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lunedì 5 settembre 2011

I Maestri dei fischietti salentini: De Donatis, Falcone, Manco, Toma

Memorie Suoni di Terra - conversazioni con i Maestri costruttori di ceramiche sonore

(I PARTE)


Non si viveva di soli fischietti!” Quante volte, durante le interviste con gli artigiani della terracotta, ci siamo sentiti ripetere questa frase. Per quanto attaccati a questa tradizione appresa dai loro avi ed pò magica di plasmare la terracotta facendone uscire un suono, quasi tutti i costruttori tradizionali di fischietti - dalla Sicilia fino al Veneto - ci hanno sempre spiegato che il reddito ricavato da questi oggetti era sempre stato marginale nell’ambito della loro attività di vasai, fornaciai, figurinai.

Quasi tutti gli artigiani, appunto, ma non tutti. Fanno eccezione i produttori di Ruffano e Curofiano, due paesi del Salento interno che distano tra loro appena 15 km, e nei quali la produzione e la vendita dei fischietti ha rappresentato nel corso del XX secolo una risorsa importante per le numerose botteghe di artigiani figuli, a volte la principale.
E’ quanto emerge dalla testimonianza dei 4 artigiani che abbiamo intervistato. Si tratta di alcuni dei Maestri del fischietto più apprezzati da appassionati e collezionisti, o che comunque possono vantare con questi Maestri una discendenza diretta.

Spiega Salvino De Donatis, ceramista di Cutrofiano e figlio di Vito De Donatis: “I fischietti si modellavano sopratutto in inverno e si vendevano durante le fiere estive. Mio Nonno aveva 7 figli, e tutti davano una mano a modellarli, così riuscivano a farne una grande quantità. Ci riempivano delle cassette e poi verso marzo, quando cominciavano le fiere, andavano avanti a venderli per tutta la stagione fino all'estate.
Quando mio Nonno andava in giro per fiere e mercati vendeva tantissimi oggetti piccoli, come i fischietti, ma anche le campanelle e le stoviglie in miniatura. All'epoca non c'erano molti giocattoli, e questi erano i regali che si acquistavano ai bambini nei giorni di festa.

Poi bisogna tenere presente che ogni paese ed ogni fiera avevano una loro caratteristica particolare, nel senso che si vendeva di più un certo prodotto o un altro. Quindi nella bottega si faceva di tutto, però in occasione della fiera si produceva di più quel tipo di cose.
Ad esempio per Maglie facevamo molte campanelle e fischietti. A Lecce andavano di più le miniature: si portavano dei carri interi pieni sopratutto di miniature. E quindi per quelle occasioni si riempivano forni interi di fischietti o miniature. Mentre nel periodo di Pasqua veniva fatta questa fiera della Madonna della Luce a Galatina e lì dovevamo portare tanti cofani, quelli per fare il bucato.
Poi magari anche tra gli artigiani c'era quello specializzato più in una produzione, e quindi portava alle fiere più quegli oggetti. Mio Nonno era specializzato più in questi giocattoli: il fischietto, la miniatura, e la campanella. Ma in particolare Nonno era uno specialista del fischietto, così come lo era mio Bisnonno e chiaramente mio Padre.”

Anche Vittorio Falcone, produttore di Ruffano e fratello di Errico, ci conferma che nella sua bottega la vendita dei fischietti superava quella degli utensili in terracotta: “Si guadagnava più con il fischietto che con il resto della produzione. Allora i bambini compravano molto i fischietti e le miniature dei tegami per la cucina, perché non c’erano giocattoli di plastica."

Altro produttore di Ruffano è Luigi Manco, figlio di Serafino e fratello di Alessandro. Racconta Luigi: “Di fischietti ne vendevamo tanti soprattutto ai mercati: i giovani allora li compravano e li regalavano alla fidanzata, o le fidanzate al fidanzato. O magari si regalava all’amico o alla comare.” Da notare che la bottega dei Manco realizzava e vendeva inoltre pupi da presepe.

Ultimo Maestro intervistato è Luigi Toma, che lavorava a Torrepaduli, frazione di Ruffano. Toma ci racconta come la produzione di fischietti fosse tutt’altro che marginale, anche da un punto di vista numerico: “Di fischietti ne modellavo 70-80 al giorno. E poi ne cuocevo 5-600 pezzi alla volta. Di più non si poteva, perché se vai piano-piano riesci, ma se fai di corsa un terzo dei fischietti ti si rompono.”

Una ulteriore conferma dell’importanza dei fischietti nell’economia delle botteghe figule salentine ce la fornisce l’autorevole studio del Museo Nazionale di Arti e Tradizioni popolari sui fischietti tradizionali italiani.[1] E’ infatti documentato che nei primi decenni del XX secolo fossero numerose le aziende artigiane del Salento che realizzavano fischietti, e che tra i principali paesi produttori c’erano Ruffano, Cutrofiano e San Pietro in Lama. Una cosa molto interessante che emerge da questo studio è come un secolo fa queste botteghe non si limitassero a una produzione destinata alle fiere locali. Era anche usuale la commercializzazione dei fischietti salentini in altre regioni italiane - come la Calabria - e persino all’estero - in particolare in Albania e Grecia.

Le forme dei fischietti tradizionali del Salento
Negli ultimi decenni, i fischietti salentini e pugliesi sono stati caratterizzati da una esplosione di forme e colori all’interno dei quali non è facile rintracciare quali siano i soggetti più antichi e aderenti alla tradizione. Il testo del MNATP[2] e le interviste realizzate con gli artigiani ci consentono però di dire che all’inizio del XX i fischietti venissero foggiati in un numero limitato di forme: l’uccello, il gallo, il cane, la tromba, il cavallo, il carabiniere ed il fischietto ad acqua noto con il nome di calandra. Erano fischietti modellati prevalentemente a mano, di fattura elementare, spesso decorati sommariamente o non decorati affatto. Non si trattava di fischietti globulari, ed il modulo sonoro era dunque aggiunto alla figura.

Vittorio Falcone: “Facevamo i modelli di fischietti antichi, come la trombetta, i cavallucci, i cagnolini. E poi il carabiniere in divisa - a cavallo e anche senza cavallo.
I fischietti li facevamo tutti a mano, tranne il carabiniere. Quello dovevamo per forza farlo a stampo perché c’erano tutti i particolari della divisa e del cappello.
C’erano anche quelli fatti con il tornio, ad esempio se dovevi fare una figura con la pancia vuota dentro.
Facevamo anche il fischietto ad acqua. Si metteva un uccello sopra e fischiava come un fringuello. Si chiama calandra.


Salvino De Donatis: “I soggetti che andavano di più erano qualche animaletto – come l’uccello, il galletto, il cagnolino – e le figure antropomorfe.
Mio Padre mi racconta che modellavano queste figure un pò allungate, un pò stilizzate. Chiaramente dovevano essere figure molto semplici, perché bisognava farne tante e venderle per pochi soldi, quindi non andavano a curare troppo i dettagli.
E poi in casa si è sempre parlato anche di questo fischietto ad acqua, la famosa calandra. Il nome calandra proviene da un uccello che nidificava molto in queste zone e faceva questo suono particolare
.”

Si tratta di iconografie tutto sommato simili a quelle dei fischietti popolari delle altre regioni d’Italia (e non solo). In Salento, tuttavia, si registrano alcune particolarità.
Ad esempio il fischietto raffigurante Il cavallo – con o senza l’aggiunta del cavaliere – di solito è rappresentato con tre gambe: due davanti ed una sola dietro.[3]
Vito De Carlo, appassionato e cercatore di fischietti pugliesi sin dagli anni ‘80, ipotizza che la diffusione del fischietto del cavallo in questi paesi del Salento sia legata ad una tradizionale gara di cavalli che si teneva a Torrepaduli (frazione di Ruffano e, al pari di questo, luogo di produzione di terracotta): “Per la festa di Sant’Oronzo, in agosto, vi era questa gara in cui i cavalli erano costretti a trainare dei pesi enormi. Dovevano spostare dei carri appesantiti con pietre e altri pesi, e chi parteggiava per un cavallo o per l’altro menava frustate a destra e a manca per farlo camminare. Questa specie di gara è durata fino a una decina di anni fa, poi l’hanno vietata perché ritenuta troppo cruenta.

Riguardo al galletto – altro soggetto classico del fischietto – quello prodotto in Salento aveva spesso la coda adornata da vere piume di uccello. Ci racconta ancora Vito De Carlo: “I galli con le piume d’uccello vere, molto utilizzati ad esempio nella bottega dei Manco, erano molto comuni in Salento e si trovavano spesso anche nei mercatini. Le piume servivano per rendere più appariscenti e gradevoli i pezzi, ma anche per risparmiare tempo. Infatti fare la coda di creta e dipingerla richiede più lavoro che inserire le piume.”

Per quanto riguarda infine il fischietto a forma di tromba ritorta, Piangerelli e Sgrò[4] ipotizzano che si tratti della riproduzione in miniatura e a scopo ludico delle trombe utilizzate durante il lavoro agricolo; queste, sempre in terracotta, erano utilizzate nei campi per le segnalazioni. E sin da tempi remoti la trombetta era anche acquistata durante la fiera di San Rocco - che si tiene proprio nel paese di Ruffano - in segno di devozione verso il santo.

Certo è che dalle testimonianze degli artigiani non è possibile risalire all’origine di queste iconografie. Anche i Maestri più anziani riferiscono di avere appreso a modellare i fischietti in questo modo dai propri antenati, e di averli riprodotti fedelmente.
Vittorio Falcone: “Il cavallo lo abbiamo sempre fatto con tre zampe, 2 d’avanti e 1 di dietro. E poi facevamo il galletto con le piume dietro che sembrava un gallo ruspante.
Spesso questi fischietti li facevano i piccoli. Ne faceva uno il genitore e poi ti diceva: falli così. E ne devi fare 100, altrimenti non vai a dormire. E noi dovevamo completare quei 100 pezzi prima di smettere.”

Luigi Manco: “Il gallo lo abbiamo sempre fatto con o senza piume vere, anche all’epoca di mio Nonno”

I fischietti a stampo
Queste iconografie “arcaiche” dei fischietti salentini sono state perpetuate dai produttori fino ad oggi. Allo stesso tempo, nella seconda parte del XX secolo, si è assistito a una grande diversificazione delle forme, tanto che il Salento può essere considerato una delle aree con la maggiore ricchezza di iconografie di fischietti tradizionali.[5] Sempre la ricerca del MNATP[6] ha verificato che questa diversificazione dei soggetti avviene a partire dal secondo dopo guerra, e viene facilitata dal ricorso sempre più ampio alla tecnica dello stampo da parte di un certo numero di botteghe – comprese quelle di De Donatis e Manco.[7] Con l’uso degli stampi, la necessità vitale di contenere i tempi di esecuzione dei fischietti – che ovviamente dovevano avere un prezzo modesto – non era più di ostacolo all’introduzione di soggetti nuovi ma anche più accurati sia nella fattura che nella decorazione. Alcune botteghe iniziano dunque a produrre una gamma molto ampia di soggetti zoomorfi e soprattutto antropomorfi, come personaggi della vita di paese e delle campagne o militari in uniforme, tutti soggetti rappresentati spesso in chiave satirica.
Rispetto alla decorazione, il fischietto grezzo o ricoperto da una semplice smaltatura monocromatica viene sempre più spesso sostituito da pezzi decorati con una ampia gamma di vivaci colori a freddo. Gli artigiani si sforzano di utilizzare questi colori per evidenziare particolari dei vestiti o delle espressioni del volto, fino ad acquisire abilità proprie dei figurinai-decoratori.
Ad esempio la bottega Manco, che in precedenza aveva prodotto i soggetti dei fischietti più classici ricoprendoli con una smaltatura nera, bianca o marrone,[8] coglie in pieno le nuove opportunità offerte dalla tecnica dello stampo, ed inizia a realizzare un grande numero di soggetti di grande raffinatezza formale.

Luigi Manco: “Facevamo molti soggetti. Gran parte dei modelli che faccio tutt’ora e che vedete qui sono modelli antichi: i cavalli, i carabinieri, i corazzieri, e gli altri soldati; le donne con l’ombrellino, le calandre di diverso tipo, i galli, il gobbo, eccetera. Lavoriamo con la fantasia: troviamo sempre soggetti nuovi e poi li realizziamo come ci viene in testa.

Per poter fare più veloce si fa una forma di gesso: così con lo stesso tempo a disposizione, invece che 10 fischietti se ne fanno 50. Fai un originale e poi ricavi lo stampo versandoci sopra il gesso. Poi si mette la creta nello stampo, si uniscono le due metà, si preme un pochettino ed esce la sagomina.
Le mani si usano comunque: ad esempio in questo fischietto l’ombrellino, la borsetta e le mani sono aggiunte dopo aver usato lo stampo. E al carabiniere si aggiunge a mano un braccio – per fargli fare il saluto - e i piedi. E naturalmente si aggiunge il fischietto dietro e si decorano tutti a mano.
Questi stampi puoi utilizzarli per quanti anni vuoi. Ho ancora quelli di mio Padre e mio Nonno.”

