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venerdì 31 ottobre 2014

I Maestri di Rapino: tra ceramica colta e galletti col fischio

Memorie e Suoni di Terra - conversazioni con i Maestri costruttori di ceramiche sonore

fischietti di Giuseppe d'Amore (coll. Grosso)
“Ricordo che da bambini aiutavamo i ceramisti quando facevano i boccali di San Rocco. Facevamo una specie di catena di montaggio per metterli fuori dalle botteghe ad asciugare, e poi la sera li rimettevamo dentro. Ed alla fine i ceramisti ci davano un fischietto, altre volte 10 lire, o magari un frutto. A pensarci erano abbastanza taccagni! Ma noi lo facevamo comunque volentieri, perché si trattava soprattutto di un gioco.”
Sono i ricordi di infanzia di Cesare Grosso. Le sue parole testimoniamo come ancora negli anni ’50 del secolo scorso Rapino fosse un vivace centro di produzione di ceramiche popolari e
fischietti.

Le botteghe ceramiche di questo paese in provincia di Chieti cominciarono la loro produzione verso la metà del XIX secolo, ed erano già in fase di declino nella seconda metà del XX. Una storia produttiva relativamente breve, eppure poco più di 100 anni erano stati sufficienti a farne uno dei centri di eccellenza per quanto riguarda la ceramica abruzzese, secondo per fama solo a Castelli. 
Per ricostruire la vicenda di queste botteghe ci siamo rivolti a due persone che la conoscono molto bene: Amato Bontempo - ultimo discendente di una delle più importanti dinastie di produttori locali – e Cesare Grosso – grande appassionato ed esperto di ceramiche e fischietti rapinesi.
Bontempo: “La ceramica fu portata a Rapino da uno dei Cappelletti, la nota famiglia di ceramisti abruzzesi. Si trasferì a Rapino e cominciò a fare ceramica ai primi dell’800. Di li sono nate diverse botteghe di ceramisti.[1]

Le famiglie principali di artigiani eravamo noi Bontempo, i Bozzelli, i Vitacolonna, i De Nardis. Tutte famiglie con relativi parenti e discendenti. I Bozzelli furono i primi: aprirono la bottega qualche anno prima di noi. Subito dopo arrivarono i Bontempo. Peraltro noi e i Bozzelli eravamo parenti. Tanto è vero che le botteghe erano attigue e c’erano degli ottimi rapporti.”

Grosso: “C’erano tre grosse famiglie di ceramisti: i Vitacolonna, i Bontempo e i Bozzelli. Anche i De Nardis hanno fatto ceramica per 2 o 3 generazioni. E poi si sono state tante altre botteghe che erano per lo più create da ex dipendenti di queste famiglie che si erano messi in proprio.”

Bontempo: “La famiglia Bontempo ha 150 anni di tradizione nella ceramica.[2] Il capostipite è stato mio Bisnonno. Si chiamava Bontempo Lorenzo, e fondò la bottega nel 1862. Dopo la morte di Lorenzo proseguì l’attività il figlio Giuseppe, che sarebbe mio Nonno. Poi ci sono stati mio Padre Andrea – che era cavaliere del lavoro - con gli zii Lorenzo e Alfredo. La mia è la quarta generazione.”

La produzione di queste botteghe era in bilico tra ceramica di uso comune - destinata ai ceti popolari - e raffinata –  ricercata della borghesia agiata.
Bontempo: “Mio Bisnonno inizialmente faceva le stoviglierie, quelle da fuoco. Poi piano piano, alla fine della sua attività, cominciarono a fare la maiolica, la ceramica smaltata.
Si faceva anche ceramica raffinata a Rapino. In Abruzzo era il centro ceramico più rinomato dopo Castelli.”

fischietto di Renato di Federico (coll. Grosso)
Grosso: “Ogni tanto da queste famiglie di artigiani emergeva un ceramista eccelso, che si dedicava soltanto alla ceramica colta.
I Bozzelli hanno avuto Raffaele Bozzelli, che sia dal punto di vista decorativo sia per la foggiatura è stato uno dei più bravi ceramisti di Rapino, se non il più bravo in assoluto. I Vitacolonna hanno avuto Antonino e Fedele, mentre da parte dei Bontempo il più bravo è stato Alfredo, che ha lasciato la ceramica prima della guerra ma ha continuato a livello hobbistico.”

Rispetto alla ceramica popolare, il prodotto-simbolo di Rapino è senza dubbio la brocca di San Rocco. Queste brocche venivano vendute durante la festa dedicata al santo che si teneva presso la chiesa campestre di Roccamontepiano, e si trattava di una delle principali occasioni di guadagno per le botteghe di ceramisti.
Grosso: “Il 30% della produzione ceramica -  forse di più - era costituita dai boccali con l’immagine devozionale di San Rocco da vendere per la festa contadina che si teneva ogni anno a Roccamontepiano. Tutti i ceramisti ne producevano migliaia, e lavoravano una buona parte dell’inverno per prepararsi a questa festa.”

Bontempo: “C’era una festa importante a Roccamontepiano, in provincia di Chieti. E’ la festa di San Rocco, che viene festeggiata il 15 e 16 di agosto. E lì andavano i ceramisti di Rapino a vendere i boccali con il Santo.”

Galletti e altre ceramiche fischianti

Ovviamente la produzione di ceramiche popolari di Rapino comprendeva i fischietti, realizzati nelle botteghe locali già a partire dall’800.
Grosso: “Bene o male tutte le famiglie di ceramisti di Rapino facevano i fischietti. I primi che si vedono a Rapino sono quelli dei Bontempo: la loro bottega già nel 1800 faceva fischietti, con Lorenzo Bontempo e poi con Andrea.”

Il galletto è senza alcun dubbio il fischietto più diffuso e riconoscibile di Rapino, ma in realtà la gamma di soggetti realizzati nelle varie botteghe è piuttosto vasta. Non mancano forme di animali diversi dal gallo, né figure antropomorfe come pastori e cavalieri. Vi erano poi fischietti religiosi: l’Abruzzo è infatti una delle poche regioni italiane in cui la devozione popolare si esprimeva attraverso statuine di santi e madonne con il fischio.[3] E’ In fine documentata la produzione di fischietti ad acqua, campanelle fischianti, trombette, flauti, ocarine.
Bontempo: “Il gallo è praticamente il fischietto tipico. Poi si facevano i gufi, il tacchino,  l’uccellino. Ma anche le pastorelle, i pastorelli e i santi. San Rocco poi è tipico perché lo facevano per la famosa festa. In quell’occasione, oltre ai boccali si vendevano i giocattoli per i bambini come le campanelle e i fischietti.”

Grosso: “A Rapino il fischietto ha prevalentemente la forma di animaletto, di galletto soprattutto. Si facevano pure fischietti ad acqua, ed erano vasetti realizzati al tornio che riproducevano le brocche tipiche. Poi si applicava il fischietto su un lato e si decorava con un uccellino posato sulla bocca del vasetto. Li facevano soprattutto Andrea Bontempo e Silvio Vitacolonna.”

Nonostante si trattasse di semplici giocattoli popolari, che dovevano avere un costo molto contenuto,  i fischietti di Rapino venivano sempre smaltati. Lo stesso avveniva d’altronde a Castelli e Loreto Aprutino, tanto da poter affermare che la smaltatura è una delle caratteristiche distintive del fischietto abruzzese.[4]
Secondo le ricercatrici del Museo Nazionale di Arti e Tradizioni popolari[5] questa particolarità è dovuta al fatto che in Abruzzo i fischietti fossero realizzati da veri e propri ceramisti - e non da  semplici vasai, come di solito avveniva in altre regioni italiane. I maestri ceramisti erano dunque portati per motivi estetici e deformazione professionale a usare tecniche più elaborate e dispendiose, anche a discapito della praticità.
fischietto religioso di Amato Bontempo
(coll. Museo dei Cuchi)
Bontempo: “A differenza dei fischietti  per esempio pugliesi, che vengono dipinti a freddo, noi li dipingiamo con gli smalti. E’ sempre è stato così, il fischietto di Rapino è sempre stato smaltato e maiolicato.”

Grosso: “I fischietti venivano sempre smaltati, quindi bisognava anche fare 2 cotture.”
La decorazione a smalto era ovviamente essenziale: nel caso dei galletti si trattava per lo più di poche pennellate per rappresentare il piumaggio o di un punto cerchiato a raffigurare l’occhio.

Altra caratteristica dei fischietti abruzzesi sta nel fatto che il modulo sonoro è quasi sempre aggiunto alla figura, spesso innestandolo sul piedistallo che fa da base al fischietto. Rari sono invece i fischietti “globulari”, ovvero le figure in cui il corpo del fischietto è cavo e fa da cassa di risonanza.[6]
Grosso: “Il fischietto era applicato. Era un corpo estraneo, aggiunto alla figura. Generalmente era applicato sulla base, in posizione laterale o posteriore.“

La funzione dei fischietti era in primo luogo quella di giocattoli per bambini, e in qualche caso si trattava anche di un dono di corteggiamento. In entrambi i casi, la commercializzazione avveniva principalmente in occasione delle fiere. In particolare, erano 3 durante l’anno le feste in cui era possibile smerciare un numero abbastanza alto di fischietti ed altri giocattoli in terracotta:
Grosso: “A Rapino i fischietti erano quasi esclusivamente un giocattolo che si dava ai bambini. E solo in qualche occasione diventavano doni per innamorati.

Le occasioni per vendere i fischietti erano tre durante l’anno: la festa della Trinità a Chieti - che si teneva a giugno - quella di Sant’Egidio a Lanciano - del 31 agosto - e quella di San Rocco a Roccamontepiano. Quella di Sant’Egidio era forse la più importante, infatti la chiamavano anche la fiera delle Campanelle e del Giocattolo. Ma in  tutte queste occasioni si vendevano campanelle e soprattutto fischietti. Inoltre sia alla Trinità sia a Sant’Egidio c’era questo scambio di doni tra innamorati: lui regalava a lei il galletto e lei ricambiava con una campanella.”

Ai fischietti rapinesi a forma di gallo è dedicata la monografia di Vito Giovannelli “I galletti con il fischio delle botteghe di Rapino”.[7] La pubblicazione prende in esame e confronta i galli realizzati dalle diverse botteghe e da varie generazioni di ceramisti di Rapino, traendone alcuni spunti interessanti.
il Maestro Amato Bontempo nella bottega di Francavilla
Confrontando i galli realizzati dalla fine dell’800 – epoca alla quale risalgono i più antichi pezzi ritrovati -  ad oggi,  Giovannelli dimostra come i caratteri formali del galletto si siano tramandati nel tempo in maniera sostanzialmente inalterata.

