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venerdì 23 marzo 2012

Idelmo Fecchio, el Vecio delle Ocarine - Omaggio per il 102° compleanno

Memorie e suoni di terra
Conversazioni con i maestri artigiani costruttori di fischietti in terracotta

I fischietti del Delta del Po potrebbero essere considerati la quintessenza del fischietto popolare. Nella civiltà rurale che caratterizzava fino a 45-50 anni fa questa zona del Veneto, non erano solo gli artigiani a realizzare questi oggetti, come avveniva un po’ in tutte le regioni d’Italia e nel mondo. Data la disponibilità di materia prima, erano anche le persone comuni, spesso i bambini, a improvvisarsi costruttori di fischietti.

A spiegarcelo sono Benvenuto e Giuseppina, che oltre ad essere i gestori della fattoria didattica “L’Ocarina” di Grillara, nel Polesine, sono rispettivamente figlio e nuora di Idelmo Fecchio, che dall’alto dei suoi 102 anni è senza dubbio il costruttore di fischietti più anziano ancora attivo nel nostro Paese.

Benvenuto: “Qua è una zona dove l’argilla non manca: nelle Golene del Po ed in queste campagne la terra è tutta argillosa. E allora i bambini, i ragazzi oppure anche gli adulti vedevano nelle fiere questi fischietti - che all’epoca erano uno dei divertimenti più ricercati - e poi cercavano di imitarli col fango. Andavano nelle campagne, oppure lungo i fiumi, prendevano le argille e poi le lavoravano. Facevano dei lavoretti spontane, e qualcuno un po’ più abile riusciva a far suonare il fischietto o a costruire qualche ocarinetta così, senza pretese.

Giuseppina: “Quando giriamo con i nostri pezzi da queste parti, ancora oggi troviamo tante persone che dicono: “anche io facevo l’ocarina”.

Benvenuto: “Ad esempio qui nella fattoria didattica è esposto un fischiettino fatto da un personaggio di queste parti, che mi ha raccontato la storia di come imparò a farli un giorno che c’era il temporale. Perché qui vengono dei grossi temporali, e una volta non c’era altra alternativa che rimanere chiusi in famiglia. E allora un vecchio lo chiamò nella stalla e gli disse: “Vieni qua con mi, che ti insegno a fare una bella robina”. E gli ha insegnò a fare i fischietti.

E di queste storie ce ne sono tantissime: sono storie semplici, di una produzione spontanea. Non sono storie di bottega, di una tradizione ceramica vera e propria o di forme ricercate.”

Oltre al fischietto, un altro oggetto profondamente legato alle tradizione del territorio è l’ocarina politonale ed in grado di produrre una vera e propria melodia. A questo proposito è bene fare da subito una precisazione sul significato attribuito da queste parti al termine ocarina.

Benvenuto: “Nel nostro dialetto “ocarina” può riferirsi all’ocarina vera e propria, allo strumento, ma anche al fischietto, e persino ai piccoli giocattoli improvvisati di argilla. Ocarina è insomma tutto quello che si fa col fango.”

Al di là di questi passatempi fabbricati da bambini e adulti, la tradizione della terracotta nel Delta del Po è legata soprattutto alla produzione di mattoni per l’edilizia.

Benvenuto: “Da queste parti non c’è mai stata una tradizione di botteghe di ceramica vera e propria. La nostra era una tradizione un po’ povera: c’erano tantissime fornaci che facevano i mattoni. Questo perché c’era la materia prima, ma anche il sistema di trasporto: fino ai primi del ‘900 per il trasporto dei mattoni si usavano le barche. Era molto più pratico che portarli con muli o cavalli. Partendo da qua si poteva far arrivare la merce fin sopra Treviso grazie a vari sistemi idraulici fatti di sbalzi e chiuse.”

L’apprendistato nelle fornaci: rubando il mestiere con gli occhi

In una di queste fabbriche di laterizi Idelmo Fecchio iniziò 90 anni fa o giù di lì a produrre le sue ocarine. Frequentava le fornaci fin da bambino, prima perché ci lavorava sua madre e poi - appena diventato adolescente - perché aveva cominciato a lavorarci lui stesso. E fu così che osservando quello che facevano gli artigiani esperti, imparò anche lui come si fa a far fischiare la terra.

Ci raccontano di questi suoi esordi Idelmo stesso e la sua famiglia.

Idelmo: “Le prime cose le ho fatte che avevo 10-12 anni; facevo queste colombine. Poi a 14 anni, nel 1924, lavoravo nella fornace di mattoni e ho iniziato a fare le prime ocarine. Non c’era molto da mangiare, e io mi adattavo a fare anche questi lavori. Le copiavo dagli altri. Oppure ne compravo una nelle fiere, per 50 centesimi, e poi la ricopiavo. E un po’ alla volta ho imparato”.

Giuseppina: “Praticamente ha imparato perché tanti anni fa nelle feste paesane c’erano questi fischietti, queste ocarine. E lui ne era innamorato, ma non poteva comprarle perché non aveva soldi. Era di una famiglia poverissima; tra l’altro suo Papà era morto giovanissimo. E visto che sua Mamma lavorava in una fornace dove facevano i mattoni, lui andava lì e piano piano ha iniziato a fare delle ocarine. E da li gli è presa la passione e non ha mai smesso.”

Benvenuto: “Iniziò a lavorare anche lui in una fornace. E durante le pause o durante l’attesa del forno lui faceva questi lavoretti. Perché la fornace dei mattoni andava avanti a cuocere anche dei giorni, e allora qualcuno ingannava il tempo durante la veglia facendo queste cose.”

La produzione di fischietti e ocarine nel Delta del Pò

E il racconto a più voci continua. La famiglia Fecchio ci descrive la modalità di lavorazione dei fischietti e delle ocarine ai tempi in cui Idelmo era giovane. Le modalità di approvvigionamento della materia prima tra gli scarti della fornace o sul greto del fiume, la cottura del tutto assente o solo approssimativa tra le braci del focolare domestico, la decorazione per nulla ricercata, sono tutti elementi che ci confermano di come si trattasse di una produzione particolarmente povera e realizzata con mezzi precari.

