziato a fare i cuchi nel lontano '56, forse anche qualche anno prima. Poi ho continuato, e continuo tutt’ora. Forse perché così mi sento giovane!
A farli mi ha insegnato Nerone Nicoli, un grande Maestro con cui ho avuto la fortuna di lavorare.
E l'altro Maestro per me è stato il Professor Gino Cuman, un grande modellatore."

Una delle cose affascinanti del racconto di questo ceramista è che è in grado di testimoniare le diverse funzioni che il fischietto ha assunto nel secolo scorso, passando da giocattolo a oggetto di collezionismo: "Negli anni ’50 gli acquirenti dei fischietti erano ancora i bambini. E si vendevano nelle sagre di paese, naturalmente. Per esempio nella sagra di Nove, che è il 29 e 30 di giugno, assieme alla frutta e ai giocattoli, c'erano sulle bancarelle questi fischietti.
Non erano fatti e dipinti come adesso. Era robetta piccola, e come colori utilizzavamo la calce per fare il fondo bianco e poi i colori da muro, che si compravano nei negozi di ferramenta.

La cosa divertente è che ero molto geloso dei miei primi fischietti. Mica li vendevo: li tenevo nascosti! Quando per la prima volta ne ho venduto qualcuno stavo quasi per uscire in strada e correre dietro all’acquirente per farmeli dare indietro!

Naturalmente facendo i fischietti in terracotta non sei in grado di mandare avanti una famiglia,
bisognava lavorare in fabbrica. Solo a tempo perso mi dedicavo a fare queste cose. Ho lavorato tanto in fabbrica, oltre 25 anni. Poi mi sono messo a lavorare per conto mio e ho lavorato come artigiano per 12 anni.

Sono andato in pensione nel ‘93, e a quel punto mi sono potuto buttare giù a capofitto a fare i miei fischietti. Nessuno mi disturbava, e io nella quiete del mio scantinato ho creato un pò di tutto. "

Un trionfo di forme e colori
Il laboratorio di Tarcisio Destro strabocca di fischietti e altri manufatti, che non si limitano a riempire ogni parete, ma pendono persino dal soffitto. Essendo più alto di lui di alcuni centimetri, sbatto continuamente la testa contro alcuni di questi oggetti appesi mentre mi aggiro curioso nei due grandi ambienti dedicati uno alla lavorazione e l’altro all’esposizione dei pezzi. Guardando i cuchi che Tarcisio ha creato negli anni si rimane stupiti dalla sua fantasia e abilità nel creare soggetti diversi, spesso coloratissimi. E lui ci conferma che quello di trovare forme e stili sempre nuovi è un gusto a cui anche dopo tanti anni non rinuncia:
"La mattina mi sveglio, e magari prima ancora di alzarmi dal letto penso a cosa posso fare di diverso. Ad esempio ho fatto delle cose ispirate all’America Latina, o alle statue dell’Isola di Pasqua, o ancora al gatto e all’aquila egizia.”

Tarcisio passa in rassegna alcune delle sue creazioni: “Questo è un fischietto ad acqua doppio. E’una creazione mia, ha due diverse cannucce che vanno a pescare nel serbatoio. E ne viene fuori un suono formidabile” La successiva dimostrazione pratica di come suoni questo fischietto prova che le sue parole non sono esagerate.

"Questa è una cuca buffona. E’ un po’ complicata da fare, perché bisogna costruirla in due parti. La parte sotto deve suonare da fischietto, in quella superiore ci si mette il borotalco. Una volta si usava il nero fumo, la fuliggine.

Faccio anche delle ocarine, ma a dirvi la verità per quelle mi aiuta un musicista. Me le sistema, le fa suonare insomma, perché io di musica non me ne intendo."

Oltre che trovando forme sempre nuove, Tarcisio Destro si diverte a stupire facendo fischiare i pezzi in modi insoliti: “A me non piace che ci sia il pippolo in vista. Dal punto di vista estetico mi piace più che la parte fischiante sia nascosta. E magari lo faccio fischiare da posti insoliti, anche da sotto. Ho fatto suonare anche le tette delle mucche!"

Tra le diverse tipologie di fischietti, la sua preferenza va decisamente a quello globulare, che considera più raffinato ed in fondo più autentico: "In altri paesi dove c'è la tradizione dei fischietti, spesso modellano la figura e poi ci mettono il pippolo attaccato. Noi invece qua a Nove modelliamo quasi sempre il fischietto insieme alla figura, che fa da cassa di risonanza. Ed anche io preferisco fare in modo che tutta la figura sia lo strumento che suona.”

Il Gruppo Cucari Veneti

Negli ultimi due decenni, Tarcisio ed altri maestri riuniti nell’associazione dei Cucari Veneti, hanno contribuito non poco al rilancio dei fischietti in terracotta, intesi sia come riscoperta di una tradizione culturale del territorio, sia come forma di espressione artistica moderna e in grado di rinnovare continuamente se stessa.
Insieme a Francesco Stocchero e a pochi altri artigiani siamo stati i fondatori del Gruppo Cucari Veneti. L’associazione è nata ufficialmente nel ’96, ma ci eravamo già formati come gruppo qualche anno prima. I primi 7 siamo stati noi, poi si sono aggregati altri e oggi siamo arrivati a 30 artigiani associati."