Dall’osservazione attenta dei pezzi, Giovannelli ricava inoltre una serie di informazioni sulle tecniche di modellazione alle quali i ceramisti ricorrevano. Anzitutto si può distinguere tra galli modellati interamente a mano e altri realizzati con l’aiuto di stampi. Per quanto riguarda i primi, sui pezzi si notano ancora le impronte provocate dalla pressione di pollice ed indice del ceramista. Si trattava di “pizzichi” assestati in maniera sapiente, e che servivano a “dar vita” all’animale alzandogli un poco la cresta, sollevando la coda, o evidenziando le zampe sul piedistallo. Sono proprio impronte digitali, correzioni, piccole imperfezioni a rivelare che si tratta di pezzi fatti a mano. Anche i pezzi ricavati da stampi di gesso venivano comunque ritoccati a mano: ad esempio per rendere il piumaggio, alcuni particolari anatomici come la coda venivano graffiati utilizzando un ferro a sezione circolare.
L’abitudine di intervenire sui fischietti realizzati a stampo, perfezionandoli e personalizzandoli, è confermata dalle testimonianze da noi direttamente raccolte.
Grosso: “Normalmente i galletti venivano fatti a stampo. Poi però i ceramisti li modificavano a mano, ad esempio girandogli il collo, la coda, eccetera.”

Bontempo: “Fare il fischietto è un lavoro lungo. Prima bisogna modellarli, perché lo stampo ti da il grosso, ma poi vanno rilavorati. Poi bisogna farli fischiare, e ci perdi tempo. Poi bisogna cuocerli. Poi smaltarli, e ricuocerli. non si finisce mai: mentre faccio un fischietto posso fare 10 piatti.”

Maestri ceramisti e umili artigiani

fischietto di Silvio Vitacolonna
(coll. Museo dei Cuchi)
E’ documentato come i più apprezzati ceramisti di Rapino modellassero i galletti col fischio. D’altronde non erano sempre i Maestri a occuparsi di questa produzione: anche in questo centro ritroviamo una serie di figure marginali che integravano il loro reddito grazie alla realizzazione dei fischietti. Si trattava ad esempio degli operai dediti alle mansioni più umili delle botteghe ceramiche, e persino dei loro familiari. E’ il caso di Luigi Fanelli detto “lu cignalette”, cavatore di argilla vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900. Per Fanelli la vendita dei galletti rappresentava addirittura il reddito primario; dopo averli modellati si rivolgeva ai vari ceramisti che possedevano una fornace per poterli cuocere. Realizzava galletti anche Lucia Cirotti, nata nel 1911 e moglie di un operaio della bottega Bozzelli.[8]

Anche moglie e figli dei ceramisti contribuivano alla produzione dei fischietti. Lo attesta una testimonianza riportata dalla già citata ricerca del Museo Nazionale di Arti e Tradizioni Popolari, [9] quella della decoratrice Antonietta De Nardis:“Io sono figlia di ceramisti, moglie di ceramisti, ed ho tenuto bottega fino a 5 anni fa. Quando era vivo mio marito io lo aiutavo sempre. I decori li facevo sempre io sui piatti, sui vasi, sulle brocche. Facevo anche i fischietti o più precisamente li coloravo. Spesso mi aiutavano i bambini. Noi facevamo il galletto come quello che di solito è dipinto sui piatti e sulle brocche (…)I fischietti però si facevano nei momenti morti per venderli alla fiera di Sant’Egidio a Lanciano o in qualche altra festa. Non è che si perdeva tempo a fare un forno solo di fischietti.

Quando invece erano i Maestri ceramisti a dedicarsi in prima persona alla produzione di fischietti, questo avveniva solo nei tempi morti, e senza togliere eccessivo spazio alla produzione più importante e remunerativa. Secondo varie testimonianze, per modellare i fischietti si utilizzavano le ore di veglia davanti alla fornace per la cottura dei pezzi. Lo conferma ad esempio Beniamino Vitacolonna,[10] maestro scomparso nel 1991. Oltre ad essere rinomato per le brocche di San Rocco, questo ceramista raccontava di aver realizzato anche tantissimi fischietti, modellati a mano nei tempi liberi della produzione principale, per esempio quando stavamo a controllare la cottura che poteva durare anche due giorni. Perché il caldo faceva venire sonno, e modellando il galletto io riuscivo a restare sveglio. Dopo era mia moglie che quando aveva un momento libero li dipingeva.”

fischietto di Beniamino Vitacolonna
(coll. Grosso)
Anche il maestro Amato Bontempo parla dei fischietti come di una produzione secondaria:  “I fischietti erano dei giocattoli che si facevano a tempo perso. Mio Nonno mi raccontava che si facevano durante la notte. Allora si cuoceva con i forni a legna, e bisognava fare fuoco tutta notte. E bisognava restare svegli, non è che ci si poteva addormentare. Allora per ammazzare il tempo facevano questi fischietti. Anche mio Padre ed io i fischietti li abbiamo sempre fatti il sabato o la domenica, per divertimento.”

Vi erano però delle eccezioni alla regola secondo la quale i Maestri ceramisti dedicavano ai fischietti una parte marginale del proprio tempo. Alcuni ceramisti finivano infatti per specializzarsi nella produzione di questi ed altri giocattoli in terracotta. Ce lo spiega Cerare Grosso: “Alcuni artigiani mostravano, comunque, una particolare passione per la realizzazione di fischietti e di altri giocattoli in ceramica, come ad esempio Silvio Vitacolonna.
Altre volte erano i ceramisti  meno dotati a dedicarsi prevalentemente ai fischietti ed agli altri giocattolii. Questi personaggi avevano quindi l’ingegno di recuperare proprio con queste cose: avevano alcune fiere durante l’anno dove poterli vendere, e questo dava loro una discreta entrata.”

Declino e rinascita delle botteghe e dei fischietti

Dagli anni ’50 si verificò in tutta Italia una crisi della produzione ceramica. A Rapino il declino fu particolarmente veloce, tanto che nel giro di pochi anni le botteghe diminuirono in maniera drastica.
Grosso: “A Rapino come altrove, il settore della Ceramica è andato in crisi nel secondo dopoguerra. Le ceramiche di uso quotidiano sono state sostituite dalla produzione industriale, che faceva un prodotto migliore e anche a costo inferiore. E gli artigiani nostri non sono stati in grado di fare il salto, cioè di trasformare la loro produzione da oggetto d’uso in oggetto artistico. Gli artigiani non erano pronti culturalmente a fare questo salto, né nessuno degli amministratori di allora li ha aiutati. Quindi arrivò la crisi e la chiusura delle botteghe.

I Bozzelli hanno smesso dagli anni ’50 di fare ceramica a Rapino. I Bontempo si sono trasferiti, e dagli anni ’60 hanno una manifattura di ceramica a Francavilla. Anche dei Vitacolonna non è rimasto nessuno.”

Dopo che a Rapino tutte le botteghe di più antica tradizione avevano chiuso i battenti, alcune famiglie di ceramisti riuscirono a continuare ancora a lungo la loro attività trasferendola in altri paesi dell’Abruzzo. Si tratta di un fatto forse paradossale, ma che contribuì in qualche modo a preservare la continuità della tradizione ceramica rapinese.
I Bontempo spostarono a Francavilla al Mare la loro bottega, condotta tutt’ora dal maestro Amato. Il maestro Gabriele Vitacolonna ha invece portato avanti la sua attività a Guardiagrele fino ad anni recenti, quando ha smesso per ragioni di età.

fischietto di Gabriele Vitacolonna
(coll. Museo dei Cuchi)
Bontempo: “Noi abbiamo continuato, ma ci siamo trasferiti. Mio Padre si trasferì prima a Fara Filorum Petri, dove ha lavorato per 10-12 anni. E dal ’62 siamo a Francavilla. C’erano più opportunità di lavoro che a Rapino, che nel dopoguerra era un paese completamente distrutto.”

Ovviamente alla crisi delle botteghe di ceramica si accompagnò il declino della produzione di fischietti,  che subivano la concorrenza dei nuovi giocattoli in plastica. Entro la metà degli anni ’70 non era rimasto più nessuno a Rapino a modellare i tradizionali galletti col fischio.
Grosso: “La tradizione del fischietto è scomparsa quando è scomparso l’ultimo ceramista che li faceva, Silvio Vitacolonna. Come ho detto, lui si era molto dedicato a fare fischietti e altri giocattoli.”

Nei decenni successivi la ceramica popolare ricominciò però ad acquistare interesse, per lo meno per una cerchia di appassionati. Anche rispetto ai fischietti in terracotta, negli anni ’90 si era ormai affermato in tutta Italia un movimento di rivalutazione, con la pubblicazione di monografie, la realizzazione di rassegne e lo sviluppo di un collezionismo specializzato.

Appassionati e ricercatori non tardarono a focalizzare la loro attenzione anche su Rapino, finendo per stimolare una ripresa della produzione. La rinascita dei fischietti rapinesi ha persino una data precisa, quella dell’8 maggio 1994: è questo il giorno in cui fu organizzato il convegno durante il quale Vito Giovannelli presentò la sua monografia sui galletti di Rapino.[11]
Grosso: “Nel 1994 nessuno faceva più fischietti. Erano rimasti solo un ricordo. Poi la presentazione del libro di Giovannelli ha risvegliato l’interesse.
Durante la presentazione del libro, realizzò alcuni fischietti Giuseppe D’Amore. A Rapino era l’ultimo artigiano ancora in vita ad aver fatto fischietti da giovane. Eppure nel libro non era stato nemmeno citato perché nessuno aveva segnalato questo artigiano a Giovannelli.”

Un ceramista che ha contribuito molto a rilanciare la produzione di fischietti è stato Gabriele Vitacolonna. In tarda età questo Maestro si è dedicato molto ai fischietti, conquistando un pubblico di appassionati e collezionisti. Pur prendendo le mosse dai soggetti tipici dei fischietti di Rapino – quelli appresi dal Padre – ne ha ampliato la gamma, realizzando un bestiario fantastico di ceramiche fischianti. Caratteristica dei fischietti di Gabriele Vitacolonna è la grande attenzione posta alla decorazione, sempre vivace e brillante e che utilizza raffinati accostamenti di colori.[12]

stampo in gesso della bottega Bontempo (coll. Museo dei Cuchi)
Altro contributo importante è stato quello di Amato Bontempo, che nel suo laboratorio di Francavilla continua tutt’ora a realizzare i fischietti tipici di Rapino. Questo ceramista è stato il primo a realizzare ceramiche fischianti di fattura più elaborata, come i galli di grandi dimensioni.

Anche le nuove generazioni di ceramisti rapinesi hanno preso a realizzare fischietti, che ora sono nuovamente presenti in varie botteghe di ceramica. 
Atipico è poi il percorso di Cesare Grosso, dipendente regionale con una grande passione per la ceramica. Solo in età adulta si è interessato ai fischietti, ed ha cominciato a produrne a livello amatoriale. Alcuni dei suoi pezzi riprendono le forme tipiche dei fischietti rapinesi, mentre in altri casi realizza forme di sua invenzione. Nel giro di pochi anni è diventato un produttore apprezzato non solo a livello locale, entrando nelle principali collezioni e ricevendo riconoscimenti importanti nell’ambito delle rassegne dedicate alla ceramica fischiante.[13]
Grosso: “Il fischietto è un oggetto della mia infanzia, come ho già detto. Poi, a distanza di 30 - 40 anni, quel convegno in cui parlava di ceramica fischiante mi ha risvegliato la memoria. Mi sono detto: perché non rifarli? Io non mi considero assolutamente portato questa arte, eppure i miei fischietti hanno riscosso apprezzamenti per me lusinghieri.”

