Pagine

mercoledì 17 agosto 2011

Inaugurazione de “La Semina dei Fischietti” a San Giorgio Scarampi



La locandina dell’evento annunciava una “Giornata di festa a San Giorgio Scarampi, con l’esposizione dell’artista russo Valery Kurtmulaev”. Ma quella che si è inaugurata il 15 agosto 2011 non è una mera mostra di ceramiche fischianti, nè la semplice personale di un ceramista. Il numeroso pubblico che ha deciso di trascorrere il Ferragosto a San Giorgio Scarampi ha potuto constatare che La Semina dei Fischietti è un evento artistico complesso, di grande raffinatezza, profondità e impatto emotivo.

D’altronde ormai da molti anni Anemos e Arti Vaganti - che insieme alla Scarmpi Foundation hanno ideato e organizzato la giornata - ci hanno abituati a operazioni di questo livello: eventi di grande bellezza e carica innovativa, in cui si mescolano diversi linguaggi espressivi, dalla ceramica sonora, ad altre arti plastiche e figurative, alla musica, alla poesia.

Incantevole cornice della Semina dei Fischietti è stata ancora una volta San Giorgio Scarampi ed il suo splendido Oratorio dell’Immacolata – è la terza volta dopo le mostre “Bacco e i suoni dell’anima” e “Guarda l’uccellino”. E questo minuscolo paese delle Langhe astigiane ha risposto con il consueto entusiasmo, regalando a tutti i visitatori i suoi panorami mozzafiato, la squisita ospitalità dei suoi abitanti, gli altrettanto squisiti prodotti enogastronomici nell’area.

Pesci acquatici e pesci volanti
Tema principe della mostra è quello del pesce, rappresentato nel suo naturale elemento acquatico, ma anche trasfigurato e capace di spiccare il volo verso altri lidi, facendosi messaggero di libertà e poesia.
E difatti per preparare il terreno alla trasformazione di questi pesci in creature aeree e rendere possibile il loro volo sulle Langhe, nelle settimane precedenti all’inaugurazione, un gruppo di artisti, poeti ed amici ha dato vita ad una visionaria “semina dei pesci”. Centinaia di fischietti a forma di pesce e con inciso sulle squame il nome di un poeta sono stati lanciati nel greto dei fiumi piemontesi, fecondandoli. Altre semine sono ancora previste nelle prossime settimane (sono stati usati esclusivamente pesci di terra cruda, che si sciolgono al contato con l’acqua senza contaminare l’ecosistema di questi corsi d’acqua).
L’operazione si richiama ad una tradizione dei popoli Maya, che erano soliti seminare nel terreno fischietti come rito propiziatorio ed auspicio di fertilità.

Entrando nell’Oratorio dell’Immacolata - l’ambiente che ospita la mostra - il colpo d’occhio è emozionante. Già la piccola chiesa sconsacrata - con le sue pareti spoglie e completamente bianche - è di per se incantevole. La scelta consapevole dei curatori della mostra è stata quella di rispettare in pieno la magia e l’incanto di questo luogo. Si è resistito alla facile tentazione di sovraccaricare l’ambiente di opere, realizzando invece una mostra essenziale, fatta di poche installazioni scelte e collocate con gusto nella navata e nel transetto dell’Oratorio.
Un po’ alla volta i visitatori entrano nel piccolo ambiente, osservano le opere, hanno la possibilità di girare tutto attorno ad esse, e magari di accostarvisi per soffiarci dentro e provarne il suono.

Le sculture fischianti di Kurtmulaev
Indubbiamente uno dei principali motivi di interesse della Semina dei Pesci è costituito dalle sculture di Kurtmulaev.
Sono ormai molti anni che questo artista russo è diventato uno degli autori di riferimento per gli amanti della ceramica e dei fischietti in terracotta. Tuttavia Kurtmulaev è noto quasi esclusivamente per i suoi fischietti di piccole dimensioni. In questo caso i visitatori hanno invece l’occasione unica di vedere le sue sculture di grandi dimensioni – tutte rigorosamente fischianti. Si tratta peraltro di pezzi mai esposti prima e realizzati nella primavera del 2011 ad hoc per la Semina dei Fischietti. Per preparare questi pezzi il Maestro Kurtmulaev ha lavorato per un intero - e molto intenso - mese di lavoro trasferendo sull’argilla una serie di idee e suggestioni elaborate con il decisivo contributo creativo di Armando Scuto.