I Cucari Veneti organizzano regolarmente esposizioni di fischietti a tema che riscuotono un notevole successo tra gli appassionati. Oltre agli artigiani veneti sono stati spesso invitati ad esporre maestri provenienti da altre regioni in cui esiste la tradizione dei fischietti, come la Puglia e la Basilicata. Di queste esposizioni esistono anche dei bei cataloghi.[1]
La prima mostra di cuchi l'abbiamo organizzata a dicembre del '94 qui a Nove, vicino al Museo della Ceramica. Ricordo che sgobbammo tanto per metterla su.

Per queste mostre ogni anno stabiliamo un tema diverso e modelliamo dei fischietti su quell'argomento. Una delle ultime mostre ad esempio è stata sul tema della religiosità. Ed io ho fatto il prete ed il campanaro con il cesto delle uova. Perchè una volta i parroci andavano in giro per le campagne a dare la loro benedizione e raccoglievano le offerte. Qualcuno dava delle uova, chi poteva donava un pollo, e se qualcuno aveva anche dei soldi dava anche quelli.

Per la mostra "il Cuco a Tavola" ho fatto suonare anche tre fischietti a forma di scodella, di pane e di cucchiaio. "

L’Associazione organizza anche attività didattiche rivolte alle scuole e partecipa a manifestazioni culturali: “Con il gruppo Cucari Veneti siamo stati in numerose scuole, come Castelfranco Veneto, Rosà, Nove. Insegniamo ai bambini a prendere confidenza con la creta ed a fare i fischietti.

Siamo stati anche due volte a Roma, ospiti del Museo delle Arti e Tradizioni Popolari dell'EUR. La prima volta è stata nel '95, durante la mostra dei fischietti.
[2] Poi nel '96 siamo tornati.
Abbiamo fatto un successo enorme! Arrivavano tantissime scolaresche, dalla prima elementare alla terza media. Noi facevamo le nostre dimostrazioni di come si fanno i cuchi, e i ragazzini erano entusiasti. Abbiamo fatto una cagnara da non finire con ‘sti fischietti!

Tra l’altro c’erano le maestre che spingevano via i ragazzini perché volevano rimanere loro loro davanti a godersi lo spettacolo!

Poi ci capita di andare qui e lì a fare delle iniziative. Ultimamente ci hanno chiamato a Marostica ad una mostra di artigianato. Quando c’è una iniziativa chiamano noi Cucari per fare un po’ di baccano ed attirare gente!”

I testi e le foto sono proprietà di Massimiliano Trulli, massitrulli@gmail.com, vietata la riproduzione.

Note


[1] Sono stati pubblicati: I cuchi…musicanti” 2006; Il Cuco a Tavola 1998; Curari e Figuli – mostra di ceramiche fischianti appese 1997; Il Cuco contenitore zoomorfo 2002. Si veda il sito del Gruppo Curari Veneti per maggiori informazioni http://www.ceramics.it/cucari/cucari.html
[2] Si tratta della mostra di fischietti più importante mai realizzata in Italia, dal titolo "la Terra, il Fuoco, l'Acqua, il Soffio" che si tenne dal 6 aprile al 31 dicembre 1995 presso il Museo delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma.

giovedì 14 aprile 2011

XI Fiera del Fischietto a Lecce


Dal 28 aprile al 2 maggio 2011 si terrà a Lecce, a cura di Academia Lupiaensis e con il patrocinio della Provincia e del Comune, la XI fiera del fischietto. La rassegna quest'anno è dedicata al 150° anniversario dell´Unità d´Italia. Durante la manifestazione saranno conferiti 3 premi: un premio verrà assegnato a chi ha saputo interpretare in maniera piú artistica e spiritosa il tema, un secondo premio verrà assegnato al miglior banchetto, un terzo premio all´originalità delle forme e dei colori.

domenica 10 aprile 2011

Memorie e Suoni di Terra - LA FAMIGLIA SCURO e la tradizione dei Cuchi di Nove

Con questo post iniziamo una serie di pezzi dedicati ai Cucari del Veneto. E' il nostro modo di prepararci alla 10° Biennale Internazionale del Fischietto in Terracotta che si terrà a Canove di Roana a partire dal 24 aprile 2011. Buona lettura!


Succede spesso che un passaggio generazionale porti nel volgere di pochissimi anni alla perdita di un prezioso patrimonio di memorie e tradizioni che magari erano state custodite da quella famiglia e da quel territorio per secoli interi. Non è questo il caso degli Scuro di Nove, dove Luigi ha conservato con cura e dedizione le memorie di una famiglia impegnata da generazioni nella lavorazione della terracotta e nella realizzazione dei cuchi, i tradizionali fischietti veneti. E allora Luigi accetta di buon grado di parlarci di quella tradizione di cui lui è discendente diretto. E comincia parlandoci di questo paese del vicentino nel quale da circa trecento anni la produzione ceramica rappresenta il fulcro dell’economia, e dove fino a poche decine di anni fa buona parte dei novesi, donne e uomini, erano impiegati in questo settore.