Il lavoro nelle botteghe

Non si potrebbe trovare un testimone migliore di Amato Bontempo per farsi raccontare come si svolgeva il ciclo di produzione della ceramica nelle botteghe di Rapino. Il Maestro può essere infatti definito un ceramista a cavallo tra due epoche: sin da bambino – negli anni ’30 e ’40 – ha svolto il suo apprendistato nella bottega di famiglia, e in seguito ha frequentato l’Istituto d’Arte di Faenza. Per questo oggi Amato Bontempo padroneggia le tecniche di produzione contemporanee ma conosce a fondo quelle desuete tramandate nelle antiche botteghe di generazione in generazione. 
Il suo racconto di come si faceva ceramica a Rapino fino agli anni ’50 parte ovviamente dall’estrazione e preparazione dell’argilla: “Mi ricordo che sia la preparazione dell’argilla che dello smalto erano lavori da schiavi.
Per procurarsi l’argilla si ingaggiavano dei contadini e si andava a zappare lungo il fiume Versola, dove ci sono delle zone argillose. Lì si estraeva un’argilla che naturalmente era ricca di impurità. Per depurarla bisognava riportarla allo stato liquido, quindi facevano asciugare la terra arrivata dalla cava, la sminuzzavano con dei magli di legno, poi la mettevano a bagno. A quel punto la setacciavano. Poi bisognava farla tornare solida, quindi aggiungevano alla terra liquida uno strato di argilla secca preventivamente setacciata e seccata, e impastavamo tutto con i piedi. Quando avevano fatto questa montagna di terra la passavano in una impastatrice rudimentale. Era un rullo come quelli per fare la pasta, girato a mano con la manovella.”

La modellatura dei pezzi avveniva a seconda dei casi al tornio o con l’ausilio di stampi: “I pezzi si modellavano con i torni a pedale. Il torniante a casa mia lo faceva principalmente mio zio, zio Lorenzo che si dedicava alla tornitura. E poi c’erano operai che andavano e venivano.
Per i piatti invece si adoperavano gli stampi di gesso.  Si prende lo stampo di gesso, gli si mette la lastra di argilla sopra, si poggia sul tornio, si abbassa la bascula, e una sagoma di ferro dà la sagoma esterna al piatto. Poi per effetto dell’assorbimento del gesso il piatto si asciuga, si estrae dallo stampo, si rifinisce e si mette all’essiccamento.”

Per la prima e la seconda cottura si utilizzavano ovviamente le grandi fornaci alimentate a legna, che erano costruite dagli stessi ceramisti. La parte più alta della fornace – denominata fornaciotto – veniva utilizzata per accelerare l’essiccazione dei pezzi. 
fischietto di Amato Bontempo
(coll. Museo dei Cuchi)
Bontempo: “Fino al 1935-36, poco prima della guerra, si andava sempre con i forni a legna. Io me li ricordo da bambino: erano dei forni immensi! Per San Rocco ci andavano 1.000-1.500 boccali in una volta sola. E quando andava qualcosa storto con un forno di quelli erano guai seri! Poi pian piano si sono introdotti forni elettrici.

Secondo me i ceramisti che costruivano questi forni non erano artigiani, erano ingegneri! Non era una cosa semplice, bisognava fare in modo che i tiraggi funzionassero.
La fornace a legna era costituita dalla zona in cui si faceva fuoco, quella di cottura, e in più la parte alta con il fornaciotto, dove passavano i fumi e si metteva la roba ad essiccare.
Quindi nella prima camera sotterranea si faceva fuoco, poi al piano terra c’era il reparto cottura, dove si metteva a cuocere il carico, e in fine la parte alta dove passavano i fumi attraverso la merce umida che così asciugava.”

Grosso: “I fischietti servivano anche per riempire i forni. Perché il forno a legna per rendere bene doveva essere pieno in ogni sua parte. Quindi questi fischietti si mettevano anche negli spazi minimi.”

Il procedimento di cottura richiedeva una grande abilità. Per non rischiare di danneggiare il contenuto della fornace bisognava sapere precisamente quando era il momento di far salire la temperatura e con quale velocità. Il tutto ovviamente veniva fatto ricorrendo unicamente all’esperienza e all’istinto dei Maestri, e senza l’ausilio di rilevatori della temperatura.
Bontempo: “La prima cottura che trasforma la creta in biscotto si fa intorno ai 980-1000 gradi. Sembra una cottura semplice, perché uno non si deve preoccupare di non rovinare lo smalto. Però il ciclo di cottura deve essere molto scrupoloso perché ci sono delle fasi molto importanti. Per esempio sui 500 gradi bisogna andare piano perché ci sta la trasformazione del quarzo, la cristallizzazione, e allora i pezzi si possono spaccare. Gli artigiani di una volta sapevano che bisognava fare così, ma non si rendevano bene conto del perché. Io invece ho avuto la fortuna di frequentare l’istituto tecnico di Faenza dove ti spiegano come avvengono certi processi.

Una volta estratto l’oggetto ci si dipinge sopra e si fa la seconda cottura, in cui si arriva a una temperatura leggermente inferiore della prima. Anche in questo caso il processo è molto delicato. Bisogna arrivare alla temperatura di fusione giusta dello smalto e del colore. Si può sballare al massimo di 10-20 gradi, perché altrimenti i colori si muovono tutti.

Quando al posto dei forni a legna si passò al forno elettrico,  per limitare le spese i Bontempo lo presero  in comune con i Bozzelli. Un giorno cuoceva uno, l’altro giorno cuoceva quell’altro. ”

Per quanto riguarda la fase della smaltatura, l’immediato dopoguerra segnò un arretramento nelle tecniche di produzione. Per alcuni anni le fabbriche che rifornivano le botteghe non ricominciarono la loro attività, e i ceramisti si videro costretti a produrre gli smalti in proprio, ricorrendo a procedimenti ormai desueti. Il Maestro Bontempo ricorda che questa rappresentava in quegli anni una delle fasi di lavorazione più faticose: “Quello che era complicato assai era fare gli smalti. Mi ricordo che nel dopoguerra tutte le fabbriche produttrici erano chiuse ed i trasporti funzionavano male. Quindi per lavorare gli artigiani facevano il marzacotto. Non facevano altro che prendere la sabbia e ci mettevano il piombo, il minio, in mezzo. Li mettevano in dei contenitori di terracotta all’interno della camera di fuoco della fornace, in modo da portarli alla temperatura di fusione. Una volta estratta questa massa fusa dentro questi contenitori, con un martellino dovevano togliere tutto il cotto che era il contenitore esterno, e spesso qualcuno ci lasciava il dito. Una volta pulita, si sminuzzava la massa e poi bisognava macinarla per riportarla allo stato liquido e potere smaltare. E ci si aggiungeva un 5-6% di ossido di stagno che gli dava l’opacizzazione, perché altrimenti sarebbe vernice trasparente. Questo ossido di stagno subito dopo la guerra si faceva con le grondaie di stagno. Si ossidavano al fuoco in una specie di fornaciotto per ricavare lo stagno.

Il fiume rappresentava un elemento indispensabile per il ciclo di produzione ceramica. Se le sue sponde fornivano l’argilla, le sue acque venivano utilizzate per alimentare i mulini che dovevano macinare gli smalti. Questo sistema fu utilizzato tra ‘800 e primo ‘900, ma tornò in uso dopo la seconda guerra mondiale, dato che a Rapino la linea della elettrica tardava a essere ripristinata.
Bontempo: “Per 2 anni buoni la corrente non è tornata a Rapino, quindi per macinare questo smalto si utilizzavano i mulini ad acqua. Erano costituiti da delle botti di legno con un macinino di pietra e  delle pale sotto che giravano per la pressione dell’acqua. Lo smalto veniva lasciato a macinare 3 o 4 giorni, e quando era pronto si rimetteva nei recipienti ed a spalla lo si portava di sopra nel laboratorio. Tutto questo fino al ‘49-50, quando si sono riattivate i trasporti e le fabbriche che facevano gli smalti. Da allora è stato tutto un po’ più semplice, ma quei 3-4 anni mi ricordo che ricominciare a lavorare la ceramica fu un lavoro proprio duro.”
fischietto ad acqua di Cesare Grosso (foto G. Croce)
Considerato quanto fosse faticoso il procedimento, non c’è da meravigliarsi se lo smalto non venisse sprecato neanche quando il prodotto finale risultava imperfetto. Un possibile utilizzo di questi smalti difettosi era la decorazione di fischietti, campanelle e vasellame dozzinale. Lo nota Giovannelli, che nella sua collezione ha alcuni galli ottocentesci coperti di smalto opaco attribuibili a Giuseppe Bontempo, nonno di Amato.[14]

Cesare Grosso ci ricorda invece come gli smalti prodotti nelle diverse botteghe avessero delle piccole differenze, riconoscibili da occhio esperto. I ceramisti custodivano gelosamente la propria ricetta per la composizione dei diversi colori, e la trasmettevano solo ai propri figli. Si tratta ovviamente di sfumature che andarono a scomparire con l’avvento degli smalti prodotti a livello industriale: “Ogni artigiano aveva la sua particolarità nel creare gli smalti. Facevano delle misture con l’aggiunta di qualche ingrediente segreto. Questo dava soprattutto ai rossi e ai verdi un timbro particolare, e li rendeva riconoscibili.”

La produzione odierna

Oggi a Rapino la ceramica non è più un settore trainante dell’economia. Eppure qualche segnale di ripresa c’è stato rispetto alla crisi che tra gli anni ’50 e 60 portò alla chiusura di praticamente tutte le botteghe. Passeggiando per il paese è possibile notare varie botteghe in attività, anche se le nuove generazioni di ceramisti fanno venire da fuori i pezzi semilavorati e si dedicano esclusivamente alla decorazione.
Grosso: “Ora pian piano la ceramica di Rapino si sta riprendendo. Anche se non ci sono più i ceramisti propriamente detti. Si tratta prevalentemente di decoratrici, la maggior parte donne. Acquistano gli oggetti già fatti da Deruta, da Castelli, o da dove capita, e lo decorano alla maniera di Rapino.
Questo è un motivo di confusione, perché ad esempio io, che colleziono ceramiche, riconosco la ceramica rapinose antica più dalla forma che dalla decorazione, perché la forma è molto tipica e identifica una bottega. Mentre oggi è tutto omologato.
Per spiegare questa cosa sono solito dire con una punta di ironia che l’unico ceramista di Rapino sono io, perché io parto dall’argilla e arrivo al risultato finale.”

Ed in effetti, pur non essendo un ceramista di formazione, Cesare Grosso rappresenta oggi il punto di riferimento principale a Rapino - per lo meno per quanto riguarda i fischietti. Continua a realizzare con passione i suoi pezzi, ma anche a fornire informazioni preziose agli appassionati ed a partecipare a rassegne e manifestazioni dedicate alla ceramica fischiante: “Per me appartenere a questo mondo dei fischietti è una soddisfazione enorme. Grazie ad un oggettino così piccolo sono entrato in collegamento con collezionisti e artisti di fama internazionale. Quindi il fischietto mi ha dato l’occasione di condividere questa passione con tantissima gente. In molti casi ne sono nate amicizie solide e durature, ad esempio in Puglia, in Umbria, in Toscana. Grazie al fischietto ho conosciuto un grande artista come Federico Bonaldi. C un gruppo di intenditori di ceramiche sonore abbiamo dato vita a una associazione che si chiama Anemos e che ha tra i suoi obiettivi la rivalutazione della ceramica fischiante.”