Sono in particolare 3 le sculture di grandissime dimensioni presenti in mostra firmate da Kurtmulaev. In primo luogo un Orco benigno con un lungo corpo da serpente e 4 grandi teste; l’opera – lunga alcuni metri e composta da moduli scomponibili – è stata assemblata per la mostra di San Giorgio Scarampi in 4 tronconi che danno la suggestione visiva di uscire e poi rientrare dalle pareti della chiesa; dentro di sé l’Orco cova uova di pesce e di altri animali che una volta cresciuti spiccano il volo e lasciano il loro incubatore.
Poi c’è Taluc - il dio del vento – che siede pensieroso; al collo porta una collana di pesci, e altri pesci riempiono anche una cesta che il Dio ha accanto a se; sono pesciolini del tutto simili a quelli seminati nei fiumi del Piemonte dai “visionari” di Artivaganti e Anemos.
In fine, circondata da un piccolo bosco di rami bianchi, c’è la lunga torre di casette per gli uccellini.

A parte questi tre pezzi, altrettanto suggestive sono le altre sculture fischianti realizzate da Kurtmulaev – meno imponenti ma comunque di grandi e medie dimensioni. Si tratta di pesci e creature bizzarre e mostruose che osservano curiose cosa accade nel nostro mondo abbarbicate ai cornicioni della chiesa, o si calano da una finestra, oppure ancora circondano devotamente il Dio del vento.

Le altre installazioni
Ma la Semina dei Pesci non è una mostra costruita solo sulle ceramiche fischianti del Maestro russo. Come abbiamo già accennato si tratta di un evento complesso che si basa anche su installazioni fatte con materiali eterogenei o su forme espressive come la poesia.

Una nuvola costituita da coloratissimi pesci alati sospesi nell’aria lasciava letteralmente a bocca aperta i visitatori. La torre dei pesci è costituita da circa un migliaio di pesciolini, realizzati interamente in carta da Emiliana e Mapi Griotti. Rappresenta la perdita di materia dei pesci, finalmente liberi di diventare creature aeree e spiccare il volo. Un’opera di grande effetto che ha richiesto un lavoro certosino sia per la costruzione dei pesci che per l’allestimento della torre (sono serviti tre giorni solo per fissare i pesci alla struttura di metallo che fa da supporto).

Altra opera di grande suggestione è il grande pesce realizzato da Lino Barazzetti utilizzando quasi 2.000 matite colorate come tessere di un coloratissimo mosaico.

La poesia
Protagonista dell’evento è stata anche la poesia, grazie a quattordici brevi composizioni sul tema dei pesci, dell’acqua e del volo. Le poesie, composte – spesso ad hoc – da altrettanti poeti, sono state lette da alcuni degli autori durante l’inaugurazione della mostra, sono state riprodotte sul catalogo della mostra, e sono state persino consumate dal fuoco insieme al forno di carta sul quale erano state affisse.

Il forno di carta
Nonostante la bellezza della mostra e la potenza lirica dei poeti, il cuore della festa è stato però il forno di carta che ha “preso possesso” della piazza di San Giorgio Scarampi. Sin dal pomeriggio del giorno prima e per tutta la giornata del 15 agosto, una squadra di persone guidate dal “Mastro fornaciaio” Gianfranco Valente si sono adoperati per preparare il forno - costruito con carta, stoffa, argilla, legna, sotto lo sguardo incuriosito ed ammirato di cittadini di San Giorno e villeggianti. Nel forno sono stati caricati un centinaio di fischietti crudi, dai più piccoli ed umili giocattoli per bambini fino ad alcune sculture di grande dimensione e notevole pregio di Valeri Kurtmulaev. Solo dopo le 17 il forno era pronto per l’accensione.
Chi ha esperienza di forni di carta sa bene che ognuno di essi fa storia a sé, e che sono tantissime le variabili che possono influire sulla buona riuscita dell’“impresa”: condizioni del vento, umidità, qualità della lega e dei pali di sostegno, e così via. Sarebbe disonesto tacere il fatto che nonostante il grande impegno non tutto è andato sempre per il verso giusto (anche chi scrive ha fatto parte della “squadra” guidata dall’infaticabile Valente!). Vi è stato anzi un momento critico, in cui il forno si è inclinato pericolosamente e sembrava che fosse inevitabile un suo rovinoso collasso. A quel punto Taluc ci ha messo una buona parola, ed anche la luna si è affacciata nel cielo serale di San Giorgio Scarampi, portando il suo presagio benigno. Alle 23 era ormai chiaro che la cottura stava andando a termine con esito positivo, e dopo 15 ore di lavoro quasi ininterrotto i nostri fornaciai si sono concessi una cena.