Idelmo: “Gli strumenti per lavorare me li facevo da solo, e per fare un’ocarina ci mettevo anche due ore. Bisogna intonarle e ci vuole il suo tempo. L’argilla la prendevo dove lavoravo, dove facevamo i mattoni.”

Giuseppina: “Oppure la terra l’andava a prendere proprio sulle Golene, dove l’argilla non mancava.

Quella delle ocarine era la sua passione sin da bambino, ma non faceva solo quelle. Ha sempre avuto molta abilità manuale, faceva anche i cesti, le culle, eccetera.”

Benvenuto: “Per fare le ocarine si possono usare anche stampi, ma dalle nostra parti si è sempre fatto tutto a mano. Si usano solamente dei pezzettini di legno come contro-stampo. Ci sono dei coni ben definiti come misure, per avere la scala giusta. Poi ognuna è sempre un po’ diversa dall’altra di qualche mezzo tono, perché è sempre un prodotto artigianale.

Non è che i pezzi fossero sempre cotti. Visto che erano lavoretti spontanei, spesso venivano adoperati anche crudi. Magari si lasciavano essiccare e si dava solo una mano di colore. I più fortunati riuscivano a fare le cotture perchè avevano qualche parente che aveva una fornace, oppure che ci lavorava. Oppure si cuocevano nelle cucine di casa, proprio nel braciere della cucina.

Anche mio Papà ha il forno solo dagli anni ’80, ma prima cuoceva i pezzi nel forno della cucina. E ogni tanto, quando qualcuno di noi andava a muovere le braci e magari rompeva un’ocarina o un fischietto, allora era un disastro, si apriva un grande conflitto in famiglia!”

Idelmo: “Quando facevamo le infornate mettevo dentro anche un po’ di ocarine. Poi gli davo il colore rosso e le vendevo.”

Benvenuto: “Di solito i pezzi erano colorati a tinta unita, con il rosso o il blu, non erano fischietti molto variopinti. E si usavano delle comuni vernici, non si adoperavano colori a fuoco.”

Anche le modalità di vendita erano caratterizzate più da spontaneità e improvvisazione che da una sistematica organizzazione commerciale; d’altronde la produzione riguardava un numero di pezzi molto limitato, che veniva venduto direttamente ai clienti presso i luoghi di ritrovo di paese. Altre volte si utilizzavano degli intermediari, come quei barcari che commercializzavano i mattoni delle fornaci. Inutile dire che i prezzi delle ocarine e dei fischietti erano irrisori.

Idelmo: “C’erano i barcari che caricavano il materiale. Io andavo da loro e si comperavano anche le ocarine.
Oppure le vendevo all’osteria. E qualcuno veniva a cercarle anche qui in casa. Ne davo via 7-8 alla volta, non di più. E magari ci ricavavo 20-30 centesimi. Perché di soldi non ce n’erano molti. Per un kg di pane ne dovevo vendere 4 o 5 di ocarine, perché allora il pane costava 1 lira. Però era pane buono, non come quello di adesso. E le persone avevano più rispetto, mica come adesso.”

Benvenuto: “Le ocarine che riusciva a fare le vendeva, ma non con una bottega. Qualcuno ricorda ancora Idelmo che prendeva su la sua cassettina e le andava a vendere. Si fermava in osteria, o le faceva vedere ai bambini, e così via.

Era un personaggio! Anche durante la processione si metteva lì a suonare e qualcosina vendeva, però mai delle grandi quantità.”

Giuseppina: “Aveva anche un carattere molto estroso, e questo lo aiutava per la vendita: si metteva lì e le suonava. E qualcuno diceva: “Idelmo, vendimi un’ocarina”. E lui gliela dava.”

In mancanza di prove documentali o ritrovamenti di fischietti antichi, non è facile indagare quali fossero le forme caratteristiche dei fischietti di queste parti.

Benvenuto: “Non è che da queste parti siano state tramandate alcune forme di fischietti in particolare. Per il fischietto sicuramente c’è sempre stata la forma di uccello, la colombina. D’altronde è tutto materiale di cui purtroppo non è rimasto niente. I pezzi non li cuocevano o erano mezzi cotti nella fornace di casa. Non erano cose a cui davano importanza, e sono andate perse. I pezzi più vecchi in circolazione sono quelli che ha fatto mio Papà nei primissimi anni ’70.

Per l’ocarina vera e propria la forma è sempre stata quella allungata, anche se mio Papà ha fatto anche qualche ocarina più schiacciata o qualche forma di animale.”

Idelmo: “Facevo le ocarine e anche queste altre: ochette, galletti. Di queste ne andavano via parecchie.”

Un personaggio bizzarro

La produzione di fischietti e ocarine ha accompagnato tutta la vita di Idelmo come una passione profonda ed incrollabile anche di fronte alla crisi di interesse verso questi oggetti che seguì la seconda guerra mondiale. Per alcuni decenni, e fino alla recente riscoperta e valorizzazione dei fischietti, rimase l’unico artigiano del Polesine a portare avanti caparbiamente questa tradizione. Dobbiamo quindi dire grazie a Idelmo se non è andato definitivamente perduto un importante patrimonio della cultura materiale di questo territorio e se oggi le istituzioni locali, come l’Ente Parco del Delta del Po, hanno potuto riprendere e valorizzare queste tradizioni produttive a fini turistici. A lungo, tuttavia, l’ostinazione di Idelmo nel proseguire una produzione ormai desueta e antieconomica gli ha valso la fama di personaggio eccentrico, quasi balordo.

Giuseppina: “Fino a 20 anni fa Idelmo era un po’ considerato un personaggio stravagante per la sua abitudine di mettersi lì a fare le ocarine. Quando ho conosciuto Benvenuto e ci siamo fidanzati, suo Papà era conosciuto in paese come il “nonno delle ocarine”. In dialetto mi dicevano: “Ah, te fà l'amore al fiolo del vecio dele ocarine!” E me lo dicevano un po’ sotto intendendo che era un personaggio strano.”