Per quanto riguarda le famiglie di antica tradizione ceramica, come abbiamo detto, sono già alcuni decenni che queste hanno continuato ad operare solo al di fuori del paese d’origine.
Data la recente chiusura della bottega di Gabriele Vitacolonna a Guardiagrele, e la scomparsa del fratello Antonino - che ha operato per tantissimi anni a L’Aquila -  è Amato Bontempo l’ultimo esponente delle dinastie ceramisti rapinesi ancora in attività. Nella sua bottega di Francavilla al Mare è possibile trovare delle splendide ceramiche decorate con il tipico motivo del fioraccio.
Bontempo: “Nel 1955, dopo essermi diplomato alla scuola d’arte a Faenza, trovai lavoro in una fabbrica di porcellana a Varese. Ma ero figlio unico, e mio Padre mi pregò di seguirlo a Francavilla. Sono passati 50 anni e siamo ancora qui, ringraziando Iddio.

Ancora oggi i pezzi li facciamo intermente noi, partendo dall’argilla. Anche se sarebbe più conveniente comprare i pezzi grezzi.
Per i pezzi che si fanno al tornio chiamiamo occasionalmente un torniante, mentre per altre cose, come i piatti, utilizziamo stampi nostri. C’è gente che viene 40 anni dopo aver preso il servizio e trova ancora la stessa forma.
C’è un ragazzo che si dedica esclusivamente agli stampi e poi siamo in 3 a dipingere, io e altre 2 ragazze. Il nostro cavallo di battaglia è il fioraccio. Si fa pure a Castelli, però il nostro è molto più fresco, perché è fatto di getto, con un’unica pennellata
Sono l’unico della famiglia rimasto a fare questo lavoro… fino a quando non lo so.”


 I testi sono di Massimiliano Trulli massitrulli@gmail.com - riproduzione vietata



[1] Fabio Cappelletti, discendente dei famosi maiolicari di Castelli, si trasferisce a Rapino nella prima metà del XIX secolo, e sempre in quei decenni Raffaele Bozzelli darà origine alla prima bottega di ceramiche rapinesi. La presenza della ceramica si consolida tuttavia nei decenni successivi. Si vedano ad esempio Vincenzo Franceschilli ed al., La Ceramica di Rapino e i Bontempo, Edizioni Ferentum, 1994 e Diego Troiano e Van Verrocchio, “Le più antiche ceramiche di Rapino” in Azulejos - rivista di studi ceramici, n° 2 2005.
[2] La storia di questa famiglia di ceramisti è stata ampiamente documentata da V. Franceschilli, Op. Cit.
[3] Tra i santi col fischio legati alle diverse fiere patronali vi erano San Giustino a Chieti, San Cetteo a Pescara, San Rocco a Roccamontepiano, Santa Lucia a Cepagatti, San Nicola a Pollutri, San Cesidio a Trasacco, Santa Reparata ad Atri, Santi Medici a Roccascalenga, Santi Martiri a Celano. Fischietti con le sembianze di madonne e santi erano posti a protezione di stalle, botteghe, fattorie e abitazioni. Lo attesta Vito Giovannelli, “Il fischietto tradizionale abruzzese. Particolarità e raffronti”, in Salvatore Cardello (cur.), Sibilus I, Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo di Caltagirone, 1993.
Rispetto alle altre regioni italiane, i  fischietti devozionali sono presenti ovviamente a Caltagirone – in Sicilia – ma anche in Puglia e nelle Marche.
[4] Fanno eccezione i fischietti di Anversa, che secondo la testimonianza di Giuseppe Vecchierelli – da noi raccolta - erano solitamente lasciati grezzi, o al massimo bagnati nella calce per eliminare le macchie di fuliggine.
[5] Federica Papi e Maria Concetta Nicolai, “Abruzzo”, in Paola Piangerelli (cur.), La terra, il fuoco, l’aria, il soffio – la collezione di fischietti di terracotta del Museo nazionale di Arti e Tradizioni popolari, Edizioni De Luca 1995.
[6] V. Giovannelli in I galletti con il fischio delle botteghe di Rapino, Amministrazione Comunale di Rapino, 1994 nota come qualche Maestro più raffinato come Giuseppe Bontempo, invece di aggiungere il modulo sonoro come un’appendice del fischietto lo ricavava dalla cavità della statuetta.
[7] Come vedremo, la pubblicazione stessa e il suo convegno di presentazione hanno dato il via ad una operazione di rilancio dei fischietti rapinesi. 
[8] E’ V. Giovannelli (1994) che da una parte cita Fanelli e Cirotti e dall’altra ricostruisce la produzione di fischietti dei vari maestri ceramisti. 
[9] F. Papi e M. C. Nicolai, op. cit.
[10] Anche questa testimonianza è dei primi anni ’90, e tratta da F. Papi e M. C. Nicolai, op. cit.
[11] Vito Giovannelli, 1994.
[12] F. Papi e M. C. Nicolai, op. cit.
[13] Nel 2012 ha ad esempio conseguito il terzo premio e il premio per il fischietto ad acqua nell’ambito della II Biennale Internazionale del Fischietto “Città di Matera”
[14] V. Giovannelli, op. cit.


giovedì 10 maggio 2012

International Competition for Ceramic Whistles 2012 Edition - Matera


Call for entries.

International Competition
for Ceramic Whistles
3rd Edition   16 September – 30 September 2012
Città di Matera

The Town of Matera and The Cultural Association Genius Loci announce their call for entries for 3rd Edition of the International Competition for Ceramic Whistles - 2012 Città di Matera
Rules

1- All participants are entitled to present from three to  maximum six whistles created with ceramic materials. Participating is free of charge.
2- Works must not exceed the following measures  20 x 20 x 25h cm. Entries  measuring longer or wider will not be accepted. No specific theme is provided. 
All participants can present whistles made of terracotta, ceramic, gres or porcelain or made by the combination of this material. Entries created by non ceramic procedures or with different materials (wood, glass, etc), will not be admitted. Each work has to be signed with the name of the artist.
3- Entries must be sent to Ass. Culturale Genius Loci, c/o Casa Grotta del Casalnuovo, Rione Casalnuovo 308, 75100 Matera – Italy within September 10th, 2012. All entries must include a properly completed application form that can be sent with the works or by fax to the 0039  0835 314139 o mailed to  geniuslocimatera@libero.it
4- Entries must be sent with prepaid shipping expenses. Entries must be packed carefully to avoid damage. The sponsor cannot assume responsibility for any damage sustained to the entries before they have been received. The works must arrive by June 17th of May 2012.
5- All the whistles will be exhibited from to the 16th  to the 30th of September2012 in the Exibition Space of Santa Maria De Armenis  – Matera 
6- During the exhibition it is not possible for the artists to sell the works present in the competition. The artists can indicate the value of their works in the application form, in order to satisfy any purchase request only at the end of the exhibition. In this case a commission of  20% is charged. The commission  must be included in the price indicated in the application form
7- The members of the commission will be chosen by the Ass. Genius Loci and will be composed of experts in the art field. The name of the Members will be made public only when their final verdict has been announced.
 8- Prizes are listed below and will be subject to tax deductions required by law.
1st Prize € 750,00  + honorable mention
2nd prize € 500,00 + honorable mention
3rd prize  € 250,00 + honorable mention
PUBLIC’S PRIZE, € 250 for the entry chosen by the public which has not won another prize.
All the Competitors will receive a Certificate of participation.
Three more sections are:
The Best  whistle made according to the Italian tradition
The Best whistle made by foreigner artists.
The Best Innovative whistle.
The Best Water clay whistle.

9- The decisions of the jury are final and require no justification. The communication to the winner will be sent by post mail to the their address or by e-mail.
10- PUBLIC’S PRIZE: euro 250,00. This prize is awarded to an entry which has not already won another prize and is been most voted by the public during the exhibition.
11- Participating in this contest, the authors allow the organizers to reproduce the image of the winning and selected works in any kind of medium. These images will be only exhibited for the promotion of similar contests or for other social and cultural activities organized by the Cultural Association Genius Loci or sponsored by the Town Council of Matera
12- Winning entries, and the group belonging to the same author, will remain property of the Association “Genius Loci Matera” and will be exhibited in the Civic Museum of Ceramic Whistles of Matera.
13- Donation: Participants can donate their works to the Civic Museum Of Ceramic Whistles of Matera or they can sell their work after the competition (see art. n. 6). The authors will indicate their decision in selling or donating their works in the Application Form .  Return of entries: the return’s costs will be paid by the partecipants. All the works will be returned in three months after the exhibition.
14- The  Organising Committee will take the greatest care in handling all work.  The author will take responsibility for the correct packaging and transport of his or their works. The same packaging will be used by the Commission to return entries by courier if so requested. All transport costs prior to and following the exhibition are payable by the participant .
15- Participation in this competition implies acceptance of its rules and conditions.


venerdì 16 settembre 2011

I fischietti dei Maestri cocciari di Ficulle (Terni) - Memorie e Suoni di Terra

Questo paese è legato alla lavorazione della terracotta da sempre. Lo testimonia il nome stesso: Ficulle. Nonostante lo stemma cittadino, il nome non ha niente a che vedere con l’albero di fico. Deriva invece dal latino figulus, figulo, ciò è vasaio. Quindi sembra che a fine X o nell’XI secolo, i primi insediamenti abitati di questo territorio si dedicassero alla lavorazione dell’argilla. Questo perché la zona è piena di giacimenti, e quindi qui nacquero una serie di insediamenti proprio per lavorare la terracotta.

Si calcola che negli anni ’30 nel paese ci fossero una quarantina di persone che lavoravano la terracotta. E tutta l’economia locale girava - oltre che attorno all’agricoltura - anche attorno alla terracotta. Perché c’era un indotto: chi si occupava di estrarre la materia prima, chi portava la legna per fare le cotture, chi andava a vendere i prodotti, e così via. Quindi erano in molti a lavorare nel settore”.

Sono parole di Fabio Fattorini, artigiano che ancora oggi perpetua la secolare tradizione di lavorazione della terracotta di questo paese dell’Umbria. Ci siamo rivolti a lui e a tre anziani Maestri artigiani di Ficulle per saperne di più sulla lavorazione della terracotta e naturalmente anche dei fischietti di questa zona. Il primo di questi maestri è Renato Cortellini, che da quasi 40 anni vive e lavora a Fabro, ma che proviene da una antica famiglia di cocciari di Ficulle, precisamente della frazione di San Cristoforo. Il secondo è Carlo Luciani, anche lui cocciaro da generazioni con bottega a San Cristoforo. In fine c’è il padre e maestro di Fabio, Carlo Fattorini.

Le prime domande che rivolgiamo a questi artigiani riguardano il legame – spesso molto antico - tra la loro famiglia e il mestiere del cocciaro, nonché le modalità del loro personale l’apprendistato. Una delle costanti che emerge nel loro racconto è il fatto di avere imparato i rudimenti del mestiere sin dalla tenera età.