Una grande festa popolare
La festa è andata avanti fino a notte fonda attorno alle braci ancora ardenti del forno di carta. Abitanti di San Giorgio e visitatori erano perfettamente mescolati tra canti, balli, chiacchiere e bevute in una unica chiassosa comitiva in cui era quasi impossibile distinguere gli uni dagli altri. Anche da questo si vede la riuscita di un giorno di festa!

Altra grande festa c’è stata il mattino dopo, soprattutto per i bambini che la sera precedente avevano sorvegliato pazientemente il fuoco anelando i fischietti del forno di carta loro promessi. Il mattino dopo tutti i bambini di San Giorgio Scarampi si sono presentati puntualmente all’incasso (chi avrebbe immaginato che in paese c’erano tanti giovanissimi!). E il paese era tutto un fischiare!

Chi si fosse perso l’inaugurazione de La Semina dei Fischietti non disperi, perché avrà occasione di recuperare. Sarà possibile continuare a visitare l’esposizione presso l’Oratorio dell’Immacolata fino a dicembre. Ed è anche possibile procurarsi il curatissimo catalogo della mostra - richiedendolo alla Fondazione Scarampi.








FOTO

1) veduta di San Giorgio Scarampi

2) Armando Scuto, presidente di Anemos, durante l'inaugurazione
3) fischietti nel forno

4) Taluc, il dio del vento

5) una delle teste dell'Orco

6) e 7) La casa degli uccellini

8) La "nuvola" di uccellini di carta

9) Il grande pesce di matite
10) il "maestro" Gianfranco Valente prepara il forno

11) Musicisti

Il testo dell'articolo è di Massimiliano Trulli. Le foto di Armando, Salvo, Massimiliano

martedì 2 agosto 2011

FIERA DEL FISCHIETTO A GALATINA - I Ed. - 25.09.11

 25 SETTEMBRE 2011
 PRIMA FIERA DEL FISCHIETTO - GALATINA (LECCE)



Avviso per tutti gli appassionati della Ceramica Sonora, per gli artigiani costruttori di fischietti, per i grandi ed i piccini!
Segnaliamo questo nuovo evento! A Galatina in provincia di Lecce si terrà nella domenica del 25 Settembre 2011 la prima Fiera del Fischietto
Una fiera nella quale si potranno ammirare ed acquistare fischietti prodotti da diversi artigiani. 
La Fiera è organizzata dalla Pro Loco di Galatina. 
Per informazioni è possibile contattare il presidente della Pro Loco Nino Rigliaco cell. 333.1253640
(i fischietti nella foto sono creati da Pico)

lunedì 1 agosto 2011


15 AGOSTO  2011

GIORNATA DI FESTA a SAN GIORGIO SCARAMPI (ASTI)

LA TERRA, IL FUOCO, LA MUSICA, LA POESIA


Vi inoltriamo informazione di questo evento che avrà luogo a San Giorgio Scarampi (ASTI) il 15 agosto 2011
Una giornata di festa dedicata alla terra ed al fuoco!

Sarà possibile osservare le meravigliose creazioni dell'artista russo Valery Kurtmualev creatore di fischietti dalle forme più bizarre.

mercoledì 29 giugno 2011

Omaggio a Munari, V edizione - Matera. Agosto 2011

OMAGGIO A MUNARI
STAGE INTENSIVO – V EDIZIONE
MATERA, AGOSTO 2011

Condotto da Tina e Maria Bruna Festa
Sono aperte le iscrizioni per la V edizione del corso intensivo dedicato a Bruno Munari ed ispirato al metodo “GIOCARE CON L’ARTE” che si terrà a Matera ad agosto 2011.
VI SONO solo 8 POSTI DISPONIBILI. TERMINE DI SCADENZA ADESIONE 15 AGOSTO 2011.
Il corso “Omaggio a Munari”, rivolti ad adulti (docenti, ceramisti, atelieristi e a quanti siano interessati) è organizzato in modalità di corso intensivo estivo ed è a numero chiuso.

CHI CONDUCE?
Tina e Maria Bruna Festa
Il laboratorio sarà condotto per la parte teorica da Tina Festa, insegnante ed esperta in didattica delle arti, formatasi presso il Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza
e per la parte pratica da Maria Bruna Festa, ceramista.

PROGRAMMA
Da lunedì 22 a venerdì 26 agosto 2011. Le lezioni cominceranno nel pomeriggio del 22 agosto e termineranno alle 12,30 del 26 agosto.
Orario 9:30-12:30 e 15,30-18,30
(L’orario di inizio e fine delle attività può essere modificato in base alle esigenze dei partecipanti)
Lezioni per un totale di 24 ore.
Al termine del seminario verrà rilasciato un attestato di partecipazione.
I lavori realizzati verranno ritirati dai partecipanti o inviati con spese di spedizione a carico del destinatario

Il corso sarà avviato con un minimo di 4 partecipanti. Il numero massimo di adesioni: 8

Al termine del seminario verrà rilasciato un attestato di partecipazione.