I cucari di Nove

“I miei antenati erano ceramisti, naturalmente, perché la tradizione novese è questa. Si fa fatica a trovare famiglie di qui che non abbiano avuto a che fare con la ceramica, si fa molta fatica.”

Ovviamente nessun novese era cucaro a tempo pieno: lavoravano come modellatori, addetti alla fornace, vasai, stampatori, eccetera. Oggi il modello produttivo locale è fatto di piccole botteghe artigiane, ma allora lavorare come ceramisti significava essere impiegati come operai in grandi fabbriche: “Prima degli anni ‘30 c’erano 5 o 6 ditte grosse che impiegavano centinaia di operai. Allora avere un forno era impegnativo, perchè i forni andavano a legna, erano forni enormi. Adesso è più facile mettersi in proprio, perché acquisti un fornetto e lo riempi con una piccola quantità di pezzi.”


A margine di questo lavoro nelle fabbriche, c’era la produzione di cuchi,[1] che serviva per arrotondare la paga. Luigi ci racconta nel dettaglio fasi e tecniche di produzione: “I cuchi erano considerati dai ceramisti una produzione di secondo piano. Li facevano soltanto se gli rimaneva del tempo, e usavano soltanto materiale povero, rimanenze che avevano a disposizione. Si facevano di solito con la terra rossa usata per fare le pentole, le pignatte. Questa argilla se la preparavano da soli, anche perché all’epoca la materia prima costava molto di più di oggi in proporzione al prezzo di vendita degli oggetti. Non era un’argilla tanto pura, ma per fare questi oggetti qua la facevano andare bene. Se la procuravano in delle piccole cave vicino al paese. Raccoglievano un po’ di argilla e la mettevano a decantare con l’acqua in una buca che si facevano nell’orto di casa. Dopodichè la raccoglievano, veniva un po’ depurata, poi la mettevano ad asciugare e la usavano per fare i fischietti”.


I pezzi venivano cotti in rudimentali piccoli forni costruiti con mattoni a secco dentro al caminetto della cucina, appoggiati a uno dei due stipiti. Dentro se ne potevano ammucchiare un centinaio di dimensioni medio-piccole.[2]Durante la cottura si arrivava a 700 gradi, non di più. Non è che con un forno casalingo si potesse arrivare molto al di sopra di queste temperature. Di conseguenza l’oggetto era più fragile, e tendeva ad assorbire l’umidità ed anche il colore.

Poi, una volta cotti, i fischietti venivano decorati a freddo. Sicuramente i colori utilizzati non erano molto resistenti: molti se li fabbricavano con delle terre naturali, e per farli tenere di più li mescolavano con un po’ di colla di pesce oppure usavano un po’ di latte. Oppure si usavano i colori da muro. Soltanto dopo, negli anni 60 i cucari hanno cominciato a fare oggetti più grandi e ricercati, e hanno iniziato usare gli smalti.”[3]


Nonno Giacomo e Nonna Antonia Scuro

Dopo questa introduzione generale sui cucari di Nove, chiediamo a Luigi di parlarci in maniera più specifica della produzione di cuchi nella sua famiglia E lui non deve faticare più di tanto a scavare tra ricordi sbiaditi per soddisfare la nostra curiosità: l’interesse e la dedizione verso questa tradizione lo hanno spinto a dedicarsi negli anni - insieme alla sorella Maria Gemma - ad un approfondito lavoro di ricerca sulla storia della sua famiglia e sulle forme dei cuchi prodotti dagli Scuro.[4]Posso dire con certezza che nella mia famiglia i cuchi li faceva già il mio Bisnonno. E’ probabile che la tradizione dei cuchi nella mia famiglia sia ancora più antica, ma non è documentato. Sul Bisnonno invece c’è una testimonianza orale di Nonno, che mi raccontava di come suo Padre facesse i cuchi nella contrada di Silan.

Del lavoro di mio Nonno mi ricordo poco, purtroppo: ero proprio piccolo all’epoca. Lui di mestiere lavorava ai forni, e sapeva usare anche il tornio. Dei cuchi faceva lui sia le figure che la parte fischiante. Li faceva prevalentemente in casa, anche se si dice che anticamente i cucari modellassero spesso durante i turni alle fornaci. Stavano svegli la tutta la notte a vegliare il fuoco, e solo di quando in quando dovevano aggiungere la legna oppure controllare la temperatura. Quindi gli rimaneva tempo sufficiente per fare oggettini così.


Dopo la crisi mondiale del ’29-30, il lavoro nelle fabbriche era diminuito, ed allora per guadagnare qualcosa in più Nonno si dedicò in maniera più continua a produrre i fischietti.