Renato Cortellini: “Nella mia famiglia la tradizione di lavorare la terracotta è sicuramente molto antica. Noi pensiamo che risalga addirittura al ‘400. Infatti mio Nonno ha trovato un mattone della nostra bottega di Ficulle che riporta la data del 1412. Di sicuro c’è che la bottega di famiglia era attiva già dal 1770. E questo è documentato: è scritto sul diploma con cui mio babbo Cesare ricevette la medaglia d’oro per l’artigianato. [1]

Io ho sempre frequentato la bottega, da quando avevo 5 anni. Il Babbo mi comandava le piccole faccenduole. Poi andavo anche a scuola, ma all’epoca dopo la quinta elementare ti facevano smettere immediatamente. Peraltro io ero bravo, mi piaceva la scuola. Ma mi trovo contento di quello che ho fatto, mica mi lamento
”.

Carlo Luciani: “Ho imparato da piccolo, dopo che anche Luciano, mio fratello più grande, aveva imparato il mestiere dal Babbo. Poi quando a scuola ho chiuso la classe quinta, il Babbo mi ha detto: “c’hai voglia di studiare?” Ed io: “no!” “E allora ecco, vieni qui ed impara il mestiere”. Ho imparato su un tornietto piccolo, a pedale, che ancora conservo. E fino all’85 ho fatto questo mestiere, e lo rifarei volentieri, però non si può fare più, perché qui non si rinasce più”.

Carlo Fattorini: “Questa è stata sempre zona di cocciari da centinaia e centinaia di anni a questa parte, e se scaviamo sotto al paese troviamo tutti pezzi di cocci anche a un metro e mezzo di profondità. Ma nella mia famiglia io e mio fratello[2] siamo stati i primi. Avevo il Babbo che lavorava nelle botteghe, ma si occupava un po’ de aiutà, non sapeva tornì.

Ho imparato queste tradizioni antichissime quando ero molto giovane. Non è una cosa facile, ci vuole una vita per imparare, ed ancora devo finire di imparare, per essere onesto.
Io sono del '31, ed esattamente dall’età di 5 anni sono andato a bottega. Con me lavorava anche mio fratello, che è più grande di me di 4-5 anni.
Avevo un Maestro molto bravo, posso dire un amico. Ma bravo sul serio, non di quelli che si fanno chiamare maestri ma non sanno fare niente. Soprattutto, era bravissimo con il tornio, era un tornitore che faceva paura! Mi ha tirato su lui come io ho tirato su mio figlio. Si chiamava Rigo Sassetti, ed era del '4. Abbiamo sempre lavorato insieme fino a che, nel '63, quando lui è morto ed io ho continuato col Fratello."

Nel seguito della nostra chiacchierata, approfondiamo con i Mastri cocciai di Ficulle tutte le fasi della lavorazione della terracotta, dall’estrazione dell’argilla fino alla vendita dei prodotti, passando per la preparazione dei colori e la cottura.

L’estrazione e la preparazione dell’argilla

Fabio Fattorini: “Una volta l’argilla bisognava estrarla nelle cave. E non era una passeggiata: non c’erano ruspe, si faceva tutto a mano. Di solito trovavi uno sbanco di 3 metri, ma l’argilla buona - quella più azzurra, quella che ha la giusta resistenza nella lavorazione – era soltanto la parte di sotto. E allora andava estratta quella, mentre quella sopra non serviva a niente.
Quelli più coscienziosi toglievano la parte sopra e prendevano il cuore. Altre persone scavavano una galleria, per evitare di dover togliere 2 o 3 metri di terra sopra. Però era un metodo pericoloso, e negli anni ’50 c’è morta una persona qui a Ficulle. La galleria è crollata e lui è rimasto sotto. E da lì l’estrazione dell’argilla a Ficulle è andata diminuendo.

Noi ultimamente prendevamo gli scarti dei laterizi a Bettolle. Li c’è una grandissima produzione di laterizi, e noi prendevamo i mattoni rotti che venivano scartati prima di essere infornati. Non costavano niente, pagavi solo la ruspa e il camion. Quindi prendevi 400-500 quintali di argilla, la portavi nel terraio, poi la lavoravi con l’acqua, la battevi. Avevamo un cilindro fatto con i rulli del carro armato, proprio una cosa molto artigianale che avevamo costruito per schiacciare l’argilla
”.

Renato Cortellini: “Ai tempi in cui era vivo mio Nonno la terra l’andavamo a prendere sul terreno con il piccone. Poi andavamo in laboratorio e la scaricavamo. La trasportava un mulo con i bigonzi scarcarelli, che sono due bigonzi che c’hanno il fondo bucato. Arrivati vicino alla vasca dell’argilla si slacciava la cordicella e zum: si aprivano i bigonzi e il contenuto andava a finire dentro!
Usavamo l’argilla della zona, ma ora non si può più fare. Una volta la stavo scavando dal campo, in certi terreni miei. La forestale mi ci ha trovato e mi ha detto di non cavarla più. Ti possono anche mettere in galera, perché la considerano come una cava abusiva. Loro fanno di ogni erba un fascio, mentre noi per le nostre esigenze caviamo poca terra, forse 15 quintali all’anno.

Poi l’argilla si bagnava e si manovrava con il badile e la pala. Poi si metteva su un tavolone grosso di quercia che ancora ce l’ho su alla vecchia bottega. E si passava su e giù una ventina de volte con una sbarra de ferro. Così l’argilla era pronta. Si maneggiava ancora un po’ con le mani ed era pronta per il tornio. Invece adesso arriva la creta pronta in pacchetti
”.

Carlo Fattorini: “L'argilla al tempo della fame la estraevamo con il piccone, ora si compra roba già manipolata, industriale. Sarebbe meglio usare solo la terra nostra, ma se vai a pijalla con il somaro, come si faceva una volta, non puoi magnà! Se te metti a picconà ci metti 2 giorni a estrarre un quintale de terra. Invece se paghi 20 euro ne prendi un quintale e ½.”

La tornitura

Se è vero che tutte le fasi della produzione di manufatti in terracotta richiedevano una grande esperienza, probabilmente era nel lavoro del tornio che la maestria degli artigiani di Ficulle si esprimeva a pieno. Si trattava allo stesso tempo di un lavoro di fatica e di grande perizia.

Renato Cortellini: “Il lavoro del tornio era faticoso, ma noi si era cocciari che mica scherzavamo! Si lavorava davvero: stavamo 12-14 ore al giorno al laboratorio. Se no facevi poco, non producevi abbastanza.
Noi siamo in grado di fare centinaia di pezzi al giorno con il tornio: siamo veloci, è proprio il lavoro nostro.

Il lavoro del torniante uno lo può continuare a fare anche alla mia età solo se ha fatto una vita corretta. Se uno ha bevuto, ha fumato molto… basta che le mani tremano un pochino e non lo riesci a fare più. Ci vogliono le mani ferme.

Oggi è molto più facile. L’impastatrice oggi ti prepara anche i pezzi e le misure, oppure si mette un affare al tornio che chiamano giudice. Ma io non ne ho bisogno: fo molto ad occhio. Tanto è vero che quando mi ordinavano 100 boccali mi dicevano: come fa a farli tutti uguali? A occhio, pratica e occhio. Quando ne ho fatti uno-due gli altri vengono tutti uguali.

Le crete che usavamo erano di diversi tipi: quelle refrattarie, più rosse, si usavano per i tegami, ad esempio. Perché la rossa è buona per cuocere, mentre quella bianca si spacca.Ma se fo un contenitore per l’acqua, quella bianca tiene. Più è bianca e più tiene. Mentre quella rossa diventa umida, si impregna tutta. Il fischietto invece lo fai con tutti i colori di terra, quella che c’hai usi.

Anche i giovani sanno tornire, ma mica come noi. Dopo sono più bravi su altre cose. Loro hanno fatto la scuola d’arte e hanno imparato altre cose. Noi siamo rimasti alla tradizione, e loro invece sono andati avanti. Sanno usare altri materiali, usano tecniche nuove. Noi invece tecniche nuove niente.”

Carlo Luciani: “Il nostro era un lavoro faticoso ma dava anche soddisfazione. Non si dipendeva da nessuno, eravamo liberi, e questo è tanto. E la domenica era sempre festa. Anzi, quando avevamo cotto un forno si faceva sempre 2 o 3 giorni di festa.”

Carlo Fattorini: "Diceva il mio Maestro che gli ero passato avanti, che ero diventato più bravo di lui al tornio. Lo diceva Rigo, io non lo direi mai! Lui mi insegnava che la terracotta più fina la fai e più bravo sei. Poi però io ci avevo preso gusto a farla fina, e allora lui prese a dirmi: devi imparare a farla più spessa! Io non lo ascoltavo e allora litigavamo. Il fatto è che lui preferiva la solidità del vaso, in modo che non si rompesse. Perchè ovviamente più fino è l'oggetto più è facile che si rompa.
Anche mio figlio è passato avanti a me. Di mio Figlio posso dirlo, mentre non lo potrei dire del Maestro mio!


La cottura

Particolarmente affascinante è il racconto di come si cuocevano i cocci e i fischietti nel forno a legna. Si trattava di un lavoro lungo e faticoso, che richiedeva abilità da molti punti di vista, come la disposizione dei pezzi nel forno o la scelta dei tempi e delle temperature.

Fabio Fattorini: “I forni a legna tradizionali avevano una camera di cottura di 1 metro e 80 per 1 metro e mezzo per 2 metri di profondità. Sotto c’èra un bacino dove si metteva tutta quanta la legna. Il forno era a fiamma libera, nel senso che c’era un pavimento per dividere le due zone con una serie di fori da cui passava la fiamma. Saranno stati 50-60 fori, e la fiamma passava in mezzo ai vasi.

Con la cottura a legna, per cuocere un bel forno ci vorranno dalle 28 alle 30 ore. Ma il tempo di cottura dipende anche dal materiale che ci metti dentro. Bisogna calcolare un certo numero di ore per ogni quintale di creta. Se nel forno ci sono solo piatti e bicchieri, che sono sottili rispetto a brocche e vasi, 5 o 6 ore le risparmi.
Ci sono varie fasi di cottura
. Le prime 8-10 ore sono di tempera, nel senso che gli oggetti non devono “vedere” la fiamma ma soltanto calore, in modo che si tempera tutto l’ambiente. Poi puoi iniziare a usare la legna più sottile fino ad avere la fiamma viva che serve a “lavare” lo smalto.

Nel forno, gli oggetti si impilano uno sopra l’altro. Le brocche le metti bocca contro bocca e poi di nuovo fino a formare una colonna. Questo significa che per potere infornare gli oggetti devi farli in un certo modo. La brocca da vino, quella li con il becco lungo, devi farla con il becco di una certa forma e misura, perché poi devi appoggiare i pezzi bocca contro bocca e sedere contro sedere. Quindi se il becco è un pò storto la brocca non poggia bene, e non riesci mai a
fare la fila.
I piatti invece si impilano separandoli l’uno dall’altro con dei piedini fatti in terracotta.
Alla fine il forno deve essere completamente pieno. Perché essendoci i fori sul pavimento, la fiamma viaggia dove c’è il vuoto. Quindi se si lasciano degli spazi viene una cottura non omogenea, perché dove c’è il vuoto la fiamma è piena, mentre nella parte dove ci sono più oggetti sarà difficile che passi.”

Carlo Fattorini: “Riempito il forno, si mura la porta con i mattoni o con 'li cocciacci, con la terraccia. E un metodo vecchio, di quando c’era la fame.”