Termini per le adesioni : Le iscrizioni al corso verranno accolte entro e non oltre il 15/08/2011 .

IL LUOGO

Gli incontri del Corso Intensivo si svolgeranno presso la sede laboratoriale dell’Associazione Genius Loci, Rione Pianelle, 30 – Sasso Caveoso –
Matera

QUOTA DI PARTECIPAZIONE:

La quota individuale di partecipazione al corso intensivo è di € 250,00 (+ IVA se si partecipa per conto di un Ente).

N.B: per chi prenota entro il 20 LUGLIO 2011 la spedizione degli elaborati realizzati durante il corso è GRATUITA. (valido solo per spedizioni su territorio nazionale).


Chiunque volesse maggiori informazioni e chiarimenti sono a disposizione via mail o tramite messaggi che potete lasciare in questo blog.

Per contatti ed informazioni: concettafesta@gmail.com info al 335.8185461

ATTENZIONE:  la scheda di adesione da scaricare.
IL PROGRAMMA completo verrà inviato agli iscritti o a chi ne farà richiesta via mail.

martedì 14 giugno 2011

La Creta nel Sangue - La Famiglia Loglisci e la Cola Cola

(Memorie e Suoni di Terra - conversazioni con i Maestri costruttori di ceramiche sonore)E’ un freddo giorno di dicembre e Beniamino Loglisci modella i suoi fischietti al caldo tepore di una stufa a legna. Ci troviamo nel suo laboratorio di Gravina in Puglia, un luogo pieno di suggestioni. L’ambiente è piccolo ed arredato alla maniera essenziale e dimessa delle antiche botteghe artigiane, ma se ci si affaccia dalla minuscola finestra che dà luce al locale si gode di un panorama mozzafiato: si vede la gravina che dà il nome a questo paese delle Murge. Sulle pareti della gravina si aprono poi alcune grotte abitate in periodi preistorici. Il paesaggio ricorda molto alcuni scorci della vicina Matera.

Nonostante i suoi 80 anni, in questa stagione Beniamino passa circa 7 ore al giorno modellando l’argilla. L’anziano artigiano lavora e intanto ci racconta della sua vita e della produzione della Cola Cola, il tradizionale fischietto in terracotta di Gravina.
Sono ormai alcuni anni che la scomparsa di suo fratello Vincenzo ha interrotto un sodalizio che era al tempo stesso lavorativo e umano. Eppure Beniamino parla quasi sempre al plurale, lasciando trasparire quanto nei suoi pensieri sia ancora presente quel fratello con il quale ha condiviso buona parte della sua vita.
A volte gli sfugge una parola, e succede più volte che per spiegarsi meglio si aiuti prendendo in mano un pezzo di creta e modellando davanti ai miei occhi un oggetto o una situazione. In fondo si tratta della cosa più naturale per un uomo che fin da bambino ha imparato a esprimersi attraverso le mani e un pezzo di creta.

Il Ciclo di produzione della Cola Cola
I fischietti dei fratelli Loglisci hanno il fascino arcaico dell’oggetto di altri tempi. La loro produzione è infatti da sempre caratterizzata da un’assoluta aderenza alla tradizione – un’aderenza che non si rispecchia solo nella riproposizione di modelli e forme antiche, ma anche nell’aver perpetuato tecniche di produzione ormai desuete. Ancora oggi le Cola Cola vengono cotte in una piccola fornace a legna e dipinti con rudimentali pennelli auto-costruiti. Quanto all’argilla, solo negli ultimi anni, a causa dell’avanzare dell’età, Beniamino Loglisci ha smesso di raccoglierla e depurarla da sé, concedendosi il “lusso” di acquistare la creta industriale già pronta per la lavorazione.
Mentre, nel corso dei decenni, la quasi totalità degli artigiani produttori di fischietti si sono gradatamente adattati alle possibilità - ed alle indubbie comodità - offerte dal progresso tecnologico, Beniamino e Vincenzo hanno perseguito caparbiamente la scelta di rifarsi ai modelli produttivi dei loro antenati. Una conseguenza pratica di questa scelta sta nel fatto che ancora oggi la realizzazione delle Cola Cola avviene secondo un ciclo di produzione che va dall’inverno all’estate. Ciascuna stagione è scandita da una fase di lavorazione precisa.
“Per la lavorazione della Cola Cola abbiamo sempre seguito dei periodi precisi. Dopo le feste di Natale iniziamo a modellare, e modelliamo tutto l’inverno. Poi la cottura l’abbiamo fatta da sempre a primavera:questo perché bisogna stare 10 ore vicino al fuoco, e di inverno anche se ti alzi alle 6 di mattina devi arrivare alle 4 di pomeriggio, ed a quell’ora già non si vede più. E poi il forno a legna si utilizza all’aperto, e la mattina presto quando è inverno fa molto freddo qui sulle Murge.
Quando abbiamo finito di fare le cotture ci mettiamo alla pittura. Quindi l’estate la facciamo a dipingere. E si fa la provvista di creta per l’inverno.