Bisogna sottolineare che la tecnica dello stampo non ha sostituito in Salento il fischietto modellato a mano: al contrario, nei decenni seguiti al secondo dopo guerra e fino al giorno d’oggi convivono entrambe le tipologie di fischietto, e di solito lo stesso artigiano utilizza entrambe le tecniche. Infatti, se le botteghe Manco e Falcone si sono specializzate prevalentemente nella realizzazione di fischietti a stampo, quelle dei Toma e De Donatis li realizzano quasi interamente a mano. D’altronde sono molte e significative le eccezioni: Alessandro Manco realizzava a mano degli splendidi pezzi unici; i famosi cavalli a 3 zampe di Errico Falcone (non i cavalieri) sono realizzati a mano; Luigi Toma utilizzava spesso degli stampini per i visi dei personaggi antropomorfi, ed ha anche realizzato alcuni carabinieri con retro piatto ricavati chiaramente da uno stampo; [9] per quanto riguarda infine i De Donatis, Mario Giani, visitando nel 1995 la loro bottega, nota la presenza di fischietti fatti da stampi anche risalenti all’inizio del secolo, come un soldato in uniforme ottocentesca. [10]

Le “dinastie” di figuli del Salento
De Donatis, Falcone, Manco, Toma sono tutte famiglie di produttori figuli di antica tradizione. In alcuni casi questo è confermato anche da ricerche realizzate a partire dagli archivi anagrafici.[11] In ogni caso è la memoria orale degli ultimi discendenti di queste famiglie a raccontare di generazioni e generazioni di artigiani impegnati nella lavorazione della terracotta. Di solito gli artigiani intervistati non sono in grado di ricordare un antenato appartenente alla loro linea di discendenza diretta che facesse un mestiere diverso dal loro. E tutti i membri maschi – e non di rado anche le femmine – di queste famiglie, spesso molto numerose, erano dediti alla bottega di famiglia.

Salvino De Donatis: “Qualcuno ha fatto delle ricerche ed è risalito - con documenti alla mano - fino al 1650. Sin da allora a Cutrofiano i De Donato erano artigiani figuli. La “s” finale del cognome si è poi aggiunta nel tempo. Comunque da quello che mi raccontava mio Padre, e da quanto ricordo io stesso, tutti i nostri antenati, a cominciare da mio Nonno e dal mio Bisnonno, lavoravano la terracotta.

Tra i 7 figli di mio Nonno i maschi lavoravano tutti al tornio, mentre le femminucce erano più addette ad altre cose, come la preparazione dell’argilla.
Questo non vuol dire che le donne lavorassero di meno. Ad esempio, in famiglia si racconta sempre di questa Zia particolarmente attaccata al lavoro, praticamente non smetteva mai. Oggi, a 83 anni, ha un fisico asciutto come il mio, ed ancora bada all’intera famiglia. E questi artigiani di un tempo sono anche persone cariche di ironia, molto ironiche ed autoironiche
.”

Luigi Manco: “Il Padre di mio Padre, che si chiamava Lucio, faceva questo mestiere. E così ancora suo Padre, che si chiamava Giuseppe. Poi è venuto mio Padre, che era del 1903, e quando aveva 15 anni già aveva il laboratorio. Quindi io e i miei fratelli siamo della quarta discendenza.

Eravamo 6 figli, tre maschi e tre femmine. Noi 3 maschi abbiamo preso il mestiere di mio Padre, mentre delle tre femmine una faceva la tessitrice al telaio, un’altra faceva la ricamatrice e cuciva vestiti e l’ultima faceva il ricamo. Eravamo tutti artigiani insomma.

Io e i 2 fratelli maschi - Alessandro e Antonio - abbiamo continuato tutta la vita a lavorare la terracotta. Quest’ultimo, che era il più grande di tutti, se ne andò in Svizzera nel ’57 - perché qui, si moriva di fame. Ma partì con la speranza che quando tornava si metteva su un suo laboratorio. Mi diceva sempre: quando torno lavori per me. Poi è successa una sventura, ha avuto un incidente sul lavoro. Faceva il pittore, è caduto da 4 metri di altezza ed è morto. Aveva 46 anni, ha lasciato una moglie con due figli ed incinta dell’ultimo, che non ha mai conosciuto il Padre.”

Vittorio Falcone: “I Falcone hanno una tradizione antica nel fare questo mestiere, non so nemmeno io da quando. Sicuramente mi ricordo di mio Nonno ed anche di mio Padre.
La mia generazione eravamo 5 fratelli e tutti lavoravamo la terracotta. Di femminucce non ce n’erano.
Mio fratello Errico era il più famoso di noi per i fischietti, ma lavoravamo insieme e ci scambiavamo sempre i ruoli
.”

Luigi Toma: “Anche mio Papà e mio Nonno facevano questo mestiere.” E senz’altro anche il fratello di Luigi – Armando Toma - almeno in gioventù ha imparato il mestiere dal Padre, tanto è vero che dopo un periodo di interruzione è tornato a produrre dei fischietti particolarmente apprezzati dagli appassionati.

L’apprendistato in bottega
L’apprendistato dei Maestri figuli di Ruffano e Cutrofiano è stato analogo a quello di tanti artigiani del secolo scorso. Già dall’infanzia si cominciava a frequentare la bottega per imparare il mestiere e ben presto si era costretti a lasciare la scuola dedicandosi a tempo pieno al mestiere della terracotta.

Vittorio Falcone: “Sono entrato in bottega dopo la classe V elementare. Allora si usava così, anche se eri un bambino lavoravi come un operaio. Non potevi dire di no, altrimenti in famiglia non si mangiava.
A me il mestiere lo ha insegnato Antonio Falcone, mio papà; lui ha lavorato fino ad 82 anni ed ha fatto sempre fischietti, perché allora si vendevano
. “

Luigi Manco: “Ho iniziato a 7 anni, che ancora facevo le elementari. Mio Padre mi diceva: “quando esci dalla scuola vieni direttamente al laboratorio e cominci a fare qualcosa.” Ed effettivamente io e i fratelli quando uscivamo dalla scuola frequentavamo il laboratorio per imparare il mestiere. E praticamente ci siamo imparati. Poi sai, ti incominci ad appassionare e non vuoi più fare altro. Infatti ho fatto anche altre cose, ma a me mi piace fare solo questo. A volte mio Padre mi mandava a fare altri mestieri ma io protestavo: “Papà non mi piace!” “E che cosa vuoi fare?” chiedeva lui. “Qui voglio lavorare, qui voglio imparare!”.

Rivelatore è poi il racconto di Salvino De Donatis, che ci spiega come in realtà non sia possibile stabilire una età in cui cominciò ad affiancare il padre Vito nel lavoro, semplicemente perché la dimensione familiare era così strettamente legata a quella lavorativa da rendere le due cose inscindibili. Casa e bottega erano in fondo la stessa cosa e per quanto indietro possa andare la sua memoria, Salvino ricorda di avere avuto in qualche modo sempre a che fare con l’argilla e con l’attività produttiva.
Salvino De Donatis: “Da bambino ho iniziato a lavorare subito, anche perchè per noi il laboratorio e la casa non erano cose separate, erano tutto un agglomerato, diciamo. Avevamo la cucina e in quello stesso ambiente - un po’ staccato dal camino - c’era il tornio. D’inverno mia Madre scaldava l’acqua che serviva a mio Padre per lavorare e gliela portava. Poi preparava da mangiare mentre lui lavorava e magari gli diceva: assaggia le pittule, che sono calde. E lui si puliva un po’ le dita dall’argilla per mangiare. Son cose che a me sono rimaste impresse.
Ed io da ragazzino vivevo circondato dall’argilla ovunque. E da quanto mi ricordo ero proprio piccolo ma ero già impastato di quell’argilla. Credo che quando sono nato, che all’epoca si partoriva in casa, mia Madre mi avrà preso con le mani sporche di argilla. E infatti guarda caso io continuo: la nostra casa è qui, sopra al laboratorio: questo rapporto tra famiglia e lavoro non si è mai interrotto!”

Le antiche botteghe e la loro produzione
I laboratori tradizionali di Ruffano e Cutrofiano sono stati quasi interamente smantellati, e infatti nessuno dei Maestri intervistati lavora ancora nell’antica bottega di famiglia. Come testimonianza rimane qualche vecchia foto e magari qualche oggetto salvato a ricordo della bottega nella quale questi artigiani hanno passato buona parte della loro vita.
Chiediamo a questi Maestri di descriverci come erano fatte le loro botteghe e che tipo di produzione realizzavano – oltre ovviamente ai fischietti.

Salvino De Donatis: “Qui in paese non è rimasto niente di botteghe antiche, se non quella di un Colì che ha ancora il forno a legna. Non è in uso, chiaramente, però ancora la conservano per il suo valore storico. E’ l’unica che abbiamo a Cutrofiano.
D’altronde le botteghe di quando lavoravano i nostri nonni erano piccoline. Non erano adeguate al lavoro che si fa oggi, quindi sono state demolite, purtroppo.
E’ stato così per la bottega della mia famiglia, che era in questo stesso posto dove lavoro adesso, ma tanti anni fa era costituita da tre stanzette molto piccole.

Nella nostra bottega si facevano stoviglierie di uso domestico, come pentole e pignatte. Una produzione caratteristica era ad esempio il cofano, che serviva a fare il bucato. Era composto da tre pezzi: questo cofano - che era il recipiente più grande - poi c'era un vaso più piccolo, chiamato linbu - che serviva a far uscire l'acqua - e poi c'era il vacaturu - un recipiente tipo brocca che serviva a prendere l'acqua e a versarla dentro al cofano.
I torni chiaramente all’epoca erano tutti azionati col piede, non erano elettrici. Uno ancora ce l’ho, era di mio Padre.

Le stoviglie venivano smaltate appena, perchè allora se ne usava pochissimo di smalto. Non erano pezzi belli rifiniti come adesso, si metteva questo strato di smalto così sottile che quasi non si attaccava, e finiva per essere caratteristico dell'oggetto.

All'epoca, mio Nonno realizzava anche le tegole in terracotta per i tetti delle case. E mi raccontava mio Padre che c'erano giorni in cui occupavano tutta la zona circostante alla bottega con queste tegole stese ad asciugare. Poi magari veniva un temporale, e tutti i fratelli dovevano riportarle di corsa al coperto prima che la pioggia le rovinasse.

Si facevano anche tantissimi oggetti piccoli. Oltre ai fischietti, anche le campanelle, i salvadanai, le miniature. Le miniature erano una riproduzione in scala ridotta di tutti gli oggetti che servivano in casa all'epoca e che diventavano giocattolo per i bambini. Si facevano oggettivi non più grandi di 2 centimetri. Io continuo a portare avanti questa tradizione della miniatura.”

Luigi Manco: “La nostra bottega con la fornace a legna era in fondo a via Santa Maria di Leuca, dove ora ci sono le case popolari. L’abbiamo lasciata negli anni ’90, quando il Comune si è impossessato di tutto il terreno e l’ha buttata a terra.
C’erano tre stanze. Nella prima modellavamo, la seconda era per mettere i pezzi ad asciugare, e nella terza dormivamo, così poi alla mattina ti alzavi e ti mettevi subito al lavoro. A fianco a dove dormivamo c’era anche la fornace.
La nostra vita è stata un po’ sacrificata, però dico la verità: per me è stata una soddisfazione.

In questa bottega facevamo tutto, sempre con il tornio: tegami, piatti, coppe, bugie rotonde con sopra il manico – che erano come i cestini che si usavano una volta. E anche lo scaldino in cui si metteva il fuoco dentro e si teneva sulle gambe per riscaldarsi.
Quello è il tornio a pedale di quando era ragazzino mio Padre. Con il suo tornio e il mio lavoravamo uno di fronte all’altro. Me lo hanno chiesto ma non lo dò a nessuno, quando lo vorrò dare via lo porterò al museo.”

La preparazione dell’argilla
I Maestri continuano il loro racconto, descrivendo le varie fasi della lavorazione della terracotta, cominciando dalla preparazione della materia prima.
I banchi di argilla erano abbondanti sia a Cutrofiano che a Ruffano, ed ovviamente nelle botteghe del Salento - e fino ad anni piuttosto recenti - erano gli artigiani stessi ad occuparsi della preparazione della creta e nella maggior parte dei casi anche della sua estrazione .
Tutti i maestri intervistati sottolineano che si trattava di un lavoro faticoso, e che costituiva una parte non indifferente del lavoro della bottega.

Salvino De Donatis: “Qui a Cutrofiano ce n’è parecchia di argilla e per la lavorazione si utilizzava quella del posto.
Per quanto riguarda l’argilla bianca, quando si scavavano i pozzi per l’acqua ne usciva molta. C’erano diversi operai specializzati nel realizzare proprio questi pozzi e ogni artigiano prenotava presso di loro l’argilla. L’artigiano poi andava con un cavallo e un carretto, la pigliava e se la portava alla bottega.
Se invece l’artigiano aveva bisogno dell’argilla rossa, chiedeva il consenso per poterla cavare al proprietario di un terreno dove si trovava questa argilla. Si toglieva la parte superficiale e poi si cavava l’argilla buona.
Poi bisognava fare tutto il processo di preparazione. La terra veniva essiccata, poi messa a bagno, poi impastata con i piedi, in fine raffinata con le mani. L’argilla umida veniva impastata con quella che noi chiamiamo la farina, cioè l’argilla secca passata al setaccio. Così con i piedi e con le mani si impastava quella morbida mischiata con un po’ di argilla in polvere. E veniva fuori l’impasto per fare gli oggetti.