Fabio Fattorini: “Si lascia un foro di 10 centimetri per poter controllare quando esce la fiamma, il che avviene grosso modo dopo 18 ore di cottura. A un certo punto i pezzi diventano di un rosso incandescente.
Sul forno ci sono anche alcuni fori, davanti e dietro, che servono per fare lo sfiato, cioè per fare uscire la fiamma. Magari succede che nel forno c’è più fiamma nella parte avanti, e allora tu chiudi un buchetto davanti e la mandi indietro. Sono tutti giochetti che servono per avere condizioni di fiamma uniforme dentro il forno
.”

Carlo Fattorini: “Una delle cose difficili è capire quanti gradi di calore ci siano nel forno a legna, perché lo devi vedere co’ l'occhi. Anche quando fai il colore devi capire ad occhio quando raggiungi la giusta dose di ingredienti. Oggi se il pezzo ti viene troppo cupo puoi mettere una soluzione e farlo più chiaro, ma allora non li potevi fare questi discorsi qui.“

Fabio Fattorini: “Non c’è termometro nel forno a legna. Si capisce che il forno ha raggiunto la temperatura giusta quando il rosso ha preso un colore particolare, che mi è difficile spiegare a voce. A quel punto ci si ferma, non si alimenta più il fuoco.
Insomma il forno a legna richiede un lavoro un po’ lungo, sia per infornare sia per la cottura
.”

Carlo Fattorini: “Il forno a legna che ho adesso è nuovo ma l’ho costruito come 2000 anni fa. Ho fatto tutto io, sono maestro di queste cose qui. L’ho ricostruito con le stesse misure del forno del mio Maestro: come era fatto quello li ho fatto questo. Perché quando vai fuori con le misure diventa un po’ difficile. Ed ho anche due tornii di quelli vecchi, a pedale.”
Ma la cottura dei pezzi era anche una delle fasi di lavoro più belle per un cocciaro, sia perchè permetteva momenti importanti di socialità che perché preludeva ad un breve ma meritato riposo.

Carlo Luciani: “La fornace in un mese circa si riempiva. E allora circa una volta al mese si coceva. Di inverno era un po’ difficile azzeccare il giorno giusto, perché ci voleva il sole.

La cottura era una festa, sopratutto l’inverno, quando era freddo. Noi si accendeva il fuoco verso mezzogiorno-l’una fino al mezzogiorno dopo, e la notte bisognava fare la veglia. E la sera venivano gli amici, ci facevano
compagnia. A mezzanotte levavamo la brace la mettevamo in mezzo, e si cucinavano le salcicce e le bistecche di maiale.
L’estate invece era fatica, eh! Perché a mettere la legna era caldissimo.Col fratello si faceva mezza nottata per uno, io facevo sempre la sera e lui all’1-1 e ½ si alzava e mi dava il cambio fino alla mattina
.”

La decorazione

La decorazione caratteristica di Ficulle è maculata: il fondo reso chiaro da un ingobbio, il bianchetto, viene decorato con macchie verdi e marroni. In fine si da una mano di cristallina per rendere lucida e impermeabile la superfice.
Bianchetto e colori erano tutti prodotti artigianalmente dagli stessi artigiani.

Carlo Fattorini: “La colorazione tradizionale di queste parti la chiamiamo schizzato. Si fa immergendo nella vernice lo scopetto e poi schizzando i pezzi. I colori erano fatti con sostanze naturali ed erano preparati da me o da altri artigiani: le macchie verdi le facevamo con il rame bruciato, quelle scure con un sasso vulcanico macinato, quindi alcune macchie venivano più intense, altre meno intense. E puoi girà il mondo ma un colore come questo non lo trovi da nessuna parte.”

Fabio Fattorini: “Per il fondo chiaro si usava quello che noi chiamiamo il bianchetto. Con il bianchetto il pezzo diventa giallino dopo la cottura, invece che tutto marrone.
Non è un colore, ma una terra bianca che da noi si trova solo al campo di Triguanda. La terra va messa a bagno, poi si mette a scaglie dentro una conca e viene setacciata tre o quattro volte. Si mette a bagno, si mescola con le mani, si passa con il primo setaccio grande, poi quello più piccolo, infine quello ancora più sottile, fino a che diventa proprio liquida.
Per questa ultima fase ci vuole un ora e mezza per ogni litro, perché il setaccio è così fino che non passa quasi niente. E infatti il setaccio si chiama così perché un tempo si faceva con la seta. Ci vuole una giornata solo per fare questo lavoro.

Per quanto riguarda il colore verde usavamo gli scarti di rame. Si mettevano nel forno in un recipiente, e si cuocevano. Il rame quando è cotto si spezza così, con niente. Poi con un mortaio si batte, si setaccia, e diventa polvere. E si rimescola insieme al piombo. Naturalmente ad occhio, perché non è che c’è il bilancino. Quando vedi che il colore è giusto ti fermi.”

Renato Cortellini: “La colorazione verde e marrone che vedete noi non la compramo. Ho continuato sempre a farmi i colori come li facevano mio Nonno, il mio Bisnonno e li mi Babbo. Gli ingredienti li mettemo ad occhio, non pesamo niente.
Per fare il marrone ci mettemo una pietra di Civita de Bagnoreggio, il manganese. Pè fa il verde cuocemo il rame e lo pistamo su una pietra.
Facciamo da soli persino la cristallina. Prima usavamo piombo puro, che addirittura a me è finito nel sangue. Ho il saturnismo, che ho preso dando il piombo. Poi lo hanno vietato, quindi facciamo la cristallina igienica, che sarebbe vetro macinato. Ce se mette il silice, che sarebbe la sabbia fina fina. E viene fuori la cristallina come quella di oggi, solo un po’più ruvida.

Poi questo colore lo damo a modo nostro, senza usare lo spruzzo come insegnano oggi. Bagniamo il pennello nel colore e lo tiriamo addosso al boccale, a modo nostro. Poi prendiamo un catino di cristallina e ci buttiamo dentro il boccale.



Facciamo anche molto velocemente: se mi ci metto con mia moglie a dare il colore a 100 boccali non ci mettemo neanche un’ora a farne 100!”


Sia Carlo Luciani che Fabio Fattorini sottolineano come rispetto ai forni moderni, il forno a legna dia alla colorazione dei pezzi un effetto diverso e più suggestivo.

Carlo Luciani: “Lo smalto era su per giù tutto uguale, però se noi cocevamo 50 brocche con la legna non ne veniva nessuna uguale. Perché la fiamma non arrivava in modo uguale. Per esempio la brocca che era in alto nel forno veniva di un colore meno intenso, quella in basso si bruciava leggermente. Venivano fuori dei colori stupendi. Poi abbiamo preso il forno a gas e quello elettrico e la roba che c’è dentro viene tutta uguale, quelli in alto e quelli in basso.”

Fabio Fattorini:Il forno a legna dà ai pezzi una colorazione particolare, unica, che oggi con i forni moderni si è persa. Se nella parte inferiore del forno abbiamo ad esempio 1.000 gradi di temperatura, sopra la temperatura sarà sempre inferiore. Questa differenza di calore cambia la colorazione dei pezzi. Non potremo mai avere la stessa temperatura sul tetto e sul fondo del forno: uno può essere bravo quanto vuole, ma è impossibile. Quindi anche il colore dei pezzi sarà diverso.
E poi anche una stessa brocca potrà avere due colori diversi, uno più intenso e l’altro meno. Perché magari da una parte ci è passata la fiamma vicino, dall’altra parte no.
Infine va considerata anche l’umidità del forno e degli oggetti, perché l’umidità porta a cambiare colore.
Il forno a gas invece ha una intercapedine dove passa la fiamma. Quindi la fiamma gira in modo uniforme. E anche gli oggetti vengono fuori tutti simili
.”

La vendita

Gli artigiani di Ficulle si occupavano anche della vendita dei prodotti, che avveniva presso la propria bottega o in maniera itinerante, nelle diverse feste di paese e mercati. L’area in cui i cocciari di Ficulle smerciavano i loro prodotti era piuttosto ampia, e comprendeva oltre all’Umbria parte della Toscana e l’alto Lazio.

In un suo saggio, Francesca Sgrò[3] documenta come anche i fischietti in terracotta fossero un prodotto ricercato, soprattutto durante la fiera di San Giuseppe a Castiglione di Teverina (provincia di Viterbo) e la festa della Pentecoste a Orvieto. Quest’ultima era detta anche la festa della Palombella, ed infatti il fischietto più richiesto era proprio quello che riproduceva questo uccello.

Fabio Fattorini: “Questi signori, gli artigiani tradizionali, portavano i loro prodotti col somaro, con dei bigonzi pieni di cocci. Facevano il giro per le campagne, o andavano ai mercati che si tenevano nei vari paesi una volta al mese. E vendevano la loro merce. I contadini erano gli acquirenti più importanti. Ad esempio le brocche erano fondamentali: all’epoca non c’era l’acqua in casa.”

Carlo Luciani: “Prima si girava con il cavallo e il carretto. Nel 1935 Babbo – che si chiamava Francesco - e suo fratello Settimio si fecero un camioncino. Io sono del ’27, e avevo 7 anni, ma mi ricordo benissimo: era un 501 e costò 2.900 lire. E allora noi si arrivava ancora più lontano, 70-80 km dopo Orvieto. E si vendeva bene, perché li non avevano la nostra roba.

Anche qui a San Cristoforo si vendeva qualcosa. Vivevamo a poca distanza dalla famiglia Cortellini, che faceva lo stesso mestiere nostro. E sia noi che i Cortellini vendevamo la merce in piazza sotto quegli alberi li. Siccome tra Orvieto e Chiusi l’autostrada non c’era, le macchine passavano da qui, era una strada centrale. Per cui vendevamo la merce a chi passava.
Per fortuna con i nostri vicini si andava d’accordo. Ci dicevamo: oggi c’hai roba te? E tirala fuori te, io la tiro fuori domani.
E poi bisognava girare. E si andava in giro per le piazze e per i mercati a vende la nostra roba. Noi andavamo a Orvieto tutti i sabati, e c’avevamo anche un magazzino li.”

In più di una pubblicazione,[4] si nota come Cortellini, che ha continuato a girare le fiere fino a metà degli anni ’90, sia stato uno degli ultimi cocciari ad aver perpetuato questa modalità di vendita dei prodotti.

Renato Cortellini: “Ormai ho rottamato il carretto del mi Babbo, quello che usava quando era giovane e con mi Nonno andavano a vendere in piazza questi prodotti.
E anche quando ero giovane io giravamo tutte le fiere e i mercati qui intorno col carretto. La città più lontana dove arrivavano era Castiglion Teverina. Anche alla fiera della palombella a Orvieto ci andavo sempre con la bancarella, e di fischietti della palombella ne vendevo molti.
Il carretto era tirato dal cavallo
, e quando si arrivava lontano usavamo anche il carriolo a 4 rote, al quale attaccavamo anche il mulo. Ci volevano 2 o 3 bestie, altrimenti la salita gli pesava troppo.
Dopo abbiamo continuato col camioncino. Quando avevo 18 anni con il Babbo abbiamo preso il primo 501.
Le fiere le ho fatte forse fino al ’95. Ho smesso quando è uscito il registratore di cassa, perché l’artigiano deve fà l’artigiano. Io la vedo così: non mi posso mettere a fare il commercialista.”