Era molto veloce a modellarli, aveva molta manualità, e in casa tutta la famiglia partecipava alla produzione. Mi ricordo ancora la casa dove Nonno lavorava. Avevano costruito una piccola fornace nell’orto, fatta con i mattoni, ed un’altra in casa, nel camino. E poi in giardino c’era una buca per fare decantare la creta. Quindi tutta la produzione avveniva in famiglia”.


Come per altri centri di produzione dei fischietti, gli artigiani di Nove producevano cuchi che poi venivano venduti non solo nel paese, ma in tutte le sagre, le fiere, le feste patronali dei paesi circostanti. Lo smercio avveniva a cura degli stessi artigiani o tramite venditori ambulanti che li acquistavano all’ingrosso alla tariffa di 6 lire per 100 fischietti.

Una particolarità di queste zone era data dal fatto che spesso fossero i commercianti ambulanti di dolciumi a smerciare anche i cuchi. I cuchi venivano messi in sporte di paglia o ceste e trasportati con carrettini a mano. Solo in alcuni casi l’artigiano o l’intermediario aveva a disposizione un asino o un cavallo. Ad esempio per andare alla Sagra di San Simeone a Marostica si partiva all’alba, mentre per arrivare a Grisignano di Zocco, per la fiera del Soco, si doveva partire addirittura il giorno prima e pernottare in qualche fienile.[5]


Racconta Luigi: “Una volta pronti, i pezzi li smerciava mio Nonno direttamente, girando i vari paesetti qua intorno. Me lo raccontava mio Padre, che sin da bambino lo accompagnava spesso in questi viaggi. Poi iniziò a produrre i cuchi anche per degli intermediari, per dei commercianti che giravano le sagre. Compreso Giovanni Brunello di Mussolente.


Nonno ha continuato a fare i cuchi fino ai primi anni del dopoguerra, dopo di che non ne ha fatti più tanti. Fino al ’63, quando è scomparso, faceva qualche cosa se glie lo chiedevano. E non ha più girato le sagre”.


Luigi ha ricordi legati anche all’abilità di sua Nonna nel modellare la parte sonora dei fischietti. “Ricordo che quando ero molto piccolo – parliamo di 45-50 anni fa - c’era ancora un negozietto a Nove che vendeva frutta e verdura e in più aveva ‘sti cuchi. Li faceva una signora che mi ricordo già anziana quando ero bambino. E siccome mia Nonna era molto brava a far suonare i cuchi, questa signora le lasciava i cuchetti per aggiungere la parte fischiante. Ricordo che andavamo insieme al negozio di frutta e verdura e prendevamo una cassettina di cuchi. Mia Nonna se li portava a casa e li faceva suonare, ed in cambio riceveva qualche soldo. Facevano una serie di modelli a stampi, raramente modellavano i cuchi tutti a mano. Hanno smesso di venderli circa 30 anni fa, quando è morta questa signora”.


Giovanni Brunello

Luigi ci racconta anche di un personaggio tra i più amati dagli appassionati di fischietti, Giovanni Brunello di Mussolente. “Anche Brunello faceva le sagre, vendendo dolci e i cuchi che comprava da mio Nonno. Solo che lui lo faceva un po’ più in grande. Poi in un secondo momento[6] ha cominciato a fare i cuchi da sé ed ha avuto una sua storia importante come artigiano. Peraltro molti modelli che faceva lui erano modelli di mio Nonno. Io penso che spesso i cucari si facessero gli stampi a calco, utilizzando un pezzo finito di qualche altro artigiano. Facendo il calco sopra un fischietto finito, si perdevano alcuni particolari, alcune rifiniture. E questa è diventata la fortuna di Brunello, perché venivano fuori queste figure primitive molto belle a vedersi. Sono molto semplici, naif, ma anche molto espressive.

Penso che per farli usasse i materiali che trovava in giro: la creta, le terre che raccoglieva lui stesso o i colori che rimediava in qualche modo. E anche lui se li cucinava - come faceva anche mio Nonno - nella cucina, nel focolare.


Mi ricordo che nell’80 ci fu una famosa mostra sui fischietti a Vicenza.[7] Invitarono mio Padre e Brunello per fare delle dimostrazioni di come si facevano i cuchi, e c’era anche un mercatino dove si potevano vendere i pezzi. Andai anche io, e ricordo che Brunello aveva questi suoi oggetti che vendeva non so se a 1.000 o 2.000 lire. Iniziarono ad andare a ruba, ed il giorno dopo li vendeva per 3.000 lire. E la gente era li che protestava: ma come? Ieri costavano 2.000 e oggi 3.000! E pensare che oggi un collezionista se gli vendi un pezzo di Brunello per 100 euro non ci pensa neanche su. Se lo prende anche rotto!”.


I soggetti dei cuchi di Nove

Probabilmente il soggetto più noto della tradizione novese è il cuco che rappresenta un soldato napoleonico a cavallo di un galletto. E’ risaputo che questo soggetto abbia una precisa origine storica, risalente alle guerre napoleoniche. Nel 1796, il passaggio delle truppe francesi da Nove portò gravi danni alle colture, alle case, alla chiesa. Ma sopratutto a provocare risentimenti fu l’uccisione di alcuni abitanti da parte dei soldati. Fu allora che il malcontento popolare verso le truppe occupanti si espresse tramite l’arguta satira del fiero soldato messo a cavallo di un poco marziale galletto. Da allora il topos del soldato a cavallo del cuco è stato riprodotto in una infinita serie di varianti.