Benvenuto: “Per la gente di qui era un po’ considerato un burlone, un perdigiorno: con tutto quello che c’è da fare in campagna tu perdi il tuo tempo a fare le ocarine? Fai qualcosa di meglio!
Non c’era la considerazione che abbiamo oggi per questo tipo di oggetti della nostra tradizione. Questa considerazione l’abbiamo conquistata passo dopo passo io e Giuseppina. Con il suo contributo ovviamente! Un po’ alla volta abbiamo creato interesse per questo ambiente magico!

Oggi i riconoscimenti attibuitigli da appassionati e cultori di arte popolare hanno riscattato in pieno il talento artistico di Idelmo: nel 1997 è stato segnalato dalla giuria della III rassegna Biennale Internazionale del fischietto in terracotta di Canove di Roana; nel 2007 è stato premiato per meriti artistici dall' Associazione Amici del Museo Dei Cuchi di Cesuna con diploma e medaglia d'argento; nel 2008 ha ricevuto il premio alla carriera della I Biennale Internazinale del Fishietto in terracotta città di Matera.

La Guerra di Idelmo

L’esperienza della seconda Guerra Mondiale e della prigionia in Germania hanno segnato profondamente Idelmo. Ma persino durante questo periodo così drammatico ha giocato un ruolo la sua passione per la produzione di terra che suona.

Benvenuto: “Durante la guerra è stato prigioniero dei tedeschi mentre era in Croazia. Con una marcia forzata furono portati in Germania e chiusi in un campo di prigionia.

Gli davano da mangiare veramente poco, e allora mangiavano erba, ortiche, tutto quello che cresceva in maniera spontanea. Alla fine della guerra è rincasato dalla Germania che pesava 35 kg, era veramente molto magro.

Idelmo: “In Germania mangiavamo foglie di pianta ed erba. C’erano delle piante alle quali non era rimasta neanche una foglia attaccata. Non dico per scherzo!”

Giuseppina “E’ rimasto molto scioccato dall’esperienza della guerra. Ne racconta sempre, e alcuni di questi racconti sono davvero tremendi.”

Benvenuto: “Erano impiegati nei lavori forzati, scavavano delle buche e riparavano le tubazioni. Durante un bombardamento lui prese un po’ di argilla da un cratere che avevano scavato e se la portò in baracca. E lì iniziò a fare qualcuno dei suoi prodotti.
Se ne accorse un ufficiale, e per un periodo di tempo lo sollevarono dalle altre occupazioni per fargli produrre queste cose. Per 4 mesi veniva trasferito col pullman in un'altra baracca dove gli facevano fare un po’ di ocarine, un po’ di fischietti. In cambio per 4 mesi ha mangiato un quartino di pane in più, e il lavoro era meno faticoso. A volte ricordando questo evento diceva che le ocarine gli avevano salvato la vita, forse anche per dare un po’ di colore!”

Due generazioni di “lavoratori del fango”

La produzione di fischietti nella famiglia Fecchio viene portata avanti con passione anche da Benvenuto e dalla moglie Giuseppina.

I fischietti di Benvenuto hanno un dono raro: attraverso un delicato equilibrio coniugano la raffinatezza formale del fischietto artistico con un impronta comunque tradizionale. Questa sua caratteristica lo ha portato peraltro a raccogliere riconoscimenti in concorsi importanti come la Biennale Internazionale del Fischietto di Canove di Roana.[1]

E’ poi doveroso sottolineare che Benvenuto realizza anche ocarine di eccellente qualità, e che sono state suonate da orchestre prestigiose.[2]

Benvenuto: “Io non mi definisco ceramista: mi definisco lavoratore del fango. Un ceramista è colui che ha una tradizione di bottega dove si fa la ceramica, ed ha proprio una cultura ceramica. Qui non ci sono queste tradizioni proprio di bottega, noi invece abbiamo la cultura del fango e dell’ambiente.

In maniera inconsapevole i fischietti li facevo fin da bambino, cercando di imitare quelli che faceva mio Padre.

Dopo, nell’età un po’ critica, diciamo dalle medie fino a 22 anni, è un mondo che mi è sfuggito dalle mani nella maniera più assoluta. Ma a partire dai primissimi anni ’80 mi è tornata questa voglia di fare attraverso l’argilla. E’ stata una esigenza molto forte, non so da dove sia nata.

Mi hanno spinto molto le prime uscite che facevo per portare in mostra i prodotti di mio Padre. Ormai cominciava a diventare anziano, e non poteva più girare da solo con il motorino, così andavamo insieme in macchina. Sarà stato anche l’interesse che trovavamo con il banchetto, soprattutto delle persone anziane che si avvicinavano e dicevano: “finalmente qualcosa che mi ricorda quando ero bambino e facevo queste cose qui. Anche io le facevo, sai? Andavo lungo il fosso con i miei fratelli, impastavo l’argilla, e la facevo anche suonare.”

E vedere tutti questi occhi lucidi, queste emozioni della gente, mi ha fatto scoprire una dimensione che prima non conoscevo. E mi sono raffigurato in loro e sono andato avanti a fare queste cose.

Rispetto alle forme dei miei fischietti, inizialmente ho seguito un po’ le orme di mio Padre. Ma poi successivamente ho preso la mia strada. La differenza tra i prodotti miei ed anche di Giuseppina e quelli di mio Papà è che lui non si è mai confrontato con altri autori. Ha la sua visione, il suo stile. Io invece ho avuto la fortuna di vedere il Museo dei Cuchi di Cesuna, di conoscere Armando Scuto e gli altri collezionisti. Girando di quà e di là mi sono confrontato anche con altri costruttori di fischietti. Insomma vuoi o non vuoi, l’occhio vede e influenza le cose che fai. Ho sempre la mia mano, la mia linea, però sicuramente sono stato contagiato anche da un mix di ispirazioni.”

Deliziosi e onirici anche i fischietti di Giuseppina, spesso ispirati al mondo delle favole. E c’è qualche segnale per poter sperare che anche Chiara e Giada, le giovanissime figlie di questa coppia costituiscano la terza generazione a portare avanti la tradizione dei Fecchio.

Giuseppina: “Io ho iniziato a fare fischietti 20 anni fa, quando mi sono sposata con Benvenuto. Anche a e mi è presa proprio la passione per queste cose.

Delle nostre figlie una è ancora troppo piccola, l’altra ogni tanto si mette a fare queste cose, anche con la pittura. Però è ancora presto per dire se si tratterà di una cosa durevole.”