I fischietti di Ficulle

I fischietti in terracotta di Ficulle sono di fattura piuttosto semplice rispetto alla produzione di altre zone d’Italia. Si tratta di numero limitato di soggetti, prevalentemente modellati a mano, lasciati grezzi o decorati con una semplice invetriatura. D’altronde il fascino di questi oggetti sta probabilmente proprio nella loro semplice espressività e nella loro completa aderenza alla tradizione.
I soggetti e la fattura di questi fischietti si ripetono infatti senza significative variazioni da generazioni. Si tratta di solito di soggetti legati al mondo rurale, che ricordano da vicino quelli prodotti dai vasai del viterbese e della Toscana.[5]

E’ stato documentato dal Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari che negli anni ‘30 fossero 18 le botteghe di Ficulle che lavoravano la terracotta. Tre di queste, oltre agli oggetti di uso domestico realizzavano i fischietti: si tratta delle botteghe Cortellini, Poli e Luciani.[6]

Renato Cortellini: “Sono tutti soggetti tradizionali: il bue col fischio, il cavallino con il fischio, il mulo con i bigonzi, la contadinella, il contadinello. Poi c’è l’uomo a cavallo, la gallinella, il pavone. Mi Nonno faceva anche il carabiniere, ma io non l’ho fatto più. Perché per farlo bello lo facevano con gli stampi, e a me con gli stampi non andava di farli, li ho buttati via tutti. Avevo anche il fischietto col duomo di Orvieto fatto con lo stampo.

Si facevano anche i richiami per gli uccelli di coccio, tipo questo.
[7] E’ fatto un pezzo al tornio un pezzo a mano, mentre le altre forme sono tutte a mano. Li usavano i cacciatori. Però bisogna saperli manovrare quando si fischia, altrimenti gli uccelli si impauriscono!

A fare i fischietti mi ha insegnato Cesare Cortellini, mi babbo, che gli ha insegnato su Babbo Fabiano. A mi Nonno ha insegnato il mi Bisnonno Luca, che anche lui faceva ‘sto lavoro. E mia figlia che si chiama Carla li sa fa anche lei. Ma non li fa, perché non guadagna. Insegna all’Istituto d’Arte.

Il guadagno dei fischietti era ed è piccolo, perché ci vuole tanto tempo per farne 1. Con 1 ora ne faccio 3. I fischietti tutti devono fischiare forte, e se azzecchi i fori fischia subito, altrimenti ti tocca provà, riprovà… poi ti vengono i cinque minuti e lo rompi. Ne faccio pochi e mi tocca smettere, perché mi agito. Però c’era la tradizione. Per questo seguito a farli come mi Babbo e mi Nonno.

Li acquistavano i bambini specialmente, sopratutto alla fiera della Pentecoste a Orvieto. Oggi non li fa più nessuno. A Ficulle c’è solo la Paola Biancalana che sa fà i fischietti
.” [8]

Carlo Luciani: “Non è che avevamo una grande produzione di fischi. Magari li facevamo per qualche ragazzetto, o facevamo qualche richiamo per un cacciatore quando lo chiedeva.nLa forma che si faceva di più allora era questa qui, il fischio semplice”.

Carlo Fattorini: “I fischietti ho imparato a farli dallo Zio del Maestro mio. Come forme facevamo degli animali - come il cavallo, la vacca e l'uccellino - o persone - come il contadino e il carabiniere. I soggetti dei fischietti erano più o meno quelli li, magari si poteva cambiare qualcosa in base alla fantasia del singolo artigiano. Poi gli mettevi il fischio sul culo.
Da noi a Ficulle si lasciavano grezzi, non si coloravano, esattamente come le statuine del presepe.
E si facevano tutti a mano, non si usava il tornio
”.

Fabio Fattorini: “Il fischietti tradizionali come il carabiniere, o il contadino che sale a cavallo all’incontrario, eccetera, erano delle prese in giro, come le barzellette di adesso sui carabinieri.
Poi oggi puoi trovare autori tradizionali, che mantengono la linea del passato, e quelli che dal tradizionale si evolvono e diventano qualcosa di diverso, magari acquisendo un valore artistico, come quelli di Paola Biancalana
.

Il fischietto va fatto per forza a mano, non puoi usare stampi. Ed è una cosa delicatissima: se fischia subito è fatta, se non fischia allora magari ci perdi tantissimo tempo: devi bagnare, provare ad aggiustarlo, poi lo guasti e lo rifai da capo, eccetera. Anche per questo mio Babbo non si è più impegnato a fare fischietti, anche perché purtroppo economicamente non ne vale la pena. Per fare un fischietto ci vuole molto tempo, non bastano 10 minuti. E magari lui li vendeva a 10.000 lire. Allora quello che capiva il fischietto – perché ne conosceva la tradizione e comprendeva la lavorazione che c’è dietro - lo prendeva, mentre la maggior parte della gente che veniva alla bottega diceva: ma voi siete matti, costano troppo! E allora lui ha abbandonato, perché diceva: che posso stare a litiga’ con tutti? E allora se vuoi lo fai per regalo, ma se lo devi fare per lucro, per soldi, non vale la pena. C’è soltanto una piccola nicchia di persone che può capirne il valore”.

Gli altri prodotti tradizionali

Al di là dei fischietti, a Ficulle si produceva una notevole varietà di stoviglie e recipienti di uso domestico. Alcuni di questi oggetti sono ormai scomparsi da decenni dalle nostre case, e forse proprio questo dona loro un fascino particolare.

Fabio Fattorini: “Quella che si fa qui non è ceramica ma terraglia, ovvero oggetti popolari di uso quotidiano. In questa zona non c’era ferro, né rame. Tutti gli oggetti di uso quotidiano venivano fatti con la terracotta. E quindi c’erano tutta una serie di oggetti in terracotta che si usavano nelle case di una volta.

Ad esempio io ancora conservo uno scolapasta in terracotta che è di fine 800. E poi ho una conca antica per lavare i piatti, perché una volta non c’era il lavandino. Con le conche in realtà ci facevano tutto. Ci lavavano anche i bambini nella conca più grande. E poi ci lavavano i piedi, le verdure….Cambiavano conca spero!

C’erano i recipienti refrattari, nel senso che potevano andare sul fuoco. Poi c’era la panatella per andare a prendere il vino in cantina, la zuppiera per la minestra di pane, e la brocca con cui si andava alla fontana a prendere l’acqua. La donna ne metteva una sulla testa, una sotto braccio e magari teneva anche qualche figlio piccolo per mano. Il ruolo della donna era fondamentale. Magari gli uomini andavano alla guerra – ad esempio Nonno mio ha fatto tutte le guerre possibili e immaginabili: Spagna, Africa, le ha fatte tutte! – e lasciavano sola la donna, che doveva fare tutto. Pensa che donna che era per gestire questa situazione!”

Renato Cortellini: “La produzione principale erano i tegami, i pignatti. C’era quello per mettere a fare il brodo e quello da latte, che si riscaldava vicino al fuoco per fare sia la ricotta che il formaggio.
Sapevamo fare anche gli otri grandi che si usavano una volta per conservare ad esempio olio e formaggio. Addirittura gli anziani li facevano ancora più alti, fino a 100 – 150 kg di capacità. Si modellavano parte al tornio e parte a mano, aggiungendo dei cordoli. Noi la chiamavamo tecnica “a picio”.

Oppure c’era la brocca nostra, la brocca ficullese per l’acqua che si portava sulla testa. Le donne dei piccoli paesi come i nostri facevano la coroglia, che è un pezzo di stoffa piegata in modo da fare una cosa rotonda. La mettevano sulla testa e su poggiavano la brocca, che pesava 12 litri. E così andavano e venivano dalla fonte.

Facevamo lo scaldaletto e la pretina da riempire con la cenere e il fuoco ardente per riscaldare il letto. E funzionavano: andavi a letto, e ti riscaldavi in un minuto!

Anche nel braciere ci si metteva la cenere e lo tenevi in mezzo alla cucina per scaldare. Perché le case di
una volta, quando ero piccolo io, avevano una cucina grande grande, con un grande focolaio, e le camere erano piccole. Il bagno non c’era, si andava nel campo o nella stalla.”

Carlo Luciani: “Facevo anche qualche pipa di terracotta per qualche vecchietto. Poi si prendeva un pezzetto di noce, con un ferro si bucava e si faceva il bocchino”.

Carlo Fattorini: “E’ un discorso forse difficile da capire, ma io sono attaccato a questo discorso del lavoro di cocciaro, a queste tradizioni vecchie. Ad esempio quello il è pignatto per il camino, con cui facevamo li fascioli. Quello li lo facciamo in quel modo da secoli, e resta sempre lo stesso come da tradizione.”

La crisi produttiva

Le vicende della crisi della terracotta di Ficulle non sono dissimili da quelle di tanti altri centri di produzione. Nel secondo dopoguerra furono molti gli artigiani a chiudere, e soprattutto si arrestò il ricambio generazionale.

Fabio Fattorini: “Negli anni ’60, c’è stato il boom economico. Con l’avvento degli utensili fatti in plastica e in altri materiali, questo lavoro è crollato. Tutti cercavano l’oggetto moderno, e questi prodotti tradizionali in terracotta non li comprava più nessuno. Hanno abbandonato quasi tutti gli artigiani, sono rimasti solo pochi produttori più solidi.
Anche Babbo aveva smesso di fare questo mestiere per una decina d’anni. Poi dal ‘64 prese in affitto l’antico laboratorio dei Sassetti con le fornaci, ed è stato in quella bottega per 30 anni circa, fino agli anni ’90.”

Renato Cortellini: “Il periodo nero è stato quando è arrivata la plastica e poi quando sono andati via i contadini, la trasformazione industriale. Per me l’Italia s’è rovinata quando hanno smesso tutti i contadini. L’hanno mandati tutti su a Tornino a fà l’automobili. Ma ora se si bloccano l’automobili viene la fame! Noi invece allora si stava bene, non c’erano tanti soldi magari, ma tanta roba. Per esempio noi si dava una brocca e loro ti davano un pollo. Oppure una brocca e un tegame per una forma de formaggio.

Però io non ho smesso quasi mai di fare questo lavoro. A parte un periodo, perché si faceva l’autostrada e si guadagnava forte. Io sono appassionato di motori e durante il militare ho preso la patente D-E, ed allora con l’autotreno portavo la sabbia. Ma per il resto il lavoro mio è stato sempre questo.

I figli dei vecchi artigiani hanno trovato un'altra strada, perché con questo mestiere si guadagna poco.
Adesso è rimasto solo un vasaio a Ficulle, Costantino
[9]. Ha qualche anno meno di me e sta per smettere anche lui. E poi c’è Fattorini che ha smesso, ma ha un figlio maschio a cui ha insegnato il mestiere. I Fattorini non vengono da ceppo vasaio, hanno imparato da un altro vasaio di Ficulle, ma sono diventati artigiani validi come siamo tutti noi.

Della mia famiglia altri facevano questo lavoro, ma hanno smesso. E io son rimasto, ma nessuno prenderà il mio posto. Ho una figlia che insegna all’Istituto d’Arte a Orvieto. E nessuno è venuto mai alla bottega a dirmi che voleva imparare ‘sto lavoro.”