Ricordo che in estate essiccare l’argilla era più facile, ma quando era primavera bisognava stare attenti. Andava messa al sole però stando sempre attenti a non farla bagnare dalla pioggia. L’argilla quando è asciutta assorbe subito l’acqua, e quindi diventa una poltiglia. A quel punto anche se la fai essiccare nuovamente è inservibile, perché rimanegono delle parti più dure. Quella callosità, la cadda diciamo noi, era un problema per l’artigiano, perché non si riusciva a lavorare. E quindi se pioveva era la rovina, comprometteva ore di lavoro.
Di conseguenza si stava molto attenti al tempo e in caso di pericolo bisognava rientrare la creta nella bottega. Ragione per cui la creta in fase di essiccazione la trattavamo proprio come fosse un oggetto finito, si aveva la stessa cura
.”

Vittorio Falcone: “La creta si andava a cavare in campagna. Qui a Ruffano c’è la qualità rossa, quella da cucina, mentre quella bianca veniva da Montemesola in provincia di Taranto.

Preparare la creta era un lavoro faticoso, perché era sporca e bisognava togliere tutto il materiale cattivo. Dovevi togliere tutte le pietruzze, altrimenti durante la cottura il calore le faceva diventare calce e la pietra saltava lasciando il buco nel pezzo. Adesso si passa tutta al setaccio con le macchine e non c’è più pericolo.
Poi bisognava impastarla prima con i piedi, e poi a mano - come le donne fanno i maccheroni.”

Luigi Manco: “Con quella rossa si fanno le pentole, le pignatte per poter cucinare. Invece con quella bianca non puoi cucinare, è semplicemente per fare dei lavori più fini. I fischietti si possono fare con terra bianca e rossa, quella che avanza.

Quella rossa andavamo noi a prenderla. Dovevamo togliere prima uno strato di terra che poteva essere a seconda di mezzo metro, un metro, un metro e mezzo. Una volta tolto questo strato poi sotto c’era la terra buona.
Con la zappetta la tagliavi, la mettevi al sole, la facevi asciugare tutta. Poi si portava al laboratorio e la mettevi in un angolo, e come ti serviva la prendevi.
Si doveva pestare fino a ridurre le zolle a pezzi piccoli come una nocciolina. La mettevi a bagno e poi la dovevi impastare con i piedi, perché prima non c’erano le impastatrici.
Era un lavoro duro perché con i piedi nudi nell’acqua faceva molto freddo. Purtroppo questo mestiere è bello perchè ti inventi tante cose e rimani soddisfatto, ma passi pure molti di sacrifici. Prima però, oggi hai tutto: tornio elettrico, forno a gas, impastatrici…”

Luigi Toma: “La terra la prendevo qui a Torre, fuori dal paese. Si doveva prima togliere la parte di sopra, per esempio si scavava un metro, perché quella sopra non vale.
Prendevo la terra, la mettevo a bagno e poi ci passavo sopra con i piedi. La mettevo qui, mi toglievo le scarpe e i calzettoni e impastavo con un movimento così, come una danza. E si mischiava la terra con la polvere di argilla finchè non si impastava bene. Non dovevi aggiungere molta acqua, perché altrimenti serviva troppa polvere. Poi è uscita la macchina impastatrice e allora non abbiamo più usato le gambe
.”

La modellatura
Per quanto riguarda la modellatura dei manufatti, particolarmente significativa è la testimonianza di Luigi Manco, che ci racconta la fatica di una ordinaria giornata di lavoro in bottega: “Il giorno facevamo la roba grossa e la notte la roba piccola. Si lavorava così.
Dormivamo 3 o 4 ore al massimo, e poi ci alzavamo verso l’una-le due e facevamo i fischietti lavorando con il lume di petrolio o con la lanterna. Così dall’1 di notte fino alla mattina facevi già una giornata di lavoro, poi dalle 7 della mattina fino alla sera alle 5, alle 6 o anche alle 7 facevi un’altra giornata.
Alla sera, quando tornavamo dalla bottega, ci mettevamo tutti in famiglia e si mangiava. Perché allora si mangiava una volta al giorno solamente, la sera. Poi quando finivi di mangiare - alle 8 o alle 9 al massimo - ti andavi a coricare.
Insomma facevi 18-19 ore di lavoro. Oggi chi lo fa? Oggi un giovane non ha quella pazienza, quell’amore. Perché devi essere appassionato per fare questo lavoro
.”

Sempre Luigi ci sorprende spiegandoci di come, a volte, nelle botteghe degli anziani artigiani resistano sino ai giorni nostri tecniche di lavorazione considerate scomparse ed obsolete: “Abbiamo sempre usato il tornio a pedale, non abbiamo voluto modernizzarci prendendo un tornio elettrico. Siamo all’antica. Ogni tanto qualcuno veniva nel laboratorio e rimaneva stupito nel vederci lavorare con il tornio a pedale. Dicevano: ma come fate? Eppure io mi trovo meglio così.”

La cottura nel forno a legna
Alla modellatura seguiva ovviamente la cottura dei pezzi, eseguita rigorosamente nelle fornaci a legna.

Salvino De Donatis: “Noi di fornaci a legna ne avevamo 3, che alternavamo a seconda del materiale da cuocere: quanto più grandi erano gli oggetti più era grande il forno, proprio per una questione di convenienza.
Una fornace era grandissima, una casa insomma. Tanto che io quando ero troppo piccolo avevo paura addirittura a entrarci, perché pensavo di cadere dentro ai fori del solaio che divideva la camera di cottura dalla una camera di combustione. Questo forno più grande mio Padre lo ha usato fino agli anni ’60 o giù di lì.
Poi, quando sono cresciuto, nella maggior parte dei casi si usava quello medio. Anche questo era comunque un forno abbastanza grande: avevi bisogno di 100 fascine per portarlo a temperatura.
E poi c’era quello più piccolino che si usava per gli oggetti piccoli. Non era proprio piccolissimo, intendiamoci! Sarà stato di 2 metri cubi, mentre quello grande era di 4 e quello medio di 3 metri cubi.

Ricordo che il forno si accendeva la sera: si cominciava - per dire - alle 8 o alle 9 di sera, una volta finito di infornare. E si continuava fino alla mattina alle 7 o alle 8. Bisognava accenderlo gradatamente per fare salire la temperatura pian piano.

Abbiamo continuato a usare fino agli anni ‘70 i forni a legna più piccoli, fino a che non abbiamo preso il forno a gas nel ‘75. Per i primi anni si usavano entrambi, sia quello a gas sia a legna. Poi negli anni ’80 abbiamo smesso definitivamente e li abbiamo demoliti, anche perché i vicini iniziavano a lamentarsi del fumo. Prima qui era campagna, poi sono cominciate le costruzioni ed abbiamo dovuto smettere di bruciare la legna.”

Vittorio Falcone: “I pezzi li mettevamo nel forno a legna, e li cocevamo a 800 gradi di caloria. Se li facevi smaltati dovevi rimetterli al forno a 1.200 gradi di caloria.
Per la verità prima era davvero a legna, nel senso che per alimentare il forno c’erano le fascine soltanto. Poi abbiamo iniziato a usare la sansa di olive, che costa meno ed ha meno ingombro.”

Ancora una volta Luigi Manco rappresenta un singolare esempio di sopravvivenza di tecniche di produzione tradizionali. Il Maestro utilizza ancora oggi la cottura a legna: “Uso sempre il forno a legna. E’ più faticoso, ma ritorniamo al discorso di prima: io sono fatto così, non mi piace la roba meccanica, mi piace lavorare all’antica. Per la prima cottura si arriva sui 900 gradi, mentre per la seconda, con la roba tutta smaltata, si arriva sui 1.100, 1200, 1300.”

Cuocere i pezzi non richiedeva minore maestria che modellarli. Non poteva infatti essere lasciata al caso né la disposizione degli oggetti nel forno – che andavano impilati in un certo modo per guadagnare spazio ed evitare che i pezzi si rovinassero – né la scelta dei tempi con i quali aumentare o diminuire la temperatura.

Luigi Toma: “I pezzi li dovevi mettere nel forno uno sopra l’altro in un certo modo. Ad esempio la parte rotonda doveva andare con parte rotonda e il becco con il becco.
Con il forno a legna dovevi stare attento a capire quando smettere di buttare la legna. Se non ti regolavi bene con la temperatura il collo di qualcuna delle pentole che stavano sotto si schiacciava. E i vasi fatti in quel modo non li volevano neanche regalati!
Nel forno avevamo una piccola buca così per vedere dentro. E allora ti regolavi: nella prima cottura se la creta era proprio rossa significava che dovevi smettere di alimentare il fuoco. Oppure decidevi: butto la legna ancora tre o quattro volte.
Per la seconda cottura, quando vedevamo che le pentole si lucidavano poco poco, allora subito si doveva alimentare più piano.”

Anche nel raccontare della fase della cottura, i Maestri figuli salentini confermano che non sempre i fischietti rappresentavano una produzione marginale. Se a volte questi piccoli manufatti riempivano gli spazi lasciati liberi da oggetti più grandi, altre volte veniva cotto un forno appositamente per questi piccoli oggetti.

Salvino De Donatis: “I fischietti e gli altri oggetti piccoli li mettevamo in questi spazi che rimanevano tra un vaso e l’altro nell’infornata.
Però se ad esempio arrivava una fiera e mio Padre aveva bisogno di un centinaio di fischietti, era capace di farli tutti in una giornata – era molto veloce a fare queste cose – e riempirci un fornettino. Il fornettino lo costruiva lui stesso con dei mattoni che preparava quando aveva tempo e che teneva sempre a disposizione. E poi per cuocere ci volevano 4-5 ore
.”

Luigi Toma: “Quando preparavamo i fischietti per il fuoco ne mettevano 5-600, e li sistemavamo uno sopra l’altro.”

La decorazione dei fischietti
Dopo la cottura, i fischietti salentini erano spesso lasciati grezzi, oppure decorati - a freddo o con lo smalto - in maniera piuttosto essenziale. Venivano utilizzati materiali poveri - come calce e vernice per l’edilizia, o avanzi di smalto - e di solito ci si limitava a ricoprire i pezzi con un unico colore, magari sottolineando qui e li qualche particolare con una vernice diversa.

Salvino De Donatis: “Per la colorazione, all'epoca c'era la calce che faceva da base, e poi si applicavano i colori che servivano anche ai pittori per dipingere le case. Di smalti se ne usavano pochissimi per una questione di costi. Anzi, molti fischietti rimanevano grezzi sempre per una questione di costi. All'epoca si risparmiava su tutto, anche sui colori.”

Vittorio Falcone: “I fischietti si pitturavano con semplice pittura da muro. Usavi prima il bianco e poi sul bianco mettevi i colori che volevi.”

Più elaborata era la colorazione dei fischietti della bottega Manco. Come abbiamo detto, Serafino e i suoi figli erano stati tra i primi ad andare oltre il fischietto salentino più arcaico ed essenziale, specializzandosi nella realizzazione di figure a stampo piuttosto raffinate anche nella colorazione. Per questi pezzi si utilizzava una gamma di colori ampia per sottolineare i particolari del viso, dei vestiti, del pelo degli animali, e così via.
Luigi Manco: “All’epoca i colori li compravamo in polvere, e dovevamo andare a prenderli a Maglie. Per preparare il colore dovevi aggiungere a queste polveri un po’ di colla del falegname, che serviva come fissante, così non andava via il colore.
La colla una volta era solida, la dovevi pestare e sciogliere col caldo e ne mettevi un po’ nel colore. Aggiungevi alla polvere un po’ di acqua e colla e poi impastavi bene bene. E dovevi tenere questi colori sempre sul fuoco, perché quando la colla inizia a raffreddare allora poi i colori non puoi usarli più. Così dovevi tenere un tegame sopra al braciere, con l’acqua calda e i bicchieri dei colori dentro a bagnomaria. E li dovevi tenere sempre al caldo in modo che rimanevano sciolti.
Poi c’era anche il trasparente, quello lucido. Ne mettevi un poco sopra e il pezzo diventava lucido. Si usava a seconda del colore: se era chiaro non mettevi il trasparente, ma per esempio sul nero, o su un rosso scuro, se ne metteva un po’ e veniva una cosa più bella
.”

Le fiere paesane e lo smercio dei prodotti
Le principali occasione per smerciare fischietti ed altri prodotti erano per gli artigiani le fiere di paese. Altre volte si utilizzava il porta a porta, magari barattando la merce con prodotti alimentari. Normalmente era la famiglia dell’artigiano a occuparsi della vendita, senza l’utilizzo di intermediari.

Luigi Manco: “Eravamo molti artigiani di Cutrofiano, Lucugnano, Torre, che partecipavamo alle fiere. A noi è capitato di arrivare fino ad Avetrana o Taranto. Allora si andava con il traino: partivi alle 4 della sera e arrivavi alla mattina alle 6.

Non si guadagnava tanto. Delle volte andavi ai mercati e non vendevi tutta la merce. E allora per finirla dovevi girare per le case private a smerciare la rimanenza. Per una pentola ti davano in cambio per esempio un litro d’olio o un chilo di pane. Questo tipo di scambi si faceva allora, parlo del 1946-47.
Il traino non era nostro, veniva in affitto, e dopo la fiera lo mandavi via. E tu per finire la merce te la facevi a piedi o al massimo con qualche bus, quando c’era. Praticamente io una volta l’ho fatta a piedi da Nardò a qui. Anche da Santa Cesaria Terme a qui – che sono 38 km - l’abbiamo fatta a piedi. Quando arrivavi a casa eri sfinito.