Ad esempio questa non sarebbe stagione di modellare. Io sto modellando perché mi trovo in difficoltà, nel senso che non posso contare su mio fratello Vincenzo, e devo fare tutto da solo. E sono costretto ad anticipare un po’. E poi se non modello cosa faccio per passare questi mesi autunnali?”

La preparazione della creta. Beniamino ci illustra quindi nel dettaglio ciascuna delle fasi della produzione, iniziando ovviamente dall’estrazione dell’argilla.
Qui a Gravina le riserve di argilla non finiscono mai! Basta andare poco fuori città, sulle Murge, e scavare. E noi da sempre ce la siamo preparata da soli.
C’è una procedura: usando il piccone frantumiamo i banchi di argilla ricavando dei blocchi di vari chili di peso. Una volta portati qui i blocchi, li pestiamo con un grande martello, fino a farne delle pietruzze. Poi lasciamo l’argilla a bagno nell’acqua per 2 giorni per poi impastarla come si faceva una volta con il pane. Insomma: è una fatica, c’è tanto lavoro.

Da appena 5-6 anni compriamo l’argilla già confezionata e pronta per l’uso. Abbiamo smesso di prendere quella di Gravina per motivi di salute, perché non ce la facciamo più. E’ vero che consumiamo un po’ di soldi, ma risparmiamo fatica. E di fischietti ne facciamo un po’ di più.
La qualità dell’argilla comprata non è uguale a quella di qui, però. L’argilla che noi abbiamo a Gravina resta sempre un po’ più sporca, anche se la depuriamo a mano. Magari rischi che se non stai attento e lasci qualche pietruzza dentro l’impasto, durante la cottura la pietruzza salta e ti rompe il fischietto. Ma una volta cotta questa argilla è più resistente, è più forte. Mentre l’argilla che noi compriamo è più pulita però più fragile. Se noi facciamo una Cola Cola con questa argilla e per sfortuna va per terra, è più facile che si rompa.”

La modellatura. Beniamino ci mostra come si modella una Cola Cola. E ci rendiamo conto di quanto lavoro e quanta sapienza ci sia anche dietro la costruzione del fischietto più semplice. Bisogna sottolineare che anche rispetto alla produzione di altri costruttori di fischietti, l’uso di attrezzi è ridotto al minimo. Le stecche vengono usate solo per fare i fori del modulo sonoro, mentre una tecnica ad incastro sostituisce completamente la barbottina. Non essendo mai stati vasai, i Loglisci non hanno mai avuto né usato il tornio, ma è altrettanto estraneo alla loro cultura anche l’uso degli stampi fatto da molti figurinai.
“La Cola Cola l’abbiamo sempre fatta interamente a mano. Se la stessa cosa la fai con lo stampo non ha più valore, non ha nessun senso.

Partiamo facendo tre palline di argilla. Le prime due servono per fare il corpo della Cola Cola: con una pallina un po’ più grande si fa la parte davanti con la testa, con quella più piccola si fa la parte di dietro con il fischio.
Lavoriamo entrambe le palline con le dita, allungandole e scavandole. Otteniamo due forme vuote che vanno unite per fare il corpo della Cola Cola: una delle due parti è leggermente più grande, e quando le sovrapponiamo avremo una femmina e un maschio. Le uniamo bene con le dita, in modo da fare una saldatura.
Alla parte di dietro facciamo i buchi del fischio con la stecca; prima di usarla è meglio bagnarla, ma poco, altrimenti il pezzo si spacca. A parte questo gli attrezzi non vanno usati proprio: per fare la cresta del gallo e della gallina, ad esempio, si usa il pollice.
I pezzi aggiunti, come il collare, devono essere di creta più umida, altrimenti in cottura si staccano. La stessa cosa vale per gli occhi: si fanno con due palline di creta che deve essere più molla.