Secondo alcune ricerche,[8] altri soggetti tradizionali di Nove erano angeli, oseleti (uccellini), gaeti (galli), pavonsini (pavoni), bestiete (delle non ben definite - e proprio per questo affascinanti - “bestiole” a tre zampe), casette, angeli, gemelli (una coppia di bambini identici), arlecchin, e persino cuchi devozionali, con madonna e santi fischianti venduti durante le feste patronali.


Di antica tradizione è anche la così detta “cuca buffona”, un fischietto di fattura particolarmente raffinata e dotato di due fori di insufflazione che veniva utilizzato per delle burle. Soffiando in uno dei due si ottiene un normale fischio, ma se malauguratamente si sceglie il foro sbagliato si viene investiti da un getto di nerofumo - o di borotalco nella versione più innocua dello scherzo.


Ovviamente chiediamo a Luigi di raccontarci quali erano i soggetti del Nonno Giacomo e più in generale degli antichi cucari: “Mio Nonno faceva soprattutto i soggetti più tradizionali di queste parti. Ho fatto molte ricerche per vedere di individuare quelli che erano i suoi soggetti, ma non è facile trovare documentazione. In giro non si trova niente perché i cuchi erano oggetti destinati ai bambini, di poco valore, fatti di terra cotta male e dipinta a freddo. Quindi andavano presto rotti o si scolorivano, e venivano gettati.

Adesso se uno ha un cuco antico ci tiene, perché ne capisce la storia e il valore, ma fino a una trentina di anni fa non valevano niente. E i collezionisti hanno cominciato a raccogliere fischietti solo negli anni ’80. Molti anziani si ricordano ancora che c’erano questi personaggi che vendevano i cuchi, ma se poi chiedi loro informazioni più dettagliate difficilmente le ottieni.


Fortunatamente esiste una foto di uno degli ultimi banchetti che ha fatto mio Nonno. E si intravedono gli oggetti che lui faceva. Ho esaminato a lungo la foto per vedere se riuscivo a riconoscere i modelli. Si distingue poco, ma si vede il soldato, un arlecchino, si vede molto bene anche la bestieta. C’erano delle specie di istrioni, e dei gattini - questi ultimi probabilmente modellati da mio Padre. Comunque erano soggetti molto simili a quelli del Brunello, soltanto che erano lavorati meglio, in modo più rifinito.


Questa cuca buffona qua è l’unico oggetto che sono riuscito a recuperare di mio Nonno. Ne aveva lasciate 4 o 5, però grezze, in terra rossa. Le ha dipinte mia cugina successivamente.

Al Museo dei Cuchi di Cesuna c’è una raccolta di fischietti antichi che provengono da Nove, e probabilmente anche quelli son stati fatti da mio Nonno. E probabilmente ne sono sopravvissuti anche altri in giro, bisognerebbe cercare.”


Mario Scuro

Mario Scuro, padre di Luigi e figlio di Giacomo, è senza dubbio uno dei cucari di culto per appassionati e collezionisti. Consideriamo un privilegio poterne parlare con Luigi, che è certamente uno dei più approfonditi conoscitori del lavoro del Padre, dato che è stato non solo testimone, ma anche collaboratore della fase creativa che va dagli anni ’70 alla scomparsa di Mario.


Va premesso che nel secondo dopoguerra Nove vede un tracollo della produzione di cuchi e la stessa famiglia Scuro cessa la produzione. Questo a causa dell’avvento dei giocattoli industriali, ma anche della diminuzione delle sagre paesane. In paese rimane solo Severino Carraro ad assicurare la continuità.[9]C’è stato un periodo di interruzione della produzione di cuchi della mia famiglia, da quando ha smesso mio Nonno a quando ha ricominciato mio Padre.


Mio padre ha fatto l’Istituto d’arte qui a Nove. Allora tutti i ceramisti che si inserivano nella produzione lavoravano in fabbrica di giorno e poi facevano questi corsi serali, dove imparavano molto bene a modellare ed a dipingere. Cominciavano abbastanza presto, perché dopo le elementari dovevano andare già a lavorare.


A differenza di Nonno, mio Padre era proprio un ceramista puro. E il discorso-cuco lo aveva un po’ lasciato perdere. Non si è mai impegnato a fare i cuchi per conto suo, li faceva quando suo Papà era in attività per dargli una mano. Faceva per lui modelli come il gattino, oppure il cagnolino, insomma dei modelli un po’ diversi da quelli tradizionali.

Mio Padre ha ripreso quindi a fare i cuchi dopo una ventina di anni di interruzione. Questo è avvenuto negli anni 70, quando qualcuno ha cominciato a chiederglieli. E non ha riprodotto da subito quelli della tradizione. Ha cominciato facendo pezzi più grandi, prevalentemente soggetti di sua creazione.