Purtroppo quella era la vita che si doveva fare allora! Ma grazie a Dio siamo ancora qui. Anche mio Padre è sopravvissuto 88 anni lavorando sino all’ultimo, eppure ne ha fatta di strada a piedi! E dormivamo a terra, eh! Magari mettevamo sotto un sacco pieno di paglia.
Poi piano piano abbiamo iniziato a prenderci le comodità: la macchina per esempio. Purtroppo è stata una vita un po’ dura per noi. Comunque sono dei bei ricordi!”

Salvino De Donatis: “Quelle che facevano mio Nonno e mio Bisnonno sono le fiere che io continuo a fare anche oggi. Sono la Madonna della Luce a Galatina, la Madonna Addolorata a Maglie, San Giuseppe a Nardò. Poi c’è Ugento e una fiera specifica proprio per gli oggetti in terracotta a Taviano, chiamata la Tappedda. Poi c'era Sant'Irene a Lecce.

Quando ero piccolo ed ho cominciato a girare per le fiere, già si usava il camioncino, ma mi hanno raccontato molto dei viaggi fatti con il carretto. Succedeva qualche volta che il cavallo era stanco e non riusciva ad arrivare alla fiera; magari si buttava per terra e non voleva proseguire. O magari il carretto cadeva e riportava dei danni. E allora solo a fatica e con alcune ore di ritardo si riusciva a raggiungere il paese, quando tutti erano già là. Storie così, che raccontate adesso magari sembrano delle sciocchezze, ma bisogna considerare quanti sacrifici erano stati fatti all'epoca per produrre i pezzi e poterli vendere in quella fiera.
Poi i miei Zii mi raccontavano di certi stratagemmi che si usavano per fare andare più forte il cavallo, come con il peperoncino messo lì al cavallo… non so quanto fosse un fatto vero e quanto me lo dicessero per farmi ridere
.”

Vittorio Falcone: “La mia famiglia faceva le fiere di San Rocco, di San Marco qui a Ruffano, e della Madonna Addolorata a Maglie.
Da bambino io ci andavo, e noi figli vendevamo i fischietti per contro nostro, nel senso che gli incassi erano nostri. Praticamente era un modo con cui i genitori ci invogliavano a lavorare. Allora un fischietto piccolo poteva costare 50 lire, 100 quelli più belli.

Più di recente in una fiera esposi i miei fischietti con il cartellino del prezzo che era di 5.000 lire. Il signore del banco vicino al mio era incredulo: ma a quanto li venti questi fischietti? 5.000 lire? Ma come è possibile? Io li ho pagati 5.200 all’ingrosso!
In effetti erano proprio fischietti miei. Li avevo venduti a Colì di Cutrofiano a 3.500 lire l’uno e loro li avevano rivenduti a questo commerciante con un sovrapprezzo. In conclusione non ci fu modo di fare affari per questa persona, dovette chiudere bottega!”

Luigi Toma: “Andavo a 15 o 20 fiere in tutto l’anno, altrimenti non riuscivo a lavorare. Anche perché lavoravo per conto mio e dovevo fare tutte le cose da solo.”

Il futuro delle botteghe artigiane
Buona parte dei Maestri salentini sono oggi in pensione. Per loro la prospettiva è purtroppo quella di non avere eredi in grado di proseguire l’attività di famiglia.

Vittorio Falcone: “Ora siamo rimasti in 3 fratelli. E tutti e 3 siamo già in pensione. Con i nostri figli niente, la terracotta sparisce.
Anche i fischietti li abbiamo fatti fino a 6-7 anni fa, ma man mano che finiscono non se ne facciamo più.
Anche volendo non ha più senso: 15 anni fa i fischietti li vendevi a 5 euro, adesso si vendono a 2 euro e mezzo!


Luigi Toma: “Quando ho smesso io di lavorare è finito tutto. Ho una figlia che vive con me e un’altra a Ruffano, ma sono femminucce e non lavorano la terracotta.”

Fa fortunatamente eccezione la famiglia De Donatis, nella quale Salvino - che è oggi un uomo di mezza età - ha degnamente preso il posto del padre Vito nella conduzione dell’attività di famiglia. E già dopo di lui si affaccia una nuova generazione che sembra possedere per il mestiere della terracotta la stessa passione di quelle che l’hanno preceduta.

Vito De Donatis: “Mia figlia Claudia ormai è proprio del mestiere. Lavora da sempre insieme a me, io dico che è l’erede di mio Padre. Invece la Paola va all’Università: ieri ha dato un esame però come vedi è già qui in bottega che ci dà una mano.
Io sono contento che continuino questo lavoro. Gli dico sempre: se trovate di meglio fate pure un altro mestiere, però dovete trovare di meglio! A parità di condizioni conviene fare questo lavoro, che è molto creativo, lascia molti spazi, molta libertà. Dal punto di vista economico non so se convenga, ma qualche soddisfazione morale te la dà
.”



NOTE
[1] Paola Piangerelli e Francesca Sgrò, “Puglia” ,in Paola Piangerelli (cur.), La Terra, il fuoco, l’acqua, il soffio, la collezione dei fischietti in terracotta del Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari a MNATP, Edizioni De Luca 1995.
[2] P. Piangerelli e F. Sgrò, op. cit.
[3] Interessante è l’analogia con il cavallo a tre gambe di Pignataro di Broccostella, in Provincia di Frosinone. In questo caso si tratterebbe di una rappresentazione fallica: nella prospettiva frontale del fischietto la gamba di dietro può sembrare un lungo fallo. Ne è prova il fatto che questo fischietto venisse donato alle giovani spose come augurio di fertilità.
[4] P. Piangerelli e F. Sgrò, op. cit.
[5] Ci riferiamo comunque a fischietti prodotti da botteghe e artigiani tradizionali. Si prescinde quindi dalle produzioni più recenti, sia quelle di tipo più prettamente commerciale che quelle artistiche.
[6] P. Piangerelli e F. Sgrò, op. cit.
[7] Si trattava di una tecnica non particolarmente complessa, ma comunque estranea alla tradizione produttiva dei vasai salentini, da sempre abituati ad utilizzare il tornio e la modellazione a mano libera. I primi costruttori di fischietti a introdurre questa tecnica dovettero rivolgersi molto probabilmente alle botteghe dei figurinai, specializzati nell’utilizzo di stampi per la realizzazione di santi e figure da presepe.
[8] P. Piangerelli e F. Sgrò, op. cit.
[9] Questi carabinieri - presenti ad esempio nella collezione Lo Bosco - hanno una notevole somiglianza con quelli dei Manco, tanto da far supporre che lo stampo sia stato ricavato proprio da un fischietto di questi ultimi.
[10] Questo ceramista di grande raffinatezza noto anche come Clizia, lo scrive nel libricino ciclostilato e distribuito in un numero limitato di copie “Tre Uomini in Tenda, scorribanda appulo lucana nel mondo dei fischietti”, Anemos, 1995. Sempre in questo libricino, Clizia nota anche come Alessandro Manco in alcuni casi utilizzi ancora gli stessi stampi del Padre e del Nonno.
[11] Si veda ad esempio l’articolo di Alfredo Ligori “Vito De Donatis, artigiano e artista cutrofianese”, in Quaderni del Museo della Ceramica di Cutrofiano n° 4/5, Ed. Congedo, Galatina, 2.000



FOTO


1. Fischietti tradizionali di Luigi Toma: uccello, cavallo a tre zampe, tromba, carabiniere, pupa, cane


2. Vito e Salvino De Donatis (foto Lo Bosco)


3. Fischietti di Luigi Manco: calandra, gallo con piume vere, personaggio con testa semovente (foto Croce)


4. Luigi Manco nel suo laboratorio


5. Fischietti di Errico Falcone (coll. Lo Bosco)


6. Luigi Toma al tornio (foto Lo Bosco)


7. Vittorio Falcone


8. Fischietti di Luigi Toma decorati (coll. Lo Bosco)


9. Fischietti di Severino Manco


10. I fretelli Falcone al tornio in una foto d'epoca


11. Fischietti di Severino Manco (coll. Garzia)


12. Sculture a tema religioso (senza fischietto) di Vito De Donatis (coll. Lo Bosco)


Galli di Armando Toma (coll. Lo Bosco)


I testi sono di Massimiliano Trulli massitrulli@gmail.com - riproduzione vietata


Segue II parte

mercoledì 17 agosto 2011

Inaugurazione de “La Semina dei Fischietti” a San Giorgio Scarampi



La locandina dell’evento annunciava una “Giornata di festa a San Giorgio Scarampi, con l’esposizione dell’artista russo Valery Kurtmulaev”. Ma quella che si è inaugurata il 15 agosto 2011 non è una mera mostra di ceramiche fischianti, nè la semplice personale di un ceramista. Il numeroso pubblico che ha deciso di trascorrere il Ferragosto a San Giorgio Scarampi ha potuto constatare che La Semina dei Fischietti è un evento artistico complesso, di grande raffinatezza, profondità e impatto emotivo.

D’altronde ormai da molti anni Anemos e Arti Vaganti - che insieme alla Scarmpi Foundation hanno ideato e organizzato la giornata - ci hanno abituati a operazioni di questo livello: eventi di grande bellezza e carica innovativa, in cui si mescolano diversi linguaggi espressivi, dalla ceramica sonora, ad altre arti plastiche e figurative, alla musica, alla poesia.

Incantevole cornice della Semina dei Fischietti è stata ancora una volta San Giorgio Scarampi ed il suo splendido Oratorio dell’Immacolata – è la terza volta dopo le mostre “Bacco e i suoni dell’anima” e “Guarda l’uccellino”. E questo minuscolo paese delle Langhe astigiane ha risposto con il consueto entusiasmo, regalando a tutti i visitatori i suoi panorami mozzafiato, la squisita ospitalità dei suoi abitanti, gli altrettanto squisiti prodotti enogastronomici nell’area.

Pesci acquatici e pesci volanti
Tema principe della mostra è quello del pesce, rappresentato nel suo naturale elemento acquatico, ma anche trasfigurato e capace di spiccare il volo verso altri lidi, facendosi messaggero di libertà e poesia.
E difatti per preparare il terreno alla trasformazione di questi pesci in creature aeree e rendere possibile il loro volo sulle Langhe, nelle settimane precedenti all’inaugurazione, un gruppo di artisti, poeti ed amici ha dato vita ad una visionaria “semina dei pesci”. Centinaia di fischietti a forma di pesce e con inciso sulle squame il nome di un poeta sono stati lanciati nel greto dei fiumi piemontesi, fecondandoli. Altre semine sono ancora previste nelle prossime settimane (sono stati usati esclusivamente pesci di terra cruda, che si sciolgono al contato con l’acqua senza contaminare l’ecosistema di questi corsi d’acqua).
L’operazione si richiama ad una tradizione dei popoli Maya, che erano soliti seminare nel terreno fischietti come rito propiziatorio ed auspicio di fertilità.

Entrando nell’Oratorio dell’Immacolata - l’ambiente che ospita la mostra - il colpo d’occhio è emozionante. Già la piccola chiesa sconsacrata - con le sue pareti spoglie e completamente bianche - è di per se incantevole. La scelta consapevole dei curatori della mostra è stata quella di rispettare in pieno la magia e l’incanto di questo luogo. Si è resistito alla facile tentazione di sovraccaricare l’ambiente di opere, realizzando invece una mostra essenziale, fatta di poche installazioni scelte e collocate con gusto nella navata e nel transetto dell’Oratorio.
Un po’ alla volta i visitatori entrano nel piccolo ambiente, osservano le opere, hanno la possibilità di girare tutto attorno ad esse, e magari di accostarvisi per soffiarci dentro e provarne il suono.

Le sculture fischianti di Kurtmulaev
Indubbiamente uno dei principali motivi di interesse della Semina dei Pesci è costituito dalle sculture di Kurtmulaev.
Sono ormai molti anni che questo artista russo è diventato uno degli autori di riferimento per gli amanti della ceramica e dei fischietti in terracotta. Tuttavia Kurtmulaev è noto quasi esclusivamente per i suoi fischietti di piccole dimensioni. In questo caso i visitatori hanno invece l’occasione unica di vedere le sue sculture di grandi dimensioni – tutte rigorosamente fischianti. Si tratta peraltro di pezzi mai esposti prima e realizzati nella primavera del 2011 ad hoc per la Semina dei Fischietti. Per preparare questi pezzi il Maestro Kurtmulaev ha lavorato per un intero - e molto intenso - mese di lavoro trasferendo sull’argilla una serie di idee e suggestioni elaborate con il decisivo contributo creativo di Armando Scuto.

Sono in particolare 3 le sculture di grandissime dimensioni presenti in mostra firmate da Kurtmulaev. In primo luogo un Orco benigno con un lungo corpo da serpente e 4 grandi teste; l’opera – lunga alcuni metri e composta da moduli scomponibili – è stata assemblata per la mostra di San Giorgio Scarampi in 4 tronconi che danno la suggestione visiva di uscire e poi rientrare dalle pareti della chiesa; dentro di sé l’Orco cova uova di pesce e di altri animali che una volta cresciuti spiccano il volo e lasciano il loro incubatore.
Poi c’è Taluc - il dio del vento – che siede pensieroso; al collo porta una collana di pesci, e altri pesci riempiono anche una cesta che il Dio ha accanto a se; sono pesciolini del tutto simili a quelli seminati nei fiumi del Piemonte dai “visionari” di Artivaganti e Anemos.
In fine, circondata da un piccolo bosco di rami bianchi, c’è la lunga torre di casette per gli uccellini.