La continuità nella tradizione – la produzione di oggi

Fortunatamente questa tradizione artigianale così ricca non rischia di estinguersi, almeno nell’immediato. C’è ancora qualche giovane produttore che porta avanti l’attività, e lo fa con sorprendente aderenza e dedizione a quelle che sono le tecniche produttive tradizionali.

Fabio Fattorini: “Io ho continuato: ho cominciato nel ’70 a lavorare col tornio e ancora oggi rifaccio le stesse cose come tanti anni fa.
Oggi a Ficulle ci siamo io e Costantino Del Croce che facciamo cose tradizionali. Poi c’è Paola Biancalana che fa i fischietti e altre cose, ma si tratta più di ceramica artistica che tradizionale. E c’è un'altra signora, Serena Rosati che ha iniziato con Costantino Del Croce e che ora fa delle cose, ma non è che ha un laboratorio suo.
Adesso questi oggetti sono ricercati per gli arredamenti delle case di campagna, anche perché si abbinano bene con il territorio nostro. L’uso è diverso, però la lavorazione è la stessa.

Questo ad esempio è lo scolapasta, ripreso in maniera fedele dall’originale dell’800; e questa è la zuppiera per la minestra di pane. Li faccio in piccola scala però, perché una volta le famiglie erano numerosissime.

Le imitazioni che si vedono in giro fatte in modo industriale lasciano un po’ il tempo che trovano. I miei oggetti sono uno diverso dall’altro perché sono fatti in maniera tradizionale, sia per quanto riguarda la foggiatura al tornio che la colorazione.

Estrarre la creta naturalmente era un lavoro difficile e lungo, quindi a un certo punto abbiamo iniziato a comprare quella già pronta dentro i sacchetti. Però ancora oggi nella mia bottega abbiamo delle argille vecchie di quelle che di cui facevamo l’estrazione, e le mescoliamo insieme a quell’altra industriale. Questo perché le argille industriali sono molto ricche e molto grasse - noi usiamo la parola “gagliarde”. Allora le tagliamo con quella più povera, che è ricca di sabbia. Quella più povera di sabbia è elastica, ma è facile che al tornio si possa spaccare. Allora si taglia con quella li più magra che è più sabbiosa. Perché l’argilla non è tutta uguale!

Nella mia bottega abbiamo un forno a legna e un forno a gas. Il forno a legna è nuovo, è stato costruito nel 95-96. Ma lo abbiamo rifatto identico a quello dell’antica bottega. E ci abbiamo continuato a cuocere fin che Babbo lavorava con me. Ora uso più quello a gas perché lavoro solo, quindi per riempire un forno a legna di 8 metri cubi ci metterei 2 mesi.

Anche quando faccio il forno a gas metto i pezzi ad incastro come se facessi un forno a legna. E’ una scelta mia, anche economica, perché io così risparmio metà forno. Invece altri terracottari usano i piani e per separare ogni oggetto. Io invece
riesco a fare tutta una pila, perché ho avuto un Babbo che mi ha insegnato certe cose.
Anche col forno a gas i pezzi hanno colori non uniformi perché io lavoro un po’ “matto”, nel senso che fò delle sgasate per riuscire ad avere dei colori non proprio omogenei, uguali.

Anche i colori continuiamo a farli noi con sostanze naturali. Ad esempio per il rame, io ho degli amici elettricisti che mi portano i pezzi. Il marrone lo facciamo sempre noi, ma adesso compriamo il manganese già raffinato. Col cucchiaio prendiamo il manganese, lo mescoliamo con gli altri componenti e controlliamo ad occhio la densità. Se tu guardi un oggetto dei nostri non c’è mai un colore uguale da una cottura all’altra. Uno è più chiaro, uno un po’ più scuro. Questo perché i colori si fanno ad occhio. Con i colori industriali è diverso: se usi il 125 A sai che è quella sfumatura lì e non un’altra.
Per il fondo chiaro uso ancora il bianchetto fatto da me, anche se è sempre più difficoltoso procurarselo, perché si trova solo in un terreno di proprietà della Curia. L’ho fatto l’altro giorno sto lavoro: questi sono i resti.

Attualmente sono assessore al turismo ed allo sport. E’ da un po’ di tempo che l’amministrazione punta a diventare città della terracotta. A me piacerebbe fare qualcosa in questo senso: ad esempio un museo della terracotta a Ficulle ci starebbe bene. Purtroppo le risorse delle amministrazioni locali sono sempre più scarse. Hanno tagliato tutto, soprattutto la cultura.”

Terracotta e terra coltivata

Per la nostra chiacchierata, Renato Cortellini ci aveva dato appuntamento nel tardo pomeriggio, spiegandoci che prima era impegnato nella raccolta delle olive. E infatti con lui si finisce per non parlare solo di terracotta, ma anche di un'altra sua passione: l’agricoltura. Ci piace quindi terminare il nostro articolo con le parole spese da questo artigiano su un diverso tipo di terra: non quella lavorata al tornio ma coltivata. D’altronde si tratta di un argomento solo apparentemente estraneo a quello della lavorazione delle stoviglie e dei fischietti, come ci spiega lui stesso.

“Era tutto collegato: per andare a vendere la terracotta ci voleva un mulo, un somaro e un cavallo. Perché il cavallo era veloce, trottava, il mulo e il somaro caricavano la soma. E per mantenere questi animali durante l’inverno si coltivava il fieno, mica è come adesso che telefoni e te lo portano. Poi serviva la legna del bosco per coce le terrecotte, eccetera. Per questo su a San Cristoforo avevamo una casa con un bel pezzo di terreno.
Tenevamo anche degli animali. Mio Nonno aveva 9 figli, e per dar da mangiare a tutte queste persone allevavamo una capra che dava il latte alla famiglia, ingrassavamo 2 maiali con le ghiande delle querce e così via.
Mio Nonno per arrangiarsi, per guadagnare un po’ di più, teneva un somaro sano per fare le mule con le cavalle. Che allora il mulo ci voleva. Valeva quasi il doppio di un cavallino perché era ricercato. Se poi vendevi un mulo già addomato, che già portava la soma, valeva anche di più. E allora quando l’asino andava con la cavalla lui vendeva il mulo e magari ci ricavava 5 kg di fagioli. Funzionava così, era uno scambio di robba, un baratto.

Adesso in laboratorio lavoro poco, ma lavoro in campagna, perché la campagna non si può lasciare. Ma non si guadagna niente. Le mele le lascio marcire, perché se non gli dai il veleno – e io non glielo do - non si possono commerciare. Come tagli una mela di quelle mie c’è il baco dentro. Ma io non lo voglio dare il diserbante, vedeste cosa fa: muoiono tutti i grilli, gli uccelletti, le lepri. E’ un disastro, sparisce tutto. E anche a noi non può fare tanto bene. Ma vogliono che si faccia così….
Il grano si vende a pochissimo. E poi noi ne produciamo poco perché teniamo a riposo i terreni, mentre i tecnici li spingono con i concimi,. Per far venire buono il grano bisogna tenere 4 anni l’erba medica, poi il primo anno ci metti il grano, il secondo l’orzo. Così viene bene, perché la terra sta a riposo. E l’erba medica gli da l’humus. Però su un ettaro di grano io ci piglio 15-20 quintali, mentre gli altri 40-50.
La vigna l’avemo levata perché non si guadagna più niente. E non si sapeva a chi dar l’uva. Del resto una volta il coltivatore diretto poteva vendere qualche litro di vino, ora non puoi più. Ci vuole l’autorizzazione. L’olio non si vende più. Adesso fanno venì l’olio dal Marocco.

Io amo vivere in campagna, nelle grandi città io non sto bene. Ho tanti cugini a Roma. Delle volte li vado a trovare ma poi non vedo l’ora di venì via. Non ci posso stare in città, perché noi siamo abituati a socializzare con i vicini. Ad esempio andiamo a veglia in una casa, facciamo le castagne, beviamo, chiacchieriamo fino a mezzanotte.
Invece al palazzo dove stanno i miei cugini mica si parla nessuno! Tocca star zitti. Buongiorno e via, se te lo dicono.
Qui ci conosciamo tutti, se mi
servono un paio di tronchesi del vicino scavalco, li prendo, poi li riporto giù. E la macchina mi piace lasciarla sempre aperta. Invece a Roma è tutto chiuso, a me non piace”.

NOTE
[1] L’attestato, affisso nella bottega di Fabro, recita: “Federazione nazionale degli artigiani. Diploma di medaglia d’oro rilasciato alla bottega artigiana di Cortellini Cesare, stovigliaio da Ficulle. Fondata nell’anno 1770 e senza interruzione condotta dai discendenti”
[2] Il fratello di Carlo di chiamava Sestilio Fattorini. Da alcune testimonianze pare che si trattasse del fratello forse meno dotato per quanto riguarda il tornio, ma più estroso e prolifico per i fischietti (di seguito riportiamo la foro di un suo fischietto).
[3] F. Sgrò, “Umbria”, in Paola Piangerelli (cur.), La Terra, il Fuoco, L’acqua, il Soffio, Museo nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma, 1995
[4] Gerardo Moranti, Cocci e Fischietti, 2003; Paola Piangerelli (cur.) La Terra, il Fuoco, L’acqua, il Soffio, Museo nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma, 1995.
[5] Simili come soggetti e essenzialità (o assenza) della decorazione sono ad esempio i fischietti degli Orlandi di Vasanello, dei Ricci di Vetralla, dei Romagnoli di Montelupo Fiorentino, dei Porri di Sorano.
[6] Paola Piangerelli (op. cit.); a queste botteghe va aggiunta quella dei Sassetti in base alla testimonianza di Carlo e Fabio Fattorini.
[7] Si tratta di un fischietto ad acqua, detto anche Chiù, che imita il verso dell’allocco.
[8] Di Paola Biancalana abbiamo scelto di non parlare diffusamente in queste pagine, ma di dedicarle un articolo a se stante. Infatti si tratta di una artista molto legata alle tradizioni di questo territorio (peraltro ha imparato a fare i fischietti da Carlo Lucani) ma che poi ha innovato profondamente forme e stili dei suoi pezzi.
[9] Si tratta di Costantino Del Croce

FOTO
1. Cavaliere, gallo – fischietti di R. Cortellini (collezione Loforti)
2. Carlo Fattorini in una foto d’epoca
3. Fischio – fischietto di C. Luciani
4. Renato Cortellini al tornio a pedale
5. Cavaliere – fischietto di C. Fattorini
6. Carlo Luciani nel suo laboratorio di Ficulle (foto G. Croce)
7. Contadino, contadina, diavolo – fischietti di R. Cortellini (collezione Loforti)
8. Fabio Fattorini nel suo laboratorio di Ficulle
9. Fischietto ad acqua o Chiù – fischietto di C. Fattorini (collezione Loforti)
10. Fischietto di Sestilio Fattorini (collezione Biancalana)

Testi di Massimiliano Trulli massitrulli@gmail.com, vietata la riproduzione.
Si ringraziano tutti gli artigiani intervistati, Paola Biancalana e Franca Luciani Biggi.

Dedicato a Carlo Luciani

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