Dopo qualche anno qualcuno gli hanno chiesto di rifare quelli piccolini, com’erano un tempo, e lui ha fatto una serie di soldatini basandosi sulla sua memoria. I primi che ha fatto probabilmente erano abbastanza fedeli a quelli della sua infanzia. Poi in seguito deve avere preso spunto da qualche libro per le divise, quindi i pezzi sono diventati più raffinati ma si sono anche allontanati dalla tradizione. Il galletto e la bestieta se li ricordava molto bene, quindi quelli sicuramente li ha rifatti uguali a quelli di mio Nonno.


All’inizio andava nei laboratori per farseli cucinare, poi negli anni 80 si è preso un piccolo forno elettrico. Ha cominciato a dipingerli subito con colori ad acqua ragia. E poi si è spostato sull’acrilico, oppure su altre forme di colore. Mentre c’era il Carraro che usava ancora i colori naturali allungati con il latte, quindi molto più tenui.


Tra gli appassionati che hanno spinto perché riprendesse la tradizione dei cucari c’era il Professor Tonini,[10] che ogni tanto veniva da mio Padre e gli dava istruzioni…Perché lui non era un semplice collezionista, ma anche uno studioso di queste cose, ed un purista. Ci teneva che le cose venissero fatte secondo tradizione. Era proprio un bel personaggio!


Negli anni ‘70 il guadagno che si poteva ricavare dai cuchi era marginale. Per la verità è rimasta sempre una cosa marginale anche dopo, quando nell’83 mio Padre è andato in pensione ed ha iniziato a dedicargli più tempo. Anche se si era sviluppato il collezionismo e c’era un po’ più di mercato non è che ci fosse da arricchirsi. C’è anche da dire che il cuco è nato come oggetto usa e getta, quindi anche mio Padre quando faceva un fischietto non aveva la mentalità di pensare: sto facendo un oggetto che può valere. Soprattutto per gli oggetti più piccoli, che lui decorava a freddo, chiedeva forse 500 lire. Magari dava a questi oggetti un po’ di valore quando li smaltava e gli dava una certa rifinitura ceramica.[11]

E’ stato solo dopo che - parallelamente al collezionismo – sono venuti fuori una serie di autori che fanno pezzi artistici e che hanno anche un notevole valore. Poi mio Padre, come tutti i ceramisti, aveva la cultura dell’oggetto fatto in serie. In gran parte dei lavori in ceramica si fa un modello e poi se ne ricavava lo stampo per riprodurlo. E lui aveva ancora un po’ questa mentalità. Il galletto o la bestieta sono sempre fatti a mano, ma per i soldatini più piccoli lui si faceva lo stampo e dopo li riproduceva. Molto spesso dopo li rifiniva ed abbelliva a mano. Ad esempio mentre il soldatino piccolo è completamente fatto a stampo - uno uguale all’altro, se non per la colorazione - per i soldati un po’ più grandi faceva la base con lo stampo, quindi modellava a mano la faccia e in parte il vestito. Curava un po’ i particolari, di modo che venissero sempre uno un po’ diverso dall’altro.”


La continuità nella tradizione di famiglia

Lo stesso Luigi è un apprezzato cucaro. E non possiamo non terminare la nostra conversazione chiedendogli di parlarci della sua produzione.

Lui affronta l’argomento con grande modestia: “Anche io faccio i cuchi come li facevano mio Padre e mio Nonno, naturalmente per hobby, perché di lavoro faccio tutt’altro. Ho imparato perché mi divertivo a seguire mio Padre, a vedere come li faceva. A volte lo aiutavo a modellarne un certo numero, perché allora se ne vendevano anche abbastanza. Oppure lo aiutavo a dipingerli, o ancora li facevo suonare. Anche se trovate un cuco originale di mio Padre, potrebbe essere che l’ho fatto io, perché ho cominciato a farli 40 anni fa insieme a lui…Sicchè non è che i suoi fossero tanto diversi dai miei, non so chi riesca a riconoscere la differenza!


Però non ho mai avuto la velleità di mettermi a fare delle cose mie. Poi, dopo, quando lui è mancato, ho cominciato piano piano a farli. Un po’ per la richiesta, un po’ per delle casualità: ad esempio c’era mia sorella che si doveva sposare e mi chiesto di farle io le bomboniere di nozze. E allora mi sono messo a lavorare, e qualcosa faccio. Ho anche trovato un mio stile: mi sono molto staccato da quella che era la linea di mio Padre. Peraltro adesso io non lo uso quasi per niente lo stampo”.


Riferimenti Bibliografici

Giuseppe Luigi Scuro, Maria Gemma Scuro, Ruggero Zaltron, “Mario Scuro”, Cucari Veneti, quaderni della Ceramiche fischianti 1, 2006.


Nadir Stringa: “Spunti per una storia dei cuchi nel veneto”, in “A cavallo di…I cuchi a Scuola – atto secondo”, Istituto Statale d’Arte G. De Fabris di Nove, 1999.