A parte questi tre pezzi, altrettanto suggestive sono le altre sculture fischianti realizzate da Kurtmulaev – meno imponenti ma comunque di grandi e medie dimensioni. Si tratta di pesci e creature bizzarre e mostruose che osservano curiose cosa accade nel nostro mondo abbarbicate ai cornicioni della chiesa, o si calano da una finestra, oppure ancora circondano devotamente il Dio del vento.

Le altre installazioni
Ma la Semina dei Pesci non è una mostra costruita solo sulle ceramiche fischianti del Maestro russo. Come abbiamo già accennato si tratta di un evento complesso che si basa anche su installazioni fatte con materiali eterogenei o su forme espressive come la poesia.

Una nuvola costituita da coloratissimi pesci alati sospesi nell’aria lasciava letteralmente a bocca aperta i visitatori. La torre dei pesci è costituita da circa un migliaio di pesciolini, realizzati interamente in carta da Emiliana e Mapi Griotti. Rappresenta la perdita di materia dei pesci, finalmente liberi di diventare creature aeree e spiccare il volo. Un’opera di grande effetto che ha richiesto un lavoro certosino sia per la costruzione dei pesci che per l’allestimento della torre (sono serviti tre giorni solo per fissare i pesci alla struttura di metallo che fa da supporto).

Altra opera di grande suggestione è il grande pesce realizzato da Lino Barazzetti utilizzando quasi 2.000 matite colorate come tessere di un coloratissimo mosaico.

La poesia
Protagonista dell’evento è stata anche la poesia, grazie a quattordici brevi composizioni sul tema dei pesci, dell’acqua e del volo. Le poesie, composte – spesso ad hoc – da altrettanti poeti, sono state lette da alcuni degli autori durante l’inaugurazione della mostra, sono state riprodotte sul catalogo della mostra, e sono state persino consumate dal fuoco insieme al forno di carta sul quale erano state affisse.

Il forno di carta
Nonostante la bellezza della mostra e la potenza lirica dei poeti, il cuore della festa è stato però il forno di carta che ha “preso possesso” della piazza di San Giorgio Scarampi. Sin dal pomeriggio del giorno prima e per tutta la giornata del 15 agosto, una squadra di persone guidate dal “Mastro fornaciaio” Gianfranco Valente si sono adoperati per preparare il forno - costruito con carta, stoffa, argilla, legna, sotto lo sguardo incuriosito ed ammirato di cittadini di San Giorno e villeggianti. Nel forno sono stati caricati un centinaio di fischietti crudi, dai più piccoli ed umili giocattoli per bambini fino ad alcune sculture di grande dimensione e notevole pregio di Valeri Kurtmulaev. Solo dopo le 17 il forno era pronto per l’accensione.
Chi ha esperienza di forni di carta sa bene che ognuno di essi fa storia a sé, e che sono tantissime le variabili che possono influire sulla buona riuscita dell’“impresa”: condizioni del vento, umidità, qualità della lega e dei pali di sostegno, e così via. Sarebbe disonesto tacere il fatto che nonostante il grande impegno non tutto è andato sempre per il verso giusto (anche chi scrive ha fatto parte della “squadra” guidata dall’infaticabile Valente!). Vi è stato anzi un momento critico, in cui il forno si è inclinato pericolosamente e sembrava che fosse inevitabile un suo rovinoso collasso. A quel punto Taluc ci ha messo una buona parola, ed anche la luna si è affacciata nel cielo serale di San Giorgio Scarampi, portando il suo presagio benigno. Alle 23 era ormai chiaro che la cottura stava andando a termine con esito positivo, e dopo 15 ore di lavoro quasi ininterrotto i nostri fornaciai si sono concessi una cena.

Una grande festa popolare
La festa è andata avanti fino a notte fonda attorno alle braci ancora ardenti del forno di carta. Abitanti di San Giorgio e visitatori erano perfettamente mescolati tra canti, balli, chiacchiere e bevute in una unica chiassosa comitiva in cui era quasi impossibile distinguere gli uni dagli altri. Anche da questo si vede la riuscita di un giorno di festa!

Altra grande festa c’è stata il mattino dopo, soprattutto per i bambini che la sera precedente avevano sorvegliato pazientemente il fuoco anelando i fischietti del forno di carta loro promessi. Il mattino dopo tutti i bambini di San Giorgio Scarampi si sono presentati puntualmente all’incasso (chi avrebbe immaginato che in paese c’erano tanti giovanissimi!). E il paese era tutto un fischiare!

Chi si fosse perso l’inaugurazione de La Semina dei Fischietti non disperi, perché avrà occasione di recuperare. Sarà possibile continuare a visitare l’esposizione presso l’Oratorio dell’Immacolata fino a dicembre. Ed è anche possibile procurarsi il curatissimo catalogo della mostra - richiedendolo alla Fondazione Scarampi.








FOTO

1) veduta di San Giorgio Scarampi

2) Armando Scuto, presidente di Anemos, durante l'inaugurazione
3) fischietti nel forno

4) Taluc, il dio del vento

5) una delle teste dell'Orco

6) e 7) La casa degli uccellini

8) La "nuvola" di uccellini di carta

9) Il grande pesce di matite
10) il "maestro" Gianfranco Valente prepara il forno

11) Musicisti

Il testo dell'articolo è di Massimiliano Trulli. Le foto di Armando, Salvo, Massimiliano

martedì 2 agosto 2011

FIERA DEL FISCHIETTO A GALATINA - I Ed. - 25.09.11

 25 SETTEMBRE 2011
 PRIMA FIERA DEL FISCHIETTO - GALATINA (LECCE)



Avviso per tutti gli appassionati della Ceramica Sonora, per gli artigiani costruttori di fischietti, per i grandi ed i piccini!
Segnaliamo questo nuovo evento! A Galatina in provincia di Lecce si terrà nella domenica del 25 Settembre 2011 la prima Fiera del Fischietto
Una fiera nella quale si potranno ammirare ed acquistare fischietti prodotti da diversi artigiani. 
La Fiera è organizzata dalla Pro Loco di Galatina. 
Per informazioni è possibile contattare il presidente della Pro Loco Nino Rigliaco cell. 333.1253640
(i fischietti nella foto sono creati da Pico)

lunedì 1 agosto 2011


15 AGOSTO  2011

GIORNATA DI FESTA a SAN GIORGIO SCARAMPI (ASTI)

LA TERRA, IL FUOCO, LA MUSICA, LA POESIA


Vi inoltriamo informazione di questo evento che avrà luogo a San Giorgio Scarampi (ASTI) il 15 agosto 2011
Una giornata di festa dedicata alla terra ed al fuoco!

Sarà possibile osservare le meravigliose creazioni dell'artista russo Valery Kurtmualev creatore di fischietti dalle forme più bizarre.

mercoledì 29 giugno 2011

Omaggio a Munari, V edizione - Matera. Agosto 2011

OMAGGIO A MUNARI
STAGE INTENSIVO – V EDIZIONE
MATERA, AGOSTO 2011

Condotto da Tina e Maria Bruna Festa
Sono aperte le iscrizioni per la V edizione del corso intensivo dedicato a Bruno Munari ed ispirato al metodo “GIOCARE CON L’ARTE” che si terrà a Matera ad agosto 2011.
VI SONO solo 8 POSTI DISPONIBILI. TERMINE DI SCADENZA ADESIONE 15 AGOSTO 2011.
Il corso “Omaggio a Munari”, rivolti ad adulti (docenti, ceramisti, atelieristi e a quanti siano interessati) è organizzato in modalità di corso intensivo estivo ed è a numero chiuso.

CHI CONDUCE?
Tina e Maria Bruna Festa
Il laboratorio sarà condotto per la parte teorica da Tina Festa, insegnante ed esperta in didattica delle arti, formatasi presso il Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza
e per la parte pratica da Maria Bruna Festa, ceramista.

PROGRAMMA
Da lunedì 22 a venerdì 26 agosto 2011. Le lezioni cominceranno nel pomeriggio del 22 agosto e termineranno alle 12,30 del 26 agosto.
Orario 9:30-12:30 e 15,30-18,30
(L’orario di inizio e fine delle attività può essere modificato in base alle esigenze dei partecipanti)
Lezioni per un totale di 24 ore.
Al termine del seminario verrà rilasciato un attestato di partecipazione.
I lavori realizzati verranno ritirati dai partecipanti o inviati con spese di spedizione a carico del destinatario

Il corso sarà avviato con un minimo di 4 partecipanti. Il numero massimo di adesioni: 8

Al termine del seminario verrà rilasciato un attestato di partecipazione.

Termini per le adesioni : Le iscrizioni al corso verranno accolte entro e non oltre il 15/08/2011 .

IL LUOGO

Gli incontri del Corso Intensivo si svolgeranno presso la sede laboratoriale dell’Associazione Genius Loci, Rione Pianelle, 30 – Sasso Caveoso –
Matera

QUOTA DI PARTECIPAZIONE:

La quota individuale di partecipazione al corso intensivo è di € 250,00 (+ IVA se si partecipa per conto di un Ente).

N.B: per chi prenota entro il 20 LUGLIO 2011 la spedizione degli elaborati realizzati durante il corso è GRATUITA. (valido solo per spedizioni su territorio nazionale).


Chiunque volesse maggiori informazioni e chiarimenti sono a disposizione via mail o tramite messaggi che potete lasciare in questo blog.

Per contatti ed informazioni: concettafesta@gmail.com info al 335.8185461

ATTENZIONE:  la scheda di adesione da scaricare.
IL PROGRAMMA completo verrà inviato agli iscritti o a chi ne farà richiesta via mail.

martedì 14 giugno 2011

La Creta nel Sangue - La Famiglia Loglisci e la Cola Cola

(Memorie e Suoni di Terra - conversazioni con i Maestri costruttori di ceramiche sonore)E’ un freddo giorno di dicembre e Beniamino Loglisci modella i suoi fischietti al caldo tepore di una stufa a legna. Ci troviamo nel suo laboratorio di Gravina in Puglia, un luogo pieno di suggestioni. L’ambiente è piccolo ed arredato alla maniera essenziale e dimessa delle antiche botteghe artigiane, ma se ci si affaccia dalla minuscola finestra che dà luce al locale si gode di un panorama mozzafiato: si vede la gravina che dà il nome a questo paese delle Murge. Sulle pareti della gravina si aprono poi alcune grotte abitate in periodi preistorici. Il paesaggio ricorda molto alcuni scorci della vicina Matera.

Nonostante i suoi 80 anni, in questa stagione Beniamino passa circa 7 ore al giorno modellando l’argilla. L’anziano artigiano lavora e intanto ci racconta della sua vita e della produzione della Cola Cola, il tradizionale fischietto in terracotta di Gravina.
Sono ormai alcuni anni che la scomparsa di suo fratello Vincenzo ha interrotto un sodalizio che era al tempo stesso lavorativo e umano. Eppure Beniamino parla quasi sempre al plurale, lasciando trasparire quanto nei suoi pensieri sia ancora presente quel fratello con il quale ha condiviso buona parte della sua vita.
A volte gli sfugge una parola, e succede più volte che per spiegarsi meglio si aiuti prendendo in mano un pezzo di creta e modellando davanti ai miei occhi un oggetto o una situazione. In fondo si tratta della cosa più naturale per un uomo che fin da bambino ha imparato a esprimersi attraverso le mani e un pezzo di creta.

Il Ciclo di produzione della Cola Cola
I fischietti dei fratelli Loglisci hanno il fascino arcaico dell’oggetto di altri tempi. La loro produzione è infatti da sempre caratterizzata da un’assoluta aderenza alla tradizione – un’aderenza che non si rispecchia solo nella riproposizione di modelli e forme antiche, ma anche nell’aver perpetuato tecniche di produzione ormai desuete. Ancora oggi le Cola Cola vengono cotte in una piccola fornace a legna e dipinti con rudimentali pennelli auto-costruiti. Quanto all’argilla, solo negli ultimi anni, a causa dell’avanzare dell’età, Beniamino Loglisci ha smesso di raccoglierla e depurarla da sé, concedendosi il “lusso” di acquistare la creta industriale già pronta per la lavorazione.
Mentre, nel corso dei decenni, la quasi totalità degli artigiani produttori di fischietti si sono gradatamente adattati alle possibilità - ed alle indubbie comodità - offerte dal progresso tecnologico, Beniamino e Vincenzo hanno perseguito caparbiamente la scelta di rifarsi ai modelli produttivi dei loro antenati. Una conseguenza pratica di questa scelta sta nel fatto che ancora oggi la realizzazione delle Cola Cola avviene secondo un ciclo di produzione che va dall’inverno all’estate. Ciascuna stagione è scandita da una fase di lavorazione precisa.
“Per la lavorazione della Cola Cola abbiamo sempre seguito dei periodi precisi. Dopo le feste di Natale iniziamo a modellare, e modelliamo tutto l’inverno. Poi la cottura l’abbiamo fatta da sempre a primavera:questo perché bisogna stare 10 ore vicino al fuoco, e di inverno anche se ti alzi alle 6 di mattina devi arrivare alle 4 di pomeriggio, ed a quell’ora già non si vede più. E poi il forno a legna si utilizza all’aperto, e la mattina presto quando è inverno fa molto freddo qui sulle Murge.
Quando abbiamo finito di fare le cotture ci mettiamo alla pittura. Quindi l’estate la facciamo a dipingere. E si fa la provvista di creta per l’inverno.