La fattoria didattica “L’Ocarina” di Grillara

Oggi Giuseppina e Benvenuto si dividono tra il lavoro della loro azienda agricola e l’impegno della fattoria didattica, che accoglie ogni anno centinaia di visitatori e li accompagna alla scoperta delle tradizioni del territorio del Delta del Po. Ovviamente le ocarine e i fischietti sono il pezzo forte di questi percorsi educativi. Alcune splendide bacheche in legno fatte da Benvenuto stesso mettono questi prodotti in mostra, mentre dei pannelli didattici ne illustrano la storia.[3] Ma soprattutto, bambini e adulti vengono invitati a impastare l’argilla con le proprie mani per sperimentare in prima persona come si fa a far fischiare la terra.

Giuseppina: “La nostra attività principale rimane l’azienda agricola. Abbiamo anche alberi da frutto. Insomma lavoriamo la terra in due maniere: abbiamo la nostra terra come contadini e poi abbiamo anche la terra per le ocarine!”

Benvenuto: “Anche mio Padre faceva attività didattica con alcune scuole che venivano qua. Gli facevamo fare una visita alla fattoria e poi facevano qualche fischietto ed ocarina. Era organizzato più alla buona, poi pian pianino abbiamo fatto il salto di qualità con i locali.

Dai primi anni del 2000 la fattoria didattica è entrata nel circuito dei luoghi di interesse culturale del Parco del Delta del Po. Abbiamo risistemato i locali, e grazie al sostegno del Parco abbiamo fatto dei pannelli didattici che servono a dare un filo logico al discorso.

Con le scolaresche abbiamo un buon riscontro, a livello locale ma non solo: vengono anche da altre regioni, dalle Marche a tutto il Nord Italia. La maggior parte sono scuole medie, ma vengono anche le elementari.

Saltuariamente vengono anche dalle superiori, ma sono più che altro gli istituti alberghieri, che si occupano di turismo e fanno visite guidate piuttosto che laboratori veri e propri.

E poi ci sono anche gli adulti: alcuni gruppi organizzati scelgono come opzione di visitare la fattoria didattica, e quindi una decina di gruppi all’anno vengono.”

Giuseppina: “Anche quando vengono gli adulti i laboratori riescono molto bene: spesso gli adulti conservano la passione per la loro terra e per il lavoro manuale, e si impegnano tanto. All’inizio eravamo un po’ imbarazzati quando arrivano gruppi di adulti. Ci chiedevamo: ed ora cosa gli facciamo fare? Poi alla fine gli facciamo fare più o meno le stesse cose dei piccoli, e gli danno molta soddisfazione! E poi vengono fuori un sacco di storie che ci raccontano sulle loro tradizioni.”

Ma l’impegno della famiglia Fecchio nella valorizzazione dei fischietti e delle ocarine tradizionali del loro territorio si esprime anche attraverso i banchetti di fischietti e ocarine allestiti di quando in quando durante le fiere e le sagre.

Benvenuto: “Ultimamente si sta riscoprendo il banchetto delle ocarine: stanno un po’ rievocando le sagre di una volta, e spesso ci chiamano per fare una dimostrazione di questo particolare mestiere. Ad esempio a Badia Polesine una volta si faceva la sagra dei cuchi. Quando l’hanno rispolverata ci hanno chiamati. A volte, magari, lavorando sul posto si crea il momento magico, l’atmosfera, e allora si vende un po’.

Per il resto non è che di ocarine e fischietti ne vendi tante. Qualcosa vendiamo durante le visite guidate, quando i visitatori prendono qualche ricordino del luogo. D’altronde non abbiamo una fabbrica, non saremmo in grado di stare dietro ad una richiesta di mercato molto più alta di quella attuale. E poi il fischietto è molto laborioso, porta via tanto tempo: quando lo si vende si prende qualcosa, ma è più un fatto di soddisfazione che di reale guadagno.”

Un secolo intero a far fischiare l’argilla

Idelmo, 102 anni in questi giorni, continua imperterrito a lavorare la creta ed a regalarci deliziosi fischietti ed ocarine. Non possiamo dire se il segreto della sua longevità sia proprio questa sua passione incrollabile per la terra sonora o piuttosto le amorevoli cure di Benvenuto, Giuseppina, e della moglie Romilda. Di certo possiamo dire che recentemente, dopo essere stato costretto a letto per quasi due mesi da un incidente, il suo primo pensiero appena alzatosi dal letto è stato quello di tornare a modellare i suoi amati prodotti.

Benvenuto: “Idelmo il 22 febbraio 2012, su consiglio del fisioterapista, da coricato sul letto piano piano l'abbiamo messo sulla sedia. Il suo primo desiderio da seduto è stato quello di andare al suo solito posto a tavola e di avere subito a disposizione un pezzo di terra per poter dargli il suono! Così gli ho procurato subito il materiale. Per me ha fatto un altro miracolo!”

Idelmo: “Lavoro tutti i giorni, a volte anche la domenica. Di fischietti ne ho una cassa piena. Per fortuna che ho una vista forte!”

Testi di Massimiliano Trulli massitrulli@gmail.com, vietata la riproduzione


NOTE

[1] In particolare durante le edizioni V e IX e X del concorso, tenutesi rispettivamente nel 2001, nel 2009 e nel 2011, la giuria ha attribuito riconoscimenti ai fischietti di Benvenuto.

[2] Tra i gruppi che hanno suonato in concerto le ocarine di Benvenuto Fecchio citiamo il Gruppo Ocarinistico Budriese diretto da Emiliano Bernagozzi e i Cavranera, ocarina solista Fabio Galliani.

[3] L’occasione per inaugurare questo nuovo allestimento è stata il 100° compleanno di Idelmo Fecchio. L’Associazione Anemos, Il Museo dei Cuchi, il Gruppo Cucari Veneti, e decine di artigiani e artisti del fischietto hanno voluto rendere omaggio al cucaro più anziano d’Italia donando una bella collezione di fischietti, il tutto di fronte a una grande folla festante.