Paola Piangerelli (cur.), “La Terra, il Fuoco, L’acqua, il Soffio la collezione di fischietti in terracotta del Museo nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma”, De Luca 1995.


Marzia Barbaro e Mario Brunetti, La terra che suona – Brevi annotazioni su una collezione”, in Sibilus - quaderni del Museo delle Arti e Tradizioni Popolari, volume 1, Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo Caltagirone , 1993.


Mario Brunetti, “Le ceramiche popolari a fiato – viaggio nel veneto”, in I Fischietti in terracotta nella Tradizione Popolare Italiana, Maria Pacini Fazzi Editore 1989.


Andreina Ballarin (cur.), ”Ceramiche Popolari a Fiato di Tutto il Mondo”, Museo di Palazzo Chiericati - Vicenza, 1980.


I testi sono proprietà di Massimiliano Trulli, massitrulli@gmail.com, vietata la riproduzione. Le foto 1 (soldato napoleonico) e 4 (giostra con i cuchi) sono riprodotte per gentile concessione di Paolo Loforti, e la 2 (casetta con cuco) per gentile concessione della ex AAST di Caltagirone. La foto 3 (cuca buffona, di G. Scuro) è di M. Trulli e la foto 5 (cuco di L. Scuro) è presa dal sito web dei Cucari Veneti.

Note

[1] Le prime testimonianze di fischietti veneti oggi conosciute possono essere fatte risalire alla fine del ‘500-inizio ‘600, mentre per quanto riguarda il paese di Nove un cuco della seconda metà del ‘700 è conservato al Museo del locale Istituto d’Arte per la Ceramica. Sull’argomento esiste un ottimo saggio curato da Nadir Stringa: “Spunti per una storia dei cuchi nel veneto”, pubblicato nel 1999 sia all’interno del catalogo della mostra di fischietti “A cavallo di…I cuchi a Scuola – atto secondo”, tenutasi nell’Istituto Statale d’Arte di Nove dal 24 aprile al 30 maggio 1999, sia come estratto a se stante.

[2] N. Stringa, op. cit.

[3] Quella degli “arcicuchi” – ovvero pezzi unici di grandi dimensioni - è in quegli anni una tendenza che contribuisce in maniera decisiva al rilancio della tradizione dei cuchi veneti. L’idea nasce da Andrea Parini e Gino Barioli, rispettivamente direttore e presidente dell’Istituto di Arte Ceramica di Nove, che lanciano l’idea e organizzano fin dal 1962 manifestazioni dedicate.

[4] Questo lavoro di ricerca ha dato origine al volume “Mario Scuro”, Cucari Veneti, quaderni della Ceramiche fischianti 1, a cura di Giuseppe Luigi Scuro, Maria Gemma Scuro, Ruggero Zaltron, 2006.

5] N. Stringa, Op. Cit.

[6] Anche il volume a cura di Paola Piangerelli “La Terra, il Fuoco, L’acqua, il Soffio”, Museo nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma, 1995, riferisce come Brunello abbia cominciato a modellare cuchi autonomamente proprio quando Giovanni Scuro smise di lavorare e di rifornirlo.

[7] Si tratta della mostra curata da Andreina Ballarin ed organizzata nel Museo di Palazzo Chiericati ”Ceramiche Popolari a Fiato di Tutto il Mondo” che si svolse dal dicembre 1980 al maggio 1981.

[8] Si vedano ad esempio i già citati volumi curati da Scuro e Piangerelli.

[9] Nadir Stringa, op. cit.

[10] Il Prof. Giovanni Maria Tonini è stato uno dei più autorevoli esperti e appassionati di cuchi veneti, e possedeva una splendida collezione di fischietti di tutto il mondo.

[11] Bisogna sottolineare che accanto ai fischietti tradizionali, dall’inizio degli anni ’70 Mario Scuro crea gli “arcicuchi” - pezzi unici di grandi dimensioni – tra i quali: bestie fantastiche, una giostrina con i cuchi, rielaborazioni del tema del soldato sul cuco, politici contemporanei”.


lunedì 21 febbraio 2011

ULTIME NOVITA'


CUCCU' ETRUSCO
Opera realizzata con terraglia e argilla etrusca nera. Caratteristiche le striature scure che ne denotano la marmorizzazione. Suono bitonale.
altezza cm. 7 circa.
prezzo € 8,00 cad.
disponibilità: 12 pz

per info,prenotazioni e acquisti scrivere a: terrasonora@libero.it

venerdì 18 febbraio 2011

Il Pane è Pace. Progetto di Arte Postale a favore dei bimbi del Mozambico e Brasile

L'Ass. Genius Loci è lieta di presentarvi questo evento: un progetto di Mail Art al quale TUTTI possono partecipare!