Ad esempio questa non sarebbe stagione di modellare. Io sto modellando perché mi trovo in difficoltà, nel senso che non posso contare su mio fratello Vincenzo, e devo fare tutto da solo. E sono costretto ad anticipare un po’. E poi se non modello cosa faccio per passare questi mesi autunnali?”

La preparazione della creta. Beniamino ci illustra quindi nel dettaglio ciascuna delle fasi della produzione, iniziando ovviamente dall’estrazione dell’argilla.
Qui a Gravina le riserve di argilla non finiscono mai! Basta andare poco fuori città, sulle Murge, e scavare. E noi da sempre ce la siamo preparata da soli.
C’è una procedura: usando il piccone frantumiamo i banchi di argilla ricavando dei blocchi di vari chili di peso. Una volta portati qui i blocchi, li pestiamo con un grande martello, fino a farne delle pietruzze. Poi lasciamo l’argilla a bagno nell’acqua per 2 giorni per poi impastarla come si faceva una volta con il pane. Insomma: è una fatica, c’è tanto lavoro.

Da appena 5-6 anni compriamo l’argilla già confezionata e pronta per l’uso. Abbiamo smesso di prendere quella di Gravina per motivi di salute, perché non ce la facciamo più. E’ vero che consumiamo un po’ di soldi, ma risparmiamo fatica. E di fischietti ne facciamo un po’ di più.
La qualità dell’argilla comprata non è uguale a quella di qui, però. L’argilla che noi abbiamo a Gravina resta sempre un po’ più sporca, anche se la depuriamo a mano. Magari rischi che se non stai attento e lasci qualche pietruzza dentro l’impasto, durante la cottura la pietruzza salta e ti rompe il fischietto. Ma una volta cotta questa argilla è più resistente, è più forte. Mentre l’argilla che noi compriamo è più pulita però più fragile. Se noi facciamo una Cola Cola con questa argilla e per sfortuna va per terra, è più facile che si rompa.”

La modellatura. Beniamino ci mostra come si modella una Cola Cola. E ci rendiamo conto di quanto lavoro e quanta sapienza ci sia anche dietro la costruzione del fischietto più semplice. Bisogna sottolineare che anche rispetto alla produzione di altri costruttori di fischietti, l’uso di attrezzi è ridotto al minimo. Le stecche vengono usate solo per fare i fori del modulo sonoro, mentre una tecnica ad incastro sostituisce completamente la barbottina. Non essendo mai stati vasai, i Loglisci non hanno mai avuto né usato il tornio, ma è altrettanto estraneo alla loro cultura anche l’uso degli stampi fatto da molti figurinai.
“La Cola Cola l’abbiamo sempre fatta interamente a mano. Se la stessa cosa la fai con lo stampo non ha più valore, non ha nessun senso.

Partiamo facendo tre palline di argilla. Le prime due servono per fare il corpo della Cola Cola: con una pallina un po’ più grande si fa la parte davanti con la testa, con quella più piccola si fa la parte di dietro con il fischio.
Lavoriamo entrambe le palline con le dita, allungandole e scavandole. Otteniamo due forme vuote che vanno unite per fare il corpo della Cola Cola: una delle due parti è leggermente più grande, e quando le sovrapponiamo avremo una femmina e un maschio. Le uniamo bene con le dita, in modo da fare una saldatura.
Alla parte di dietro facciamo i buchi del fischio con la stecca; prima di usarla è meglio bagnarla, ma poco, altrimenti il pezzo si spacca. A parte questo gli attrezzi non vanno usati proprio: per fare la cresta del gallo e della gallina, ad esempio, si usa il pollice.
I pezzi aggiunti, come il collare, devono essere di creta più umida, altrimenti in cottura si staccano. La stessa cosa vale per gli occhi: si fanno con due palline di creta che deve essere più molla.

Con la terza pallina facciamo la base della Cola Cola. La base non può essere attaccata subito al corpo: va fatta indurire un pò, se no il pezzo crolla. Di inverno mettiamo le basi vicino alla stufa per farle seccare più velocemente. Se fa un po’ più caldo, invece, le mettiamo fuori dalla finestra.
Quando ha raggiunto la giusta durezza – non deve essere troppo secco né troppo molle – uniamo la base al corpo. Si scava un po’ la pancia e si inserisce dentro la base. Poi si rafforza la saldatura con una fascetta di creta.
Quando il pezzo è finito lo lisciamo per bene con il dito bagnato. Quando poi è secco lo lisciamo ancora meglio passando la carta vetrata. Alla fine passiamo di nuovo il pennello bagnato per togliere le striature. Una volta pitturati i pezzi, le striature non si vedrebbero comunque, ma preferiamo farlo perché viene una cosa più pulita.”

La cottura nella fornace a legna. Come abbiamo già accennato, una delle caratteristiche che rende unica la produzione della Cola Cola è che ancora oggi la cottura dei pezzi avviene esclusivamente tramite una piccola fornace a legna costruita dagli stessi fratelli Loglisci.
Il luogo dove dai primi anni ’60 i fratelli Loglisci cuociono i loro fischietti è molto suggestivo. Si tratta di una sorta di terrazzo porticato di un antico monastero nel centro storico di Gravina, proprio di fronte alla bellissima cattedrale romanica. In alcuni locali di questo edificio i Loglisci hanno anche vissuto e ricavato il piccolo laboratorio da quando, nel secondo dopo guerra, il monastero quasi disabitato fu assegnato alla loro famiglia e ad altre famiglie di sfollati.

E’ probabile che questa fornace arrivi a temperatture di 700 – 800 gradi, senza raggiungere i circa 1.000 gradi necessari per una cottura completa della creta. Ne è una riprova anche il fatto che il filo di metallo utilizzato per aggiungere elementi ornamentali alle Cola Cola, pur essendo metallo comunissimo non si fonda durante la cottura.
Era d’altronde una caratteristica comune dei fischietti tradizionali quella di essere cotti in fornaci rudimentali che non garantivano il raggiungimento di temperature altissime. Conseguenza di questa solo parziale cottura dell’argilla è una maggiore fragilità dei pezzi.

“Abbiamo un forno nostro dal 1960 - 1961. Prima, quando facevamo il materiale, lo portavamo alle fornaci che facevano le tegole qui a Gravina. Fin da ragazzini lavoravamo per queste fornaci trasportando per loro le merci. In cambio ci facevano il favore di mettere un po’ di Cola Cola nel forno.
Queste fornaci di Gravina piano piano sono sparite tutte, e quindi ho detto a mio Fratello: e adesso che le fornaci non ci sono più noi come facciamo? Dobbiamo trovare una soluzione! E allora abbiamo deciso di costruire un piccolo forno fatto da noi.

Il forno lo abbiamo costruito noi stessi con dei mattoni refrattari. E’ aperto dalla parte di sopra, e i pezzi si caricano da li, riempiendolo completamente con fischietti di varie misure. Poi si chiude l’apertura mettendo dei pezzi di tegole fino a coprire tutta l’apertura.
La terrazza con la fornace (foto T. Festa)
La legna invece si mette nell’apertura che sta nella parte di sotto. Legna e pezzi da cuocere sono separati da una griglia che abbiamo fatto con dei binari del treno che abbiamo fatto bucare.
Ogni 5 o 6 anni dobbiamo demolire la fornace e rifarla da capo: quando arrivi a 1.000 gradi di temperatura anche il ferro si consuma.

Bisogna stare 10 ore a alimentare il fuoco. Potremmo anche stare un po’ meno, ma se i pezzi li usciamo 1 ora - 2 ore prima non vengono bene: devono stare 10 ore.
Più ancora che ad occhio mi accorgo della temperatura del forno dall’odore. Se entro nel locale dove sta il forno mi accorgo subito a che punto è la cottura. E questo persino se non ho infornato io i pezzi, e magari non so da quanto stanno cuocendo!
E poi c’è il colore del fumo che esce fuori. E’ come per l’elezione del Papa: se il fumo è nero ancora non ci siamo, quando la fumata è proprio bianca è ora di sfornare.
Tra quello che ci serve per il riscaldamento e quello che usiamo per la cottura, compriamo ogni anno quintali di legna. Prima utilizzavamo legna di quercia di bosco, che era molto migliore e durava tanto. Ora è proibito raccoglierla e venderla. Ora usiamo la legna dei contadini: ulivo, mandorlo. Non fai in tempo a metterla che si consuma.

Quando era vivo Vincenzo riuscivamo a riempire ogni anno 8 - massimo 9 forni. Ora che son rimasto solo sono costretto a iniziare la modellatura prima di Natale, e alla fine cuocio 4 - massimo 5 forni.
Abbiamo sempre continuato ad usare il forno a legna perché i pezzi con il forno a gas non vengono bene. E’ come con il pane: una volta lo facevano tutti con i forni a legna, oggi quasi nessuno. Ma sul pezzo si vede la differenza, come per il pane!"

La decorazione. L’unica concessione alla modernità nella produzione delle Cola Cola riguarda le vernici usate per decorare i fischietti. Già da alcuni decenni i fratelli Loglisci hanno infatti abbandonato i colori auto-prodotti basati su pigmenti naturali - che avevano lo svantaggio di essere poco resistenti - ed hanno adottato i colori acrilici.
Si tratta d'altronde della conseguenza obbligata della trasformazione della destinazione d’uso dei fischietti, che da giocattoli destinati ad avere vita breve sono diventati oggetto da collezionare e da conservare.
“Una volta i colori che usavamo erano tutti a base di terra. Mettevamo dentro un po’ di colla e per fare il fissaggio, perché altrimenti prendendo il fischietto in mano i colori se ne venivano. E anche con la colla, dopo 3 o 4 giorni che un bambino usava il fischietto, i colori sparivano. Invece i colori che usiamo oggi sono acrilici, possiamo lavare benissimo un fischietto sotto l’acqua e non succede niente.

Ancora oggi i pennelli ce li facciamo da soli con canne, peli di cinghiale, e filo di rame. Così si ottiene un pennello abbastanza duro, mentre con i pennelli comprati non si può lavorare, sono troppo morbidi: il pennello si piega le strisce della Cola Ccola non vengono bene.
I peli di cinghiale li prendevamo da un allevamento che c’era fino a poco tempo fa a Gravina. Poi andavamo dal cannaro a comprare delle canne sottili che servivano come manico, e gli legavamo i peli sopra con del filo di rame. Oggi magari usiamo i peli ricavati da altri pennelli di cinghiale.”

I pezzi sono tutti rigorosamente ricoperti con uno sfondo bianco – una volta si trattava di un bagno di calce – sul quale in un secondo momento si stendono colori molto vivaci.
La decorazione classica e più riconoscibile della Cola Cola – ma anche degli altri fischietti murgiani, come i cucù di Matera - è quella a strisce blu, rosse, gialle, verdi. A tale proposito, l’importante studio sui fischietti tradizionali realizzato dal Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari mette in relazione questa caratteristica colorazione dei fischietti con i “nastri senza misura” che fino al secondo dopo guerra venivano acquistati dai pellegrini durante le feste mariane in Puglia ed in Basilicata. I nastri venivano annodati al collo dei pellegrini stessi o utilizzati per addobbare pellegrini, animali, carri.
Le analogie tra questi nastrini ed i fischietti sono in effetti molte: oltre alle strisce di colori vivaci, ad entrambi gli oggetti nella tradizione popolare era attribuita una funzione magico-protettiva ed esorcistica, e non a caso, entrambi erano diventati una sorta di souvenir ante litteram ricercatissimo dai fedeli come ricordo del pellegrinaggio o come pensiero per chi era rimasto a casa.[1]

La vendita dei fischietti: dal Santuario di Picciano alle gallerie d’arte
Fino a tutti gli anni ’60, i pellegrinaggi religiosi - ed in particolare quelli che si svolgevano in primavera presso il santuario mariano di Picciano, sulle Murge lucane – rappresentavano per la famiglia Loglisci la principale occasione di vendita della Cola Cola.

“Il momento dell’anno in cui vendevamo più fischietti era il mese di maggio, durante i pellegrinaggi al Santuario della Madonna di Picciano. In quel periodo il Santuario era così affollato di fedeli che di domenica non si poteva quasi entrare in chiesa. Il fischietto era il primo ricordo del pellegrinaggio, così, quando andavamo a Picciano vendevamo tutti i fischietti che facevamo durante l’inverno, non ne portavamo uno indietro!
Una foto di Vincenzo appesa in casa Loglisci Nonostante tutto, con la vendita di questi fischietti non potevamo sopravvivere neanche un mese. Questo perché i prezzi erano tutti sproporzionati. Mi ricordo quando questa Cola Cola costava 50 soldi. Poi il prezzo è salito a 100 soldi, 1 lira, 2 lire. Ma il valore era sempre quello: per due Cola Cola compravamo un chilo di pane.
Ora per fortuna è un po’ diverso: uno di questi lo vendo a 10 euro, e di chili di pane ne posso comprare 10. Ma una volta si doveva lavorare solo per comprare il pane, senza fare altri progetti.

Da Gravina a Picciano ci saranno 17-18 chilometri, e al santuario ci arrivavamo con un traino preso in affitto tirato da cavalli o muli. Anzi, per la verità i primi tempi andavamo con la carretta a mano. E qualche volta siamo andati anche a piedi, con le Cola Cola a spalla. Questo è successo quando c’era stata troppa pioggia, e i traini non potevano passare per il fango. Perché allora a questo santuario non arrivavano le strade asfaltate: c’erano strade di terra.”