Con la terza pallina facciamo la base della Cola Cola. La base non può essere attaccata subito al corpo: va fatta indurire un pò, se no il pezzo crolla. Di inverno mettiamo le basi vicino alla stufa per farle seccare più velocemente. Se fa un po’ più caldo, invece, le mettiamo fuori dalla finestra.
Quando ha raggiunto la giusta durezza – non deve essere troppo secco né troppo molle – uniamo la base al corpo. Si scava un po’ la pancia e si inserisce dentro la base. Poi si rafforza la saldatura con una fascetta di creta.
Quando il pezzo è finito lo lisciamo per bene con il dito bagnato. Quando poi è secco lo lisciamo ancora meglio passando la carta vetrata. Alla fine passiamo di nuovo il pennello bagnato per togliere le striature. Una volta pitturati i pezzi, le striature non si vedrebbero comunque, ma preferiamo farlo perché viene una cosa più pulita.”

La cottura nella fornace a legna. Come abbiamo già accennato, una delle caratteristiche che rende unica la produzione della Cola Cola è che ancora oggi la cottura dei pezzi avviene esclusivamente tramite una piccola fornace a legna costruita dagli stessi fratelli Loglisci.
Il luogo dove dai primi anni ’60 i fratelli Loglisci cuociono i loro fischietti è molto suggestivo. Si tratta di una sorta di terrazzo porticato di un antico monastero nel centro storico di Gravina, proprio di fronte alla bellissima cattedrale romanica. In alcuni locali di questo edificio i Loglisci hanno anche vissuto e ricavato il piccolo laboratorio da quando, nel secondo dopo guerra, il monastero quasi disabitato fu assegnato alla loro famiglia e ad altre famiglie di sfollati.

E’ probabile che questa fornace arrivi a temperatture di 700 – 800 gradi, senza raggiungere i circa 1.000 gradi necessari per una cottura completa della creta. Ne è una riprova anche il fatto che il filo di metallo utilizzato per aggiungere elementi ornamentali alle Cola Cola, pur essendo metallo comunissimo non si fonda durante la cottura.
Era d’altronde una caratteristica comune dei fischietti tradizionali quella di essere cotti in fornaci rudimentali che non garantivano il raggiungimento di temperature altissime. Conseguenza di questa solo parziale cottura dell’argilla è una maggiore fragilità dei pezzi.

“Abbiamo un forno nostro dal 1960 - 1961. Prima, quando facevamo il materiale, lo portavamo alle fornaci che facevano le tegole qui a Gravina. Fin da ragazzini lavoravamo per queste fornaci trasportando per loro le merci. In cambio ci facevano il favore di mettere un po’ di Cola Cola nel forno.
Queste fornaci di Gravina piano piano sono sparite tutte, e quindi ho detto a mio Fratello: e adesso che le fornaci non ci sono più noi come facciamo? Dobbiamo trovare una soluzione! E allora abbiamo deciso di costruire un piccolo forno fatto da noi.

Il forno lo abbiamo costruito noi stessi con dei mattoni refrattari. E’ aperto dalla parte di sopra, e i pezzi si caricano da li, riempiendolo completamente con fischietti di varie misure. Poi si chiude l’apertura mettendo dei pezzi di tegole fino a coprire tutta l’apertura.
La terrazza con la fornace (foto T. Festa)
La legna invece si mette nell’apertura che sta nella parte di sotto. Legna e pezzi da cuocere sono separati da una griglia che abbiamo fatto con dei binari del treno che abbiamo fatto bucare.
Ogni 5 o 6 anni dobbiamo demolire la fornace e rifarla da capo: quando arrivi a 1.000 gradi di temperatura anche il ferro si consuma.

Bisogna stare 10 ore a alimentare il fuoco. Potremmo anche stare un po’ meno, ma se i pezzi li usciamo 1 ora - 2 ore prima non vengono bene: devono stare 10 ore.
Più ancora che ad occhio mi accorgo della temperatura del forno dall’odore. Se entro nel locale dove sta il forno mi accorgo subito a che punto è la cottura. E questo persino se non ho infornato io i pezzi, e magari non so da quanto stanno cuocendo!
E poi c’è il colore del fumo che esce fuori. E’ come per l’elezione del Papa: se il fumo è nero ancora non ci siamo, quando la fumata è proprio bianca è ora di sfornare.
Tra quello che ci serve per il riscaldamento e quello che usiamo per la cottura, compriamo ogni anno quintali di legna. Prima utilizzavamo legna di quercia di bosco, che era molto migliore e durava tanto. Ora è proibito raccoglierla e venderla. Ora usiamo la legna dei contadini: ulivo, mandorlo. Non fai in tempo a metterla che si consuma.