FOTO

1. Idelmo Fecchio (foto Daniele Ferroni); 2. Fischietto di Idelmo Fecchio (collezione famiglia Fecchio); 3. Fischietto di Idelmo Fecchio (collezione M. Trulli); 4. Insegna della fattoria didattica (foto O. Chieco); 5. Fischietti di Idelmo Fecchio (collezione A. Scuto); 6. Fischietto Benvenuto Fecchio (collezione Famiglia Fecchio); 7. Foto Giuseppina Fecchio (collezione Famiglia Fecchio); 8. Bacheche costruite da Benvenuto Fecchio; 9. Benvenuto Fecchio al lavoro (foto M. Trulli).

domenica 19 febbraio 2012

I Cucù di Tommaso Niglio: la tradizione e l’arte



Memorie e Suoni di Terra - conversazioni con i maestri artigiani costruttori di fischietti in terracotta

Tommaso Niglio rappresenta da un certo punto di vista un enigma: artigiano o artista del fischietto in terracotta? Produttore tradizionale che ha perpetuato fino ai nostri giorni i classici cucù materani, o innovatore in grado di rinnovare profondamente questi poveri oggetti, dando loro dignità di opera d’arte? Probabilmente l’unica risposta possibile è che il Maestro Niglio sia tutte e due le cose insieme. E forse proprio questo ne fa un personaggio unico nel mondo della ceramica sonora.
Il Maestro ci riceve nella cucina di casa, da lui trasformata in laboratorio di cucù dopo la pensione. Non sembra avere ottant’anni abbondanti: non li dimostrano né il carattere gioviale e vivace, né le mani che continuano a modellare e decorare fischietti di grande raffinatezza.[1]

Il rapporto tra la famiglia Niglio è il mondo dei fischietti va avanti da almeno tre generazioni. Il Nonno e il Padre[2] di Tommaso li realizzavano e li vendevano per integrare il reddito dell’attività principale, quella di fornaciai. Parte proprio da qui il racconto del Maestro: “Noi Niglio il cuccù lo abbiamo nel sangue, modestamente, senza presunzione. A Matera c’erano delle fornaci che facevano i laterizi. Mio Padre e mio Nonno avevano una di queste fornaci di mattoni e tegole. Ma era un lavoro stagionale, che si faceva sopratutto d’estate. D’inverno non avevano cosa fare, non si poteva lavorare. Così per mangiare si facevano i frischitt!

La tradizione comincia con mio Nonno. Poi ha continuato mio Padre e poi ancora io e mio fratello. Io all’età di 7 anni facevo già questi fischietti. Sono stato il bastone della vecchiaia di mio Nonno. Papà se ne venne dalla Prima Guerra Mondiale rovinato, e come invalido di guerra ebbe un impiego da messo comunale. E allora ero io ad aiutare mio Nonno, che era invecchiato, a portare avanti il suo lavoro con i fischietti. Lui li faceva e li cuoceva in una fornacetta, ed io li pittavo. E poi li andavamo a vendere. Quindi mio Nonno è stato il mio maestro.”

Il Maestro Niglio – Masino come più modestamente ama farsi chiamare dagli amici – ci racconta poi quali fossero le forme tradizionali dei fischietti che ha imparato a modellare sin da bambino. Oggi i fischietti realizzati da Tommaso e da molti autori materni sono famosi per la ricchezza degli ornamenti e per il loro gusto un po’ barocco. Ma i fischietti della sua infanzia erano rustici ed essenziali: essendo oggetti destinati a finire nella mani di un bambino e a durare pochi giorni, erano privi persino del piedistallo. Le forme più comuni erano la trombetta dritta o arrotolata, il carabiniere nella versione a piedi ed a cavallo, la dama nota come pupetta, e soprattutto il cucù più classico, il gallo ornato da strisce blu, gialle, rosse e verdi su sfondo bianco.

“Il cuccù tradizionale era semplice, senza l’albero[1] e senza piede. Sotto ci si metteva come un capezzolo, affinché poggiandolo stava fermo e non rotolava. Spesso ci si metteva un nastrino bianco, la capisciola, che si legava attorno al collo della bambina o del bambino per evitare che andava per terra. A Gravina lo chiamano la cola cola, ad Altamura u bubbù, a Matera u cuccù, ma più o meno era lo stesso fischietto.

Noi sulla testa dell’uccello ci mettevamo delle specie di corna. E ancora oggi la maggioranza della gente vuole che lo faccia così, perché è più tradizionale.

Anche il fischietto del carabiniere è senz’altro una tradizione di Matera. Tanto che anni fa - io non ero nato ancora, è roba degli anni ’20 - mio Padre fu fermato da una pattuglia dei carabinieri mentre vendeva questi fischietti. La pattuglia vedendo questi carabinieri con il fischietto al sedere disse: Come si permette? Si accomodi in caserma! Il maresciallo di stazione conosceva la nostra tradizione, e allora disse alla pattuglia, che era fatta da giovani appuntati: potete andare. Rimasto solo con mio Padre gli disse: allora, Niglio, come la mettiamo? E mio Padre rispose: maresciallo, lo mettiamo alla Madonna ‘u fischietto, non l’amma mettere a ‘u carabiniere?“

La fornace dei cucù

I cucù tradizionali venivano modellati dalla famiglia Niglio quasi interamente a mano. L’uso degli stampi era molto limitato e riguardava esclusivamente i visi della pupa e del carabinirere.[2] Poi venivano cotti in piccole fornaci costruite ad hoc: “La fornace della mia famiglia era a via La Croce. Tutta quella zona a cominciare dall’ex passaggio a livello, da via XX Settembre, fin qui, era tutta argillosa. E allora c’erano 5 o 6 fornaci di mattoni laterizi, tra cui i Niglio e i Morelli.

La fornace per i fischietti però la facevamo noi, con le mani nostre. Perché la fornace dei mattoni era grandissima, e per cuocerla ci volevano 24 ore di fuoco. Mentre la fornace per questa roba era piccolina come il forno di una cucina. Si faceva una piccola vasca e si creava la volta di questo forno.