Oltre ai Loglisci si dedicava alla vendita dei fischietti durante i pellegrinaggi a Picciano un’altra delle dinastie di costruttori di fischietti più rinomate, quella dei Niglio di Matera.

“A vendere i fischietti a Picciano durante le feste andavamo sempre sia noi che i Niglio di Matera, che erano 3 o 4 fratelli. Facevano questo tipo di fischietto che a Matera chiamano Cuccù. E’ come la nostra Cola Cola, ma ha questa testa che non ho capito mai che tipo di animale sia. E’ una testa strana, non lo so spiegare.
E abbiamo conosciuto i Niglio negli anni 35-40, quindi è da una vecchia data che conosciamo questa famiglia.
Le femmine della famiglia Loglisci non hanno mai avuto a che fare con i fischietti. Invece credo che qualche donna della famiglia Niglio li aiutava a dipingere, perché a Picciano le vedevo girare con questi camici sporchi di colore. Li portavano tutte fiere, direi quasi con una certa vanità.

Mio Padre ha iniziato a portarmi a Picciano che avevo 4-5-6 anni. E ricordo che ci siamo andati fino al ‘71-72, sarà una quarantina d’anni che abbiamo smesso. Adesso hanno aperto la strada asfaltata e c’è gente che ci va tutto l’anno. C’è un nostro discepolo che si chiama come noi, Loglisci,
[2] che continua portare li i fischietti ed a venderli per tutto il mese di maggio e poi durante altre feste ad Agosto. Però non si vendono più tutti i fischietti che si vendevano una volta. E molti dei visitatori non li conoscono proprio i fischietti.”

Gradatamente le Cola Cola hanno conquistato altri tipi di mercato. Durante gli anni ’70 e ’80 – parallelamente alla rinascita dell’interesse verso l’arte e le tradizioni popolari – si è sempre più affermata la fama dei fratelli Loglisci.
“Inizialmente i fischietti si vendevano solo alle feste di Picciano. Poi, piano, piano, il passa parola ha fatto si che sempre più gente ha iniziato a venire a Gravina cercando i fischietti. E venivano a cercarci a casa nostra da tutti i paesi, poi da tutta Italia e anche dall’estero.
Dopo gli anni ’60 abbiamo sfondato un po’. Dobbiamo dire grazie a giornalisti, scrittori, fotografi che si sono interessati al nostro lavoro. Ad alcuni di loro dobbiamo moltissimo, e spesso sono diventati anche degli amici.
[3]
Negli ultimi decenni abbiamo vissuto di soddisfazioni. Persone importanti, istruite, si interessavano a noi e venivano a cercare i nostri pezzi. Una volta una troupe venne a cercarci per fare un servizio su di noi. Mia Madre spiegò che eravamo sulle Murge a raccogliere le mandorle. Loro erano quasi scandalizzati: ma come? I fratelli Loglisci che portano i sacchi di mandorle da soli? Si fecero spiegare come arrivarci, vennero su, e ci aiutarono a portare un sacco ciascuno!

Una volta chi comprava i nostri fischietti era gente semplice, del popolo. Era gente che aveva pochi soldi da spendere, eppure i nostri fischietti erano molto ricercati.
Ora è tutto il contrario: alle persone semplici – che ormai i soldi per comprarli li avrebbero - non interessano più i fischietti. Li comprano solo persone istruite, come professori e artisti.

Prima prendevamo anche ordinazioni di tanti grossisti che ci ordinavano dei fischietti. Ci è capitato di fare ordini di 200, 300, anche 1.000 Cola Cola. Anche se per me prendere le ordinazioni dei pezzi è come una condanna, perché poi sono obbligato a modellare certe cose e non posso fare quello che piace a me.
Gli stessi monaci di Picciano ci ordinavano dei fischietti per venderli ai pellegrini. Una volta il capo dei monaci del santuario ci ordinò 1.000 Cola Cola. I pezzi erano stati consegnati da mesi, ma i soldi del pagamento non arrivavano. Noi avevamo bisogno di questi soldi, così un giorno decidemmo di andarlo a cercare. Lo trovammo in chiesa che stava confessando i fedeli. Non potevamo aspettare che finisse, anche perché c’era una persona che ci aveva portati fin li in macchina. Così mi misi in fila con quelli che si dovevano confessare, ed arrivato il mio turno mi feci coraggio e gli parlai subito dei soldi. Dissi: Padre, avremmo bisogno che lei saldasse quel debito. Ma visto che c’ero mi sono anche confessato.”

L’origine della Cola Cola
In base ai ricordi di Beniamino ed alle testimonianze della sua famiglia, si può affermare con certezza che le Cola Cola siano state prodotte per lo meno da 3 le generazioni della famiglia Loglisci precedenti a quella di Vincenzo e Beniamino.
Tra i paesi delle Murge vi è poi una rivalità che ha origini antiche rispetto a quale centro abbia incominciato per primo la produzione di fischietti (anche a Matera di producono da generazioni i Cuccù, e Altamura aveva i suoi Bubbù), e Beniamino da parte sua rivendica la primogenitura di Gravina e della sua famiglia nell’avere dato origine a questa tradizione.
"Le radici della Cola Cola sono a Gravina, e in particolare nella famiglia Loglisci. Noi siamo stati i primi, è stato un nostro brevetto. Non sono sicuro chi della famiglia ha iniziato a farli. Posso dire con sicurezza che li producevano mio Padre e mio Nonno, perché me lo ricordo. Però mio Padre mi parlava anche della produzione del mio Bisnonno. Diceva sempre che anche lui si dedicava a fare queste cose qui. E quindi sono almeno 4 generazioni.
A Gravina c’erano tanti fornaciai che facevano mattoni, recipienti e altre cose. Ma la Cola Cola non l’ha fatta mai nessuno, c’erano solo i fratelli Loglisci. Si, qualche fornaciaio ha provato a fare le Cola Cola, ma non in maniera continuativa.

Oggi nei paesi vicini c’è molta gente che fa la Cola Cola e pretende che sia nata ad Altamura, Matera, eccetera. Mio fratello si arrabbiava per queste bugie, ma io gli dicevo: non ti arrabbiare, tanto noi dobbiamo morire, meglio che gli altri imparano! La cosa che mi da fastidio è quando vedo fare la Cola Cola con dei colori strani. La Cola Cola deve avere i colori tradizionali!

Il nome della Cola Cola ha una origine strana. Nel dialetto di Gravina chiamiamo cola cola la gazza ladra, e i nostri antenati le dettero questo nome. Ma la Cola Cola che facciamo noi non ha niente a che vedere con il canto della gazza, assomiglia più al cuculo, che fa cucù, cucù. Però ormai il nome è tradizionale e noi non lo possiamo più cambiare."

Tra fischietti popolari, “stranezze” e sculture
I fratelli Loglisci hanno sempre continuato a riprodurre in maniera fedele, pur all’interno di un repertorio più ampio, gli stessi modelli di fischietti che gli erano stati insegnati dal Padre. E’ ragionevole pensare che queste tipologie di fischietti siano state riprodotte sin dalla metà del XIX secolo senza variazioni significative, se si eccettua l’aggiunta di un piedistallo (anche qui si tratta di una conseguenza della trasformazione da oggetto destinato a durare pochi giorni a pezzo da collezionare).

"I soggetti più tradizionali, quelli che portavamo a Picciano, erano: la Cola Cola classica[4] e fatta in tante altre forme, e poi il gallo, l’uccellino, il carabiniere, la trombetta semplice o arrotolata.
La Cola Cola era un giocattolo per bambini, che si metteva in tasca. Quindi all’epoca la facevamo senza il piedistallo, altrimenti in tasca non c’entrava. Anche il carabiniere allora era senza piedistallo. Ora ci sono di nuovo richieste di Cola Cola senza piedistallo, perché è un modello antico.
[5]

In tanti mi chiedono dei pezzi di Nonno o di Papà, ma non ne è rimasto nessuno. Non pensavamo che avrebbero avuto un valore, che un domani li avrebbero cercati. Quando è scomparso mio fratello Vincenzo, invece, volevo che mi rimanesse qualche suo ricordo. Ho preso 20 pezzi suoi e li ho messi da parte in uno scatolone. Un suo pezzo grande è nella sala che utilizziamo per l’esposizione dei pezzi in vendita. In molti lo vorrebbero comprare, e insistono spesso. Ma non è in vendita.

Come avvenuto per altri autori di fischietti, negli ultimi decenni, le richieste da parte di collezionisti e cultori di arte popolare hanno spinto i fratelli Loglisci ad aggiungere nuovi modelli alla loro produzione tradizionale.
Entrambi si sono dedicati a pezzi di grandi dimensioni, a volte anche molto barocchi e ricchi di soggetti e forme decorative Sopratutto Beniamino ha poi dato inizio ad una produzione di sculture in terracotta spesso senza il modulo sonoro. I soggetti di queste sculture sono di vario tipo: satirici, zoomorfi, riproducenti monumenti di Gravina e mestieri tradizionali, e così via.
L’estro artistico di Beniamino ha poi dato origine ad una serie di soggetti sempre nuovi e bizzarri – spesso animali fantastici - identificati nella famiglia Loglisci come “le stranezze”.

“I fischiettii grandi-grandi li abbiamo iniziati solo negli anni ’60. La maggior parte erano fischietti piccolini, ma quelli di medie dimensioni li abbiamo sempre fatti.
Una delle “stranezze” di Beniamino (foto T. Festa)
Vincenzo probabilmente era più bravo di me a fare le Cola Cola classiche, ma non era molto portato per le sculture.”

Non si può in fine non citare una produzione di cui i fratelli Loglisci hanno sempre parlato con molta discrezione, ma che rientra a pieno titolo tra i filoni più autentici dell’arte popolare: quella dei soggetti erotici – fischianti e non.

Nostro padre Giuseppe
Beniamino parla del padre Giuseppe,[6] - il maestro dal quale lui e suo Fratello hanno imparato sin da piccolissimi a modellare la creta - con affetto che sconfina nella devozione.
“Papà era più bravo di me e mio fratello a fare i fischietti. Ed in fondo è una cosa normale, perché veniamo da lui. E’ lui che ci ha insegnato tutto. Può succedere ad un allievo di superare il maestro, ma credo che noi non ci siamo mai arrivati.
Oltre a fare i fischietti, mio Padre ha fatto tanti tipi di lavori. Però la Cola Cola non l’ha mai abbandonata, faceva tutte e due le cose.
Da giovane, quando si sposò, aveva uno studio fotografico. E’ stato il primo ad aprire uno studio fotografico a Gravina. Era anche decoratore, a differenza di me e mio Fratello che siamo stati semplici imbianchini. Faceva anche un po’ di lavori umili, tipo quelli che abbiamo sempre fatto anche noi.
Poi durante la guerra del 15-18 fu richiamato nell'esercito, e si fermò sotto le armi per 3 anni. In sua assenza non avevamo soldi, e mia Madre per disperazione si vendette tutti i macchinari da fotografo. Quando tornò dalla guerra aveva una gamba e un braccio rotti. E c'è da dire che
anche tornando dalla guerra in quelle condizioni non ha goduto mai di una pensione. Sono cose incredibili!

Tornato dalla guerra mio Padre ricominciò a fare i fischietti. Aveva una ferita alla gamba che non è mai guarita, faceva avanti e indietro dall’ospedale perché spesso si infettava. E poi aveva un braccio piegato, ma piano piano qualcosa riusciva a fare.

Quando ho iniziato a fare i fischietti avrò avuto 6-7 anni. Succedeva molte volte che andavo a disturbare mio Padre mentre lavorava e gli dicevo: “Papà, questo non fischia”. Io mi innervosivo quando non riuscivo a fare le cose, e mio Padre mi spiegava che le cose si fanno piano piano, non puoi imparare tutto in un giorno. E diceva: “vedrai che piano piano farai anche tu come me”. Ed infatti...”.

I mille mestieri delle Murge
Per buona parte della vita dei fratelli Loglisci, la vendita dei fischietti ha rappresentato solo uno dei tanti espedienti con cui la loro non agiata famiglia riusciva a tirare avanti. Vincenzo e Beniamino non si sono certo risparmiati nell’inventarsi mestieri ed stratagemmi di sopravvivenza. Per tirare avanti potevano contare solo sulla loro abilità manuale e sulle risorse offerte dalle Murge, un territorio con cui hanno sempre avuto un attaccamento viscerale.



"Con i fischietti non ci vivevamo. E quindi per guadagnare qualcosa abbiamo fatto i fungaroli, i boscaioli, persino i tombaroli “alla clandestina”. Siamo stati anche emigranti in Germania e imbianchini per il Comune: per 10 anni abbiamo imbiancato tutte le scuole di Gravina.
Ma non è che abbandonavamo il lavoro dei fischietti. Magari andavamo a fare questi lavori fino alle 11 o le 12. E poi venivamo al laboratorio a lavorare.

Da quando avevo 5 o 6 anno sono andato con mio fratello sulla Murgia. Abbiamo fatto i fungaioli, abbiamo raccolto il carbone, la carbonella, la legna. Abbiamo fatto le lumache, la cicoriella, la cicoria. Facevamo tutti questi lavori umili.
Quando andavamo a fare i funghi sai quante volte dicevo a mio Fratello: “Vincenzo, ti do 50 lire, 100 lire, se porti tu i miei funghi a casa.” Quando dovevo rincasare mi vergognavo a passare dal paese con questi funghi sulle spalle, perché molta gente ci guardava male. Come se fossimo dei vagabondi, come se avessimo fatto qualche furto. Io a vedere questa gente che mi guardava così mi vergognavo, e allora davo i funghi a mio Fratello. Mio fratello invece niente, la vergogna non la conosceva proprio, e si prendeva i miei funghi. Anzi era orgoglioso, perché portava più funghi: i miei e i suoi.
La raccolta dei funghi abbiamo continuato a farla sempre. Anche quando economicamente non era più necessario. Fino a 2 o 3 anni fa ci sono sempre andato: perché sono un trovatore di funghi. E mi piace anche mangiarli.