Quando era vivo Vincenzo riuscivamo a riempire ogni anno 8 - massimo 9 forni. Ora che son rimasto solo sono costretto a iniziare la modellatura prima di Natale, e alla fine cuocio 4 - massimo 5 forni.
Abbiamo sempre continuato ad usare il forno a legna perché i pezzi con il forno a gas non vengono bene. E’ come con il pane: una volta lo facevano tutti con i forni a legna, oggi quasi nessuno. Ma sul pezzo si vede la differenza, come per il pane!"

La decorazione. L’unica concessione alla modernità nella produzione delle Cola Cola riguarda le vernici usate per decorare i fischietti. Già da alcuni decenni i fratelli Loglisci hanno infatti abbandonato i colori auto-prodotti basati su pigmenti naturali - che avevano lo svantaggio di essere poco resistenti - ed hanno adottato i colori acrilici.
Si tratta d'altronde della conseguenza obbligata della trasformazione della destinazione d’uso dei fischietti, che da giocattoli destinati ad avere vita breve sono diventati oggetto da collezionare e da conservare.
“Una volta i colori che usavamo erano tutti a base di terra. Mettevamo dentro un po’ di colla e per fare il fissaggio, perché altrimenti prendendo il fischietto in mano i colori se ne venivano. E anche con la colla, dopo 3 o 4 giorni che un bambino usava il fischietto, i colori sparivano. Invece i colori che usiamo oggi sono acrilici, possiamo lavare benissimo un fischietto sotto l’acqua e non succede niente.

Ancora oggi i pennelli ce li facciamo da soli con canne, peli di cinghiale, e filo di rame. Così si ottiene un pennello abbastanza duro, mentre con i pennelli comprati non si può lavorare, sono troppo morbidi: il pennello si piega le strisce della Cola Ccola non vengono bene.
I peli di cinghiale li prendevamo da un allevamento che c’era fino a poco tempo fa a Gravina. Poi andavamo dal cannaro a comprare delle canne sottili che servivano come manico, e gli legavamo i peli sopra con del filo di rame. Oggi magari usiamo i peli ricavati da altri pennelli di cinghiale.”

I pezzi sono tutti rigorosamente ricoperti con uno sfondo bianco – una volta si trattava di un bagno di calce – sul quale in un secondo momento si stendono colori molto vivaci.
La decorazione classica e più riconoscibile della Cola Cola – ma anche degli altri fischietti murgiani, come i cucù di Matera - è quella a strisce blu, rosse, gialle, verdi. A tale proposito, l’importante studio sui fischietti tradizionali realizzato dal Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari mette in relazione questa caratteristica colorazione dei fischietti con i “nastri senza misura” che fino al secondo dopo guerra venivano acquistati dai pellegrini durante le feste mariane in Puglia ed in Basilicata. I nastri venivano annodati al collo dei pellegrini stessi o utilizzati per addobbare pellegrini, animali, carri.
Le analogie tra questi nastrini ed i fischietti sono in effetti molte: oltre alle strisce di colori vivaci, ad entrambi gli oggetti nella tradizione popolare era attribuita una funzione magico-protettiva ed esorcistica, e non a caso, entrambi erano diventati una sorta di souvenir ante litteram ricercatissimo dai fedeli come ricordo del pellegrinaggio o come pensiero per chi era rimasto a casa.[1]

La vendita dei fischietti: dal Santuario di Picciano alle gallerie d’arte
Fino a tutti gli anni ’60, i pellegrinaggi religiosi - ed in particolare quelli che si svolgevano in primavera presso il santuario mariano di Picciano, sulle Murge lucane – rappresentavano per la famiglia Loglisci la principale occasione di vendita della Cola Cola.

“Il momento dell’anno in cui vendevamo più fischietti era il mese di maggio, durante i pellegrinaggi al Santuario della Madonna di Picciano. In quel periodo il Santuario era così affollato di fedeli che di domenica non si poteva quasi entrare in chiesa. Il fischietto era il primo ricordo del pellegrinaggio, così, quando andavamo a Picciano vendevamo tutti i fischietti che facevamo durante l’inverno, non ne portavamo uno indietro!
Una foto di Vincenzo appesa in casa Loglisci Nonostante tutto, con la vendita di questi fischietti non potevamo sopravvivere neanche un mese. Questo perché i prezzi erano tutti sproporzionati. Mi ricordo quando questa Cola Cola costava 50 soldi. Poi il prezzo è salito a 100 soldi, 1 lira, 2 lire. Ma il valore era sempre quello: per due Cola Cola compravamo un chilo di pane.
Ora per fortuna è un po’ diverso: uno di questi lo vendo a 10 euro, e di chili di pane ne posso comprare 10. Ma una volta si doveva lavorare solo per comprare il pane, senza fare altri progetti.