Per alimentarla utilizzavamo i ceppi di macchia, la macchia mediterranea. Perché il ceppo fa la brace, ma non fa la fiamma. La fiamma li faceva rompere, mentre la brace faceva lo sfumo: se c’è umidità dentro, la fa andare via. Dopo che i fischietti diventavano neri come il carbone allora ci si metteva la paglia. E si coceva questa paglia. E diventavano rossi come quando il ferro si fonde e diventa rovente.
Si arrivava a 750 gradi, quindi i fischietti erano mezzi crudi. Se pure ci riuscivi ad arrivare a quella temperatura, perché poi dipendeva dal clima. Se era scirocco coceva avanti. Se era tramontana coceva dietro.

Una volta mio fratello mise dei cucù nel forno moderno. Noi eravamo abituati che mettevamo il ferro filato nei fischietti. Ma oltre i 900 gradi si bruciarono tutte le parti di metallo, e quando tirò fuori i fischietti i pezzi legati con il metallo erano tutti caduti.”

In una fase successiva, quando ormai la fornace di laterizi della famiglia era stata dismessa, i fischietti venivano cotti da Tommaso e suo fratello Giuseppe all’interno della grotta di via Pennino, da loro usata come deposito di materiale per la loro attività di decoratori. Qui i due fratelli si erano costruiti una fornace fatta di mattoni refrattari tenuti insieme da un impasto di argilla e paglia.[3]

“Quando mio Nonno ha venduto la fornace, abbiamo creato una fornace per cuocere i fischietti nella "bottega", un luogo nel quale avevamo le scale, i colori e tutto quanto serviva per l'attività di decorazione.”

La fornace aveva la forma di un tronco di cono dell’altezza di un metro e mezzo. La camera di combustione era ricavata in una buca nel terreno. Anche in questo caso il forno veniva alimentato con radici di macchia mediterranea. Da un certo punto in poi la paglia venne invece sostituita con trucioli di legno, che erano più pratici e prendevano fuoco più velocemente.

I fischietti venivano disposti con cura all’interno della fornace in strati circolari e su una apposita griglia. La cottura durava tutta una notte.

“In questi forni a legna fare le cotture era difficilissimo, e non vi dico quanti pezzi si rompe
vano durante la cottura. E i fischietti non venivano belli tutti uniformi come adesso. Poi finalmente sono arrivati i forni elettrici: vorrei dare un premio a chi l’ha inventati! Grazie alla tecnologia nei forni moderni non ti si rompe un fischietto.”

La decorazione dei fischietti

La decorazione dei fischietti era organizzata come una catena di montaggio in cui era impegnata tutta la numerosa famiglia Niglio, donne comprese. La base del colore era costituita da un bagno di calce nel quale i pezzi venivano immersi quasi completamente. Sopra al bianco venivano poi stesi quattro colori fondamentali ricavati da terre naturali: verde, blu, giallo, rosso. La colla di pesce mescolata a questi colori agiva da fissante, ovviamente precario.

“Per il bianco si usava la calce passata al setaccio, bella pulita. Si pigliava il fischietto da ddà e si calava nel bidoncino della calce. Ci si immergeva tutto il cucù, e si salvava solo la parte da mettere in bocca. Poi si faceva scolare questa calce.

I colori venivano sciolti con la colla di pesce per farli durare di più. Quando era inverno avevamo il braciere e per farli squagliare li mettevamo sul fuoco. Però dopo un po’ questa colla perdeva la presa, e ci si sporcava le mani con i colori. Invece i colori che si usano adesso sono colori acrilici, non vanno mai via, li puoi anche mettere sotto l’acqua.”

La vendita

Rispetto alla vendita dei fischietti, i ricordi di Tommaso Niglio sono legati soprattutto a tre diversi luoghi di Matera e dei suoi dintorni: “Insieme al Nonno andavamo a vendere i nostri lavori a Picciano nelle domeniche di maggio, o ai Cappuccini nel giorno di Pasquetta. E anche a Cristo la Gravinella nei venerdì di marzo.

A Matera abbiamo la chiesa rupestre del Gesù la Gravinella, dove ogni venerdì di marzo si celebrano le messe. Ed io già a 7 anni facevo queste cose qui e le andavo a vendere alle persone che andavano a messa.

La Pasquetta noi a Matera la chiamiamo “i Cappuccini” perché la scampagnata si svolgeva giù alla chiesa dei cappuccini. Li c’è una croce con dei gradini, e lì mio Padre con mio Nonno mettevano le cassette con dei fischietti su questi gradini.”

Ma il luogo più importante per la vendita dei fischietti era senza dubbio il santuario di Picciano. Tra la seconda metà dell’800 e la prima metà del ‘900 il santuario si configurava come uno dei principali luoghi di devozione della comunità agro pastorale dell’area al confine meridionale tra Puglia e Basilicata. Soprattutto in occasione delle feste mariane del santuario – distribuite tra la primavera e l’estate – i pellegrini vi arrivavano numerosissimi. Prima della costruzione della strada carrabile i fedeli affluivano a piedi o su carri trainati da muli da tutta una serie di paesi del circondario.

“Il santuario di Picciano è molto rinomato specialmente per i Pugliesi. Veniva gente da Santeramo, Altamura, Gravina di Puglia. Erano 5 le giornate di festa. E’ festa grande la prima domenica di maggio, poi l’Ottavario, la Pentecoste, l’Annunciazione e l’8 di settembre - che è la natività della Madonna, di Maria Vergine.”

E’ documentato come per lo meno dall’inizio del ‘900 il fischietto fosse un oggetto-ricordo del pellegrinaggio molto ambito dai visitatori e di come la famiglia Niglio - insieme ai Loglisci di Gravina - organizzassero l’intera produzione invernale di fischietti in funzione delle feste mariane di Picciano. [4]

Nei primi del ‘900 Giuseppe Niglio aveva lavoraro per il Comune alla costruzione di alcuni locali annessi al santuario e destinati ai contadini mezzadri della zona. In cambio, la famiglia Niglio ottenne l’uso di uno di questi locali, che fu utilizzato fino agli anni ’40 per la vendita dei fischietti.
“Noi a Picciano tenevamo una camera, perché quando mio Nonno fornì del materiale edilizio al comune per costruire queste camere a Picciano, si riservò il diritto di tenerne una. Portavamo i fischietti col traino. Il santuario è in collina, e allora la strada era una mulattiera brutta per salire.