Sono stato anche agricoltore. Per oltre 20 anni ho curato un mandorleto sulle Murge appartenente a una persona ricca del paese. Tutto è iniziato quando per caso passai vicino a questo terreno e notai che non era curato. Era già stagione di raccolta eppure i frutti erano sugli alberi e si sarebbero presto guastati. Allora mi informai su chi era il proprietario e alla fine riuscii a rintracciarlo. Gli proposi di fare il mezzadro per lui, occupandomi di tutti i lavori agricoli per poi dividere il ricavato. Lui mi rispose che non gli interessava, che potevo sfruttare il terreno e che non gli avrei dovuto dare nulla in cambio. Gli chiesi di darmi un documento scritto, perché non volevo rischiare di passare qualche guaio: chiunque avrebbe potuto scambiarmi per un abusivo! Lui inizialmente non voleva sentirne di mettere qualcosa per iscritto. Lo ringraziai e me ne stavo già andando quando mi richiamò perché aveva cambiato idea. Venne fuori che era un mio ammiratore, così lo pagavo in fischietti. Nel senso che ogni tanto gli portavo dei miei pezzi. Non ero costretto, lui effettivamente non voleva nulla. Ma preferivo così.

Oggi la Murgia è stata tutta devastata, spietrata. L’hanno distrutta per i soldi: nel 1948 hanno iniziato a spietrare perché i contadini ricevevano dei soldi per ogni ettaro di terreno reso coltivabile. Dovevano seminare il grano, ma non è stato mai fatto. Magari facevano finta di seminare per un anno in modo da prendere i soldi e poi abbandonavano tutto. E non ci sono neanche più i pascoli perché gli animali non hanno più niente da mangiare.
La verità e che prima c’era un ricavo dalle Murge: c’erano dei pascoli, le pecore, le mucche. E poi si potevano fare i funghi.
Infatti era consuetudine da queste parti che quando si aveva un debito e il debitore ti chiedeva: “Beniamino, quando è che vieni a saldare?” E il debitore rispondeva: “Quando viene la stagione dei funghi.”
Adesso che le hanno distrutte, le Murge non servono più a niente.

Quando ero giovane e andavo a fare i funghi coglievamo 10, 15, 20 Kg in un giorno. Adesso non c’è più niente: per fare 1 - 2 kg devi girare tutte le Murge. E devi essere anche una persona esperta, che conosce bene i posti. Se va uno che non capisce niente non trova neanche un fungo.
E quelli che vanno alla Murgia oggi sono tutti dottori, ingegneri, avvocati. Invece quando andavamo noi era come andare a rubare, perché era un lavoro troppo umile. Vedi il mondo come si è capovolto!”


La Germania
Beniamino ha vissuto anche una lunga esperienza di lavoro come emigrante in Germania. Durante gli anni ‘60 la sua presenza a Gravina è stata molto saltuaria, e buona parte del lavoro di produzione dei fischietti è stato portato avanti dal fratello Vincenzo.

“Ho lavorato per più di 10 anni in Germania. Per andarci, io e mio Fratello dovemmo fare una selezione. La prima volta siamo andati a Bari a passare una prima visita. Dopo un mese ci hanno chiamati a Napoli, dove ci siamo fermati per 3 giorni. Non c’erano dottori italiani, ma tedeschi. Ti facevano una visita dai piedi alla testa, e quando trovavano una minima sciocchezza dicevano: “Questo qui non può partire”. Solo da Gravina eravamo un gruppo di 115 persone, e soltanto in 12 siamo riusciti a partire per la Germania.
Per noi tutto è andato bene, e nel 1960 siamo partiti. Mio fratello è stato poco tempo in Germania: sarà venuto 10 volte ma faceva 1 settimana- 2 settimane di lavoro e poi tornava a casa. Ma io mi sono fermato 10 anni. Però il lavoro della Cola Cola non lo abbiamo mai abbandonato. Io pensavo a guadagnare qualcosa in Germania, e mio Fratello stava sempre qui per non abbandonare il lavoro.

Nel 1960, il primo lavoro è stato in una fornace che faceva le tegole, i mattoni, tutto materiale da costruzione. Poi quando è finito il contratto me ne sono andato, perché mi facevano lavorare sempre all'esterno, alla scavatrice. Prendevo sempre la pioggia, la neve, il vento. Invece prima di partire da Napoli avevo firmato un contratto che diceva che dovevo lavorare dentro la fabbrica. Quando lo dissi capo lui rispose: “e chi ci metto a lavorare fuori?” “ E proprio a me ci metti?” Così ho rotto il contratto.
Poi sono stato a Colonia per un anno. A Stoccarda mi sono fermato per 6 anni lavorando presso la Mercedes. Era un lavoro abbastanza leggero rispetto alle altre cose che ho fatto, ma molto pericoloso. Si trattava di sostituire le lampade fulminate della fabbrica. Bisogna tenere presente che la Mercedes era una fabbrica così grande che per i primi anni mi serviva una cartina per orientarmi. E quindi c’erano tutti i giorni delle lampade da sostituire. Il pericolo stava nel fatto che per sostituire le lampade non si poteva staccare la luce, altrimenti si sarebbe fermata la produzione. Dopo un po’ si fidavano di me al punto da farmi capo squadra, con 5 o 6 operai alle mie dipendenze. Erano soprattutto italiani, turchi, spagnoli. Capirsi con tutte queste lingue e spiegare come andava fatto il lavoro era sempre un’impresa. E gli operai cambiavano molto spesso, perché si rendevano conto che il lavoro era pericoloso. Ed allora mi toccava ricominciare tutto da capo e spiegare il lavoro ai nuovi arrivati.

Sono sempre stato curioso di conoscere il tedesco. Chiedevo sempre che mi spiegassero il significato delle nuove parole. E infatti dopo 10 anni da emigrato parlavo il tedesco come l’italiano, che nel mio caso vuol dire che lo parlavo male, perché anche in italiano faccio molti errori. Però mi facevo capire bene. Invece c’era gente che anche dopo 20 anni in Germania non riusciva a comunicare. E spesso capitava che mi chiedessero di fare da interprete per dire qualcosa al padrone.”

Le mie cazzate
Beniamino mostra una notevole dose di autoironia quando ci racconta di alcuni errori del suo passato, dovuti alle intemperanze giovanili ed alla testardaggine.

“Ho sempre voluto lavorare, la scuola per me era un inferno. E poi era necessario che guadagnassi qualcosa per aiutare i genitori, quindi di scuola ne ho fatta davvero poca.
Se ho imparato qualcosa devo dire grazie al servizio militare, perché ho fatto 7-8 mesi di scuole serali quando ero sotto le armi. Il militare l’ho fatto nel ’51 a Palermo e poi a Udine, in totale 18 mesi.
Sono arrivato che non sapevo fare neanche la mia firma. Poi mi hanno detto che dovevo imparare a leggere e scrivere, altrimenti non mi davano la libera uscita e dovevo pulire i bagni tutti i giorni.
Se non fosse stato per le punizioni non mi sarei mai convinto. Inizialmente facevo addirittura dei disegni pornografici sul quaderno per farmi cacciare via dalla classe! Ma ora devo dire: per fortuna che ho fatto il militare!
Per fare cazzate mi sono congedato dal servizio militare con molti mesi di ritardo. Mesi che ho passato in galera: una volta mi hanno dato un mese, una volta 20 giorni, una volta 25…Parliamo della camera di sicurezza, non della semplice consegna, che è il divieto di uscire dalla caserma. Mi lasciavano in questa cella che aveva solo un letto di legno e un cuscino di legno inchiodato. Dentro è tutto scuro, e ci stai da solo. Entri nella cella e ti chiudono la porta dietro, e tu devi cercare il letto a tentoni.

Ho provato anche le prigioni civili, che erano più o meno simili. Ci sono stato sempre per causa di cazzate. Una volta ad esempio è stato per una lite.
La prima volta che ho conosciuto una camera di sicurezza stavo aspettando la cartolina per partire militare. Arriva una cartolina dei carabinieri e pensavo che fosse quella. Invece quando mi presento da loro mi mettono in camera di sicurezza. E io che chiedevo: “Ma almeno posso sapere che ho fatto, di che si tratta?” Alla fine viene fuori che si trattava di una multa non pagata per un magazzino che avevamo ad Altamura tra il '48 ed il '50. Dovevamo pagare 5.000 lire, e si trattava di una bella cifra per noi, dato che allora un operaio ne guadagnava 4-500 al giorno. Comunque non avevamo una somma simile, così mia Madre andò in giro a chiedere aiuto ai conoscenti per mettere insieme i soldi.

Ma ora basta parlare di queste cose. Alla gente forse interessa più dei miei fischietti che delle cazzate che ho fatto nella vita!”

La creta nel sangue
Anche oggi che è un uomo anziano, Beniamino mostra di avere un attaccamento istintivo e viscerale a quelle che sono le passioni che ha coltivato per una vita: modellare la creta e girare in lungo e in largo le sue Murge.
“Anche se un giorno io non vengo qui al laboratorio il mio pensiero sta sempre qui. Ma non vengo qui perché voglio guadagnare: ci verrei anche se non guadagnassi niente. Mi sento il lavoro proprio nel sangue. La domenica quando non lavoro e sto a casa le ore non mi passano mai.
Lo stesso mi succede per la raccolta dei funghi: stare lontano dalle Murge mi fa star male. E' l'accanimento di quando una cosa l’hai fatta da bambino e allora ti piace.

E poi usare la creta per me non è solo un lavoro ma una mania, un’esigenza fisica. Quando ero sotto le armi come artigliere un giorno stavamo facendo una esercitazione all’aperto con un cannone. Finsi di dovermi allontanare per andare al bagno, ma in realtà avevo notato che c’era della terra argillosa che si poteva lavorare. Modellai con questa terra trovata sul posto un cannone e lo portai agli altri soldati. Ero timoroso, non sapevo come avrebbero reagito, se sarei stato punito. In realtà furono tutti molto divertiti. Il mio sergente volle assolutamente conservare il mio cannone.

Quando ero alla miniera in Germania, invece, utilizzavamo un monta carichi per mandare su la merce ai clienti. A volte insieme alla merce mandavo su dei falli di creta modellati da me. E i miei colleghi su non capivano mai da dove venissero questi falli. Anche se dopo un po’ mi sa che hanno capito che venivano dall’Italia!”

Oggi le Cola Cola possono essere considerate forse il simbolo più riconoscibile del fischietto popolare,[7] e i Loglisci sono tra i pochissimi autori a non poter mancare in nessuna collezione, mostra, pubblicazione sui fischietti. Ma il mondo della ceramica sonora sta loro stretto, dato che Vincenzo e Beniamino hanno esposto i loro pezzi in gallerie d’arte importanti e sono oggi considerati artisti naif di grande sensibilità ed espressività.

NOTE
[1] P. Piangerelli (cur.), La Terra, il Fuoco, L’Acqua, il Soffio – la collezione dei fischietti di terracotta del Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari, Edizioni De Luca 1994. Il testo cita le ricerche in tal senso del Prof. Enzo Spera e di A. Caudela.
[2] Raffaele Loglisci vive e costruisce i suoi fischietti a Gravina. Hanno imparato a modellare Cola Cola dai fratelli Loglisci anche Michele Colonna, un nipote che tuttavia ha attualmente smesso la produzione, ed Antonio Seidita, che tuttora frequenta il laboratorio di Beniamino.
[3] Probabilmente la prima mostra di cui i fratelli Loglisci furono protagonisti grazie al fotografo e ricercatore di tradizioni popolari Carlo Garzia fu “I Grandi Esclusi - ”, tenutasi nel 1978 presso la Pinacoteca Provinciale di Bari.
[4] A quanto afferma Beniamino, la Cola Cola classica rappresenterebbe non un gallo, ma una gallina.
[5] In effetti in questo tipo di Cola Cola il piedistallo era sostituito da un capezzolo che facilitava l’impugnatura del fischietto.
[6] 1890-1964
[7] Il più importante museo dedicato ai fischietti, il Museo dei Cuchi di Cesuna (Vicenza) ha adottato il Cola Cola come proprio logo; la Camnera di Commercio di Bari lo ha utilizzato come esempio di prodottodi eccellenza dell’artigianato pugliese, così via.


FOTO

1. Beniamino Loglisci nella sua casa (foto T. Festa)

2. Cola Cola classici (foto M. Trulli)
3. Beniamino modella una Cola Cola (foto M. Trulli)
4. Pennelli autocostruiti (foto O. Chieco)
5. Forme di fischietti antiche: Cola Cola con "capezzolo", uccello, carabiniere, gallo, tromba (foto M. Trulli)
6. Grande Cola Cola di Vincenzo (foto T. Festa)
7. Cola Cola ancora da dipingere (foto M. Trulli)
8. Scultura a tema erotico (foto M. Trulli )



I testi sono di Massimiliano Trulli massitrulli@gmail.com, vietata la riproduzione

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