IL PANE E’ PACE

PROGETTO di Arte Postale


La Condotta Slow Food di Matera e il Consorzio di Tutela del Pane di Matera IGP in collaborazione con l’Associazione Culturale Genius Loci di Matera e con SimbdeaLab, Società Cooperativa di Servizi per la Museografia e i Beni demoetnoantropologici, promuovono il progetto internazionale di Arte Postale  sul tema del pane dal titolo PANE E’ PACE, patrocinato dalla Provincia di Matera.
L’obiettivo dell’iniziativa è vedere affiancati in una mostra collettiva artisti affermati, bambini, ragazzi e semplici appassionati, allo scopo di mostrare come il Pane, da sempre alimento presente sulle nostre tavole,  viene interpretato e rappresentato secondo differenti modelli espressivi ed artistici.
Non è un concorso non è una gara, l’importante è partecipare e confrontarsi artisticamente su uno stesso tema. Chi può partecipare quindi?
Tutti!! Artisti e non! Anche scuole, studenti, bambini, ragazzi…

L’iniziativa prevede la realizzazione di cartoline a tema che confluiranno in mostre itineranti allestite in occasioni di fiere nazionali ed internazionali alle quali parteciperà il Consorzio di Tutela del Pane di Matera IGP a partire dall’Aprile 2011.
La prima mostra sarà allestita in occasione di “SQUISITO 2011-SAN PATRIGNANO”; le mostre che seguiranno saranno organizzate con calendario che sarà reso noto in seguito. In occasione della mostra finale prevista per il mese di dicembre 2011 i lavori pervenuti saranno messi in vendita tramite asta silenziosa.
I ricavati saranno devoluti in beneficenza all’“Associazione Basilicata-Mozambico O.N.L.U.S.” e all’ Associazione di volontariato “Sem Fronterias”, per progetti a favore dei bambini in Mozambico ed in Brasile. Con i tutti i lavori pervenuti sarà realizzato un catalogo che verrà presentato in occasione della mostra conclusiva.
Tutte le cartoline realizzate saranno inoltre pubblicate sul blog dedicato all’iniziativa: http://www.materamailart.blogspot.com.

SI INVITANO PERTANTO GLI ARTISTI e TUTTI A PARTECIPARE ALL’INIZIATIVA

Le cartoline dovranno essere realizzate secondo le seguenti modalità:
supporto e tecnica libera;
misure massime 13 x 18 cm. 
Il tema del progetto è “Il pane e la pace” .
Non vi sarà giuria, nessuna tassa per la partecipazione, né restituzione.
Non si accetteranno lavori con nudità, o inneggianti alla violenza ed al razzismo.

Le opere dovranno essere inviate complete di  nome, indirizzo, mail e sito web (se se ne possiede uno) sul retro della cartolina, entro e non oltre il 31 ottobre 2011 al seguente indirizzo:

TINA FESTA - Pane
Viale N. Festa, 3
75100 – Matera
ITALIA

Per maggiori informazioni :
Tina Festa
indirizzo mail: materamailart@gmail.com

lunedì 14 febbraio 2011

A Vergato (Bo), gli alunni realizzano fischietti

L'insegnante Barbara Burgio ci invia la notizia la notizia di questo interessante progetto realizzato con le classi seconde della Scuola Secondaria di primo grado "Veggetti" e noi la pubblichiamo con piacere: 

A Vergato (Bo), gli alunni realizzano fischietti


La scuola Secondaria di Primo Grado di Vergato è l’unica scuola media della provincia di Bologna che adotta come strumento per musica l’ocarina, per questo motivo, nell'anno scolastico 2009/2010, le insegnanti Barbara Burgio (arte e immagine) e Annalisa Sardo (sostegno), decidono di affiancare il lavoro della docente di musica, Elide Melchioni, facendo realizzare ai ragazzi delle classi seconde dei fischietti sonori in terracotta.

 
Gli alunni, dopo aver visionato prototipi realizzati dagli insegnanti o dai maestri “cucari”, si sono potuti esprimere liberamente nel dare forma al proprio manufatto, ispirandosi ad animali, volatili o altro, come si usava fare nei tradizionali fischietti.


 
Il concerto di fine anno:“Dire, fare, suonare”, il 07 giugno 2010, presso la piazza Capitani di Vergato è stata un’ottima occasione per i ragazzi di esporre il proprio lavoro, allestendo un banchetto che affiancava il palco per il concerto e di dimostrare anche la riuscita funzionalità degli oggetti. 

 
 
Premettendo che ogni fischietto ha un suono diverso, più o meno efficace, in base all’attenzione tecnica con il quale è stato realizzato, non è stato facile ottenere una melodia collettiva. Si è optato allora per la realizzazione di un brano d’improvvisazione, senza partiture.


Il progetto prevedeva l’integrazione di un alunno disabile, il quale, partecipando agli incontri, è riuscito ad instaurare un rapporto positivo con gli alunni dell’istituto, anche al di fuori del proprio gruppo classe.
La decisione di creare fischietti nasce anche dall’intento di  avvicinare i ragazzi all’artigianato artistico, recuperando un'antica tradizione del territorio che sta scomparendo.
 

Per eventuali contatti:
Prof. Burgio Barbara
email: barbara.burgio@fastwebnet.it

Scuola Sec. di primo grado "Veggetti"
Via Aldo Moro, 10 - Vergato - Bologna

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