Di fischietti ne vendevamo tanti: li compravano soprattutto le famiglie per i bambini. Nelle domeniche di maggio quando finiva la Via Crucis e la Madonna entrava in Chiesa, tutti i forestieri venivano nel nostro locale e compravano tutti i nostri cuccù prima di ritornare al loro paese. Era da non credersi la ressa che si creava per quanti volevano acquistare i nostri fischietti! Ma non è che si guadagnasse tanto: costavano una sciocchezza. Solo oggi queste cose vengono apprezzate.”

Oltre la tradizione

Come in tutto il resto d’Italia la produzione tradizionale di fischietti subì un tracollo a partire dal secondo dopoguerra. La stessa famiglia Niglio cessò la produzione sin dalla fine degli anni 40.

A partire dagli anni ’70, la tendenza si è invertita grazie alla ripresa di interesse verso i fischietti da parte di un pubblico più colto, fatto di appassionati di tradizioni popolari, studiosi e collezionisti.

A differenza di gran parte dei produttori tradizionali, Tommaso Niglio non si è tuttavia limitato a recuperare e riproporre le forme dei fischietti classici. Al contrario, Masino ha accettato in pieno la sfida posta da questo nuovo mercato, dando il via a una produzione sempre più elaborata ed accurata sia nelle forme che nella decorazione. In questa sua evoluzione artistica Tommaso era affiancato dal fratello Giuseppe, almeno fino alla sua prematura scomparsa.

Insieme alla crescente domanda da parte dei collezionisti, una serie di circostanze fortunate hanno favorito la trasformazione di Masino da artigiano ad artista del cucù. In primo luogo il suo naturale estro creativo, che per tutta la vita lo aveva spinto sempre un passo oltre i canoni delle semplici forme tradizionali. Inoltre il mestiere e l’esperienza da rifinito decoratore gli hanno fornito gli strumenti tecnici per reinterpretare il cucù anche dal punto di vista della stesura del colore, che si è fatta sempre più raffinata e piena di sfumature.

“Io e mio fratello abbiamo sempre creato. Perché nella tradizione i fischietti si

facevano semplici, ma noi man mano li abbiamo elaborati. In questi album di foto ci sono centinaia di pezzi. Questa è la Madonna di Picciano, questo è Pulcinella che mangia gli spaghetti, questo è Totò con il corpo di un pollo, questa è la chiesa di Picciano, uguale e precisa com’è, questi sono tutti animali surreali.

Ho fatto una rivoluzione: sui pezzi applico tutti questi animaletti oppure altre decorazioni, per esempio questi corni e questi dadi. Quando cuocio i cuccù ci inserisco dentro questi legnetti che si bruciano nel forno e mi lasciano il buco. Dove c’è il buco lasciato dal legno io attacco questi animaletti con il mastice di marmo e un pezzetto di filo di nikel cromo.

Oggi un pezzo come questo può avere un valore notevole. Però è anche vero che io ci metto 2 giorni a farlo e 3 giorni a pittarlo, quindi sono 5 giorni di lavoro. Dunque dovrebbe costare almeno 500 euro, perché il costo di una giornata di un operaio specializzato è di 100 euro. Ma tutti quei soldi non te li da nessuno. Quindi non è per lucro, è solo la passione che ci fa andare avanti. Perché la passione a me non me la toglie nessuno, solo la morte.”

Il fatto che Masino non abbia rifiutato la modernità, e sia stato anzi un innovatore nelle forme e nei materiali, non significa tuttavia che non continui ad avere un legame profondo con la tradizione.

“Ci sono studiosi che sanno vita e miracoli di questi fischietti. A Matera abbiamo un Professore che è molto esperto di queste cose, si chiama Spera.[5] Una volta mi vide mettere gli occhi ad un cucù, e disse: ecco, vedi Tommaso, 2000 anni prima di Cristo, non sapevano scolpire con la stecca come si fa oggi. E allora per fare gli occhi prendevano una semplice pallina e la applicavano, proprio come continui a fare tu. Mi raccomando, mantieniti sempre sulla tradizione!

Così per il viso e le mani della pupetta e del carabiniere noi non li pittiamo, li lasciamo di colore bianco calce. E la posizione delle mani è particolare.[6] Il Professore mi ha spiegato che così facendo continuiamo una tradizione antica e mi ha detto: lasciali sempre così. Dovete mantenere questa tradizione. ”

I mille mestieri di Masino

Per Masino, come per le generazioni precedenti della famiglia Niglio, la fabbricazione dei cucù è stata solo un mestiere tra i tanti. L’iniziativa non gli è mai mancata ed ha iniziato giovanissimo: nella miseria degli anni ‘40 Tommaso si inventava mille espedienti per aiutare la sua numerosa famiglia a mettere insieme un pasto. In quel periodo è stato raccoglitore di olive, carbonaro, fuochista, suonatore di serenate.

Pian piano, lui e il fratello Giuseppe riuscirono a specializzarsi come decoratori, mestiere che avrebbero poi svolto per tutta la vita.

“La nostra qualifica era di pittori decoratori, però sapevamo fare di tutto. Mettevamo la carta da parati, la moquette…. Non è che gli imbianchini pittavano solo i muri. Noi artigiani del meridione facciamo tutto, modestamente. Siamo delle perle!

Quando avevo 7 anni dopo la scuola andavo dal maestro di pittura. A 14 anni, grazie ai metodi di insegnamento di un tempo, ero già pronto per l'attività che ho svolto nella vita: quella di pittore e decoratore di interni. Ho tinteggiato a Matera centinaia e centinaia - forse migliaia - di appartamenti. Quelli fatti grazie alla legge speciale di Alcide De Gasperi per la gente che viveva nei Sassi.”

La passione per la musica

Oltre ai cucù, un altro grande amore ha accompagnato tutta la vita di Masino, quello per la musica. D’altronde, come spiega lui, musica e fischietti sono due facce di una stessa medaglia.

“A me piace tutta l’arte! Come invento tutti questi cuccù, così invento la musica. Con sole 7 note fai un oceano di note e con 7 colori, fai un oceano di colori. Lo dico senza presunzione: ho inventato sempre.

Dall’età di 13 anni ho suonato la chitarra come autodidatta. Un maestro imparava la chitarra a mio fratello, e io guardavo e imparavo. Quando avevo 13 anni è scoppiata la guerra, il 10 giugno del ‘40. Furono tutti richiamati alle armi dalla classe del 1910 fino al ‘20. E a Matera rimasero solo gli anziani. Allora io con la chitarra ero la mascotte di questi anziani fisarmonicisti, e mi chiamavano per accompagnarli con la chitarra.

Nel 1944 Tommaso decise che era giunto il momento si passare alla fisarmonica. Il fratello Francesco racconta come lo strumento fu acquistato grazie al prestito concesso da un rivenditore di carbone che, intuiti il talento e la passione del giovane, si improvviso Mecenate. Il debito fu restituito da Masino grazie al suo lavoro di caricatore di carbone sui traini e ai primi ingaggi come musicista.

Ho suonato la chitarra per quattro anni, ed ero anche bravo, un gioiello! Poi ho preso la fisarmonica, sempre da autodidatta, ad orecchio.

Facevamo le serenate, che erano una cosa desiderata e bellissima! Quando era una cosa seria facevamo qualche pezzo come “Tu non mi lascerai perché ti voglio bene”, un brano di Giovanni D’Anzi.

Quando invece facevamo questione con la zita si faceva la “serenata a caricatura”, cioè a sfottimento. Io suonavo dei cuccù con 7 note, tipo ocarine, che facevo io stesso. Per me non era tanto difficile realizzarli, perché ero già avviato nella musica. Naturalmente la chitarra veniva accordata secondo l’altezza del cucù, e io con il cucù suonavo la melodia. E facevamo “girogirotondo” e poi “rabbia, rabbia che tu hai, me la metto sotto i piedi”. La mattina dopo per tutto il vicinato era uno sfottò: hai sentito ieri sera la serenata a caricatura del fidanzato tuo?”

Nel 1949 Tommaso fondò la Hot Jazz, un quintetto ispirato alle orchestre jazz statunitensi. Non si trattò di una meteora, ma di un complesso destinato a influenzare un cambiamento nella cultura musicale materna, ed a durare per numerose decadi.

A 20 anni suonavamo la musica jazz in un gruppo, con mio fratello che faceva il chitarrista. Allora si usava un ritmo che si chiamava bebop. Negli anni ‘60 abbiamo suonato molte volte a Bari: al Kursal Santa Lucia, al Circolo Unione, e alla Sirenetta a Mare, dove venivano tutti i “capoccioni” di Bari. Loro di 60 anni e noi uagnedde[7] di 20 anni, ma tutti vestiti eleganti in giacca. Il gruppo si chiamava Hot Jazz. Le prime volte che ci presentammo come Hot Jazz di Matera…buuu, veniva giù un boato! Allora dicemmo al cantante: non lo dire mai che siamo di Matera, perché era una risata continua. Erano delle umiliazioni: ci dicevano: “l’orchestra dei Sassi!”. Perchè adesso i Sassi hanno tutto un valore storico, ma allora avevano una cattiva fama.”

Masino caposcuola del moderno Cucù

L’operazione di rielaborazione del fischietto tradizionale ha fatto del Maestro Niglio un autentico caposcuola. La sua influenza nel mondo della ceramica fischiante è presente in tutta Italia - dove numerosi artisti che si dedicano oggi alla costruzione di fischietti gli sono debitori - ma è particolarmente viva nella sua Matera. E’ lui ad aver creato lo stile del cucù “fiorito”, dalla modellatura ricca di appendici e particolari, e dalla decorazione raffinata. Non di rado si può poi parlare di una “discendenza artistica” diretta, nel senso che per lo meno due generazioni di artisti materani hanno appreso direttamente da Masino l’arte del cuccù.[8]

E il Maestro continua a darci le sue lezioni.

Testi di Massimiliano Trulli e Tina Festa - riproduzione vietata. Contatti: massitrulli@gmail.com

NOTE

[1] Il gallo sormontato da un albero della vita è diventato negli ultimi decenni uno dei fischietti di Matera più riprodotti e apprezzati.

[2] Attualmente, per il viso della Pupa viene usato lo stampo antico di una Madonna con le braccia incrociate, realizzato da Giuseppe, fratello di Tommaso.

[3] Di questa fornace ci racconta nei dettagli anche un fratello minore di Tommaso, Francesco Niglio (A. Mazzilli op. cit.)

[4] P. Piangerelli (cur.), La Terra, il Fuoco, L’Acqua, il Soffio – la collezione dei fischietti di terracotta del Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari, Edizioni De Luca 1994

[5] Il Professor Enzo Spera, che insegna attualmente all’Università del Molise, si occupa da decenni di ceramica popolare e fischietti in terracotta. Si vedano ad esempio gli articoli “I fischietti in terracotta del Museo “Domenico Ridola di Matera: alcune ipotesi interpretative” in P. Piangerelli, op. cit. o “Il soffio figurato. Fischietti in terracotta e pratiche rituali” in Luigi Fosca (cur.), Fischia il Gallo – galli e galletti dalla tradizione popolare italiana alla produzione ceramica contemporanea, 2011.

[6] Le braccia dei fischietti antropomorfi dei Niglio sono innaturalmente lunghe e arcuate, mentre le mani sono poggiate sull’addome.

[7] “Ragazzini” in dialetto materano

[8] Tra gli altri sono stati “a bottega” da Niglio alcuni dei più brillanti costruttori di cucù come Vincenzo e Umberto Melodia, Antonella Mazzilli, Nicola Festa. Ed attraverso quest’ultimo si può dire che abbiano attinto alla Scuola di Niglio anche Pico e Maria Bruna Festa

FOTO

1. Tommaso Niglio al lavoro; 2. Albero della vita (collezione Museo dei Cuchi di Cesuna); 3. Pupa a cavallo (collezione Museo dei Cuchi di Cesuna); 4. Cucù con angelo (collezione Museo dei Cuchi di Cesuna); 5. Cucù con albero della vita (collezione Museo dei Cuchi di Cesuna); 6. Trombetta arrotolata; 7. Carabiniere senza piedistallo

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