Da Gravina a Picciano ci saranno 17-18 chilometri, e al santuario ci arrivavamo con un traino preso in affitto tirato da cavalli o muli. Anzi, per la verità i primi tempi andavamo con la carretta a mano. E qualche volta siamo andati anche a piedi, con le Cola Cola a spalla. Questo è successo quando c’era stata troppa pioggia, e i traini non potevano passare per il fango. Perché allora a questo santuario non arrivavano le strade asfaltate: c’erano strade di terra.”

Oltre ai Loglisci si dedicava alla vendita dei fischietti durante i pellegrinaggi a Picciano un’altra delle dinastie di costruttori di fischietti più rinomate, quella dei Niglio di Matera.

“A vendere i fischietti a Picciano durante le feste andavamo sempre sia noi che i Niglio di Matera, che erano 3 o 4 fratelli. Facevano questo tipo di fischietto che a Matera chiamano Cuccù. E’ come la nostra Cola Cola, ma ha questa testa che non ho capito mai che tipo di animale sia. E’ una testa strana, non lo so spiegare.
E abbiamo conosciuto i Niglio negli anni 35-40, quindi è da una vecchia data che conosciamo questa famiglia.
Le femmine della famiglia Loglisci non hanno mai avuto a che fare con i fischietti. Invece credo che qualche donna della famiglia Niglio li aiutava a dipingere, perché a Picciano le vedevo girare con questi camici sporchi di colore. Li portavano tutte fiere, direi quasi con una certa vanità.

Mio Padre ha iniziato a portarmi a Picciano che avevo 4-5-6 anni. E ricordo che ci siamo andati fino al ‘71-72, sarà una quarantina d’anni che abbiamo smesso. Adesso hanno aperto la strada asfaltata e c’è gente che ci va tutto l’anno. C’è un nostro discepolo che si chiama come noi, Loglisci,
[2] che continua portare li i fischietti ed a venderli per tutto il mese di maggio e poi durante altre feste ad Agosto. Però non si vendono più tutti i fischietti che si vendevano una volta. E molti dei visitatori non li conoscono proprio i fischietti.”

Gradatamente le Cola Cola hanno conquistato altri tipi di mercato. Durante gli anni ’70 e ’80 – parallelamente alla rinascita dell’interesse verso l’arte e le tradizioni popolari – si è sempre più affermata la fama dei fratelli Loglisci.
“Inizialmente i fischietti si vendevano solo alle feste di Picciano. Poi, piano, piano, il passa parola ha fatto si che sempre più gente ha iniziato a venire a Gravina cercando i fischietti. E venivano a cercarci a casa nostra da tutti i paesi, poi da tutta Italia e anche dall’estero.
Dopo gli anni ’60 abbiamo sfondato un po’. Dobbiamo dire grazie a giornalisti, scrittori, fotografi che si sono interessati al nostro lavoro. Ad alcuni di loro dobbiamo moltissimo, e spesso sono diventati anche degli amici.
[3]
Negli ultimi decenni abbiamo vissuto di soddisfazioni. Persone importanti, istruite, si interessavano a noi e venivano a cercare i nostri pezzi. Una volta una troupe venne a cercarci per fare un servizio su di noi. Mia Madre spiegò che eravamo sulle Murge a raccogliere le mandorle. Loro erano quasi scandalizzati: ma come? I fratelli Loglisci che portano i sacchi di mandorle da soli? Si fecero spiegare come arrivarci, vennero su, e ci aiutarono a portare un sacco ciascuno!

Una volta chi comprava i nostri fischietti era gente semplice, del popolo. Era gente che aveva pochi soldi da spendere, eppure i nostri fischietti erano molto ricercati.
Ora è tutto il contrario: alle persone semplici – che ormai i soldi per comprarli li avrebbero - non interessano più i fischietti. Li comprano solo persone istruite, come professori e artisti.

Prima prendevamo anche ordinazioni di tanti grossisti che ci ordinavano dei fischietti. Ci è capitato di fare ordini di 200, 300, anche 1.000 Cola Cola. Anche se per me prendere le ordinazioni dei pezzi è come una condanna, perché poi sono obbligato a modellare certe cose e non posso fare quello che piace a me.
Gli stessi monaci di Picciano ci ordinavano dei fischietti per venderli ai pellegrini. Una volta il capo dei monaci del santuario ci ordinò 1.000 Cola Cola. I pezzi erano stati consegnati da mesi, ma i soldi del pagamento non arrivavano. Noi avevamo bisogno di questi soldi, così un giorno decidemmo di andarlo a cercare. Lo trovammo in chiesa che stava confessando i fedeli. Non potevamo aspettare che finisse, anche perché c’era una persona che ci aveva portati fin li in macchina. Così mi misi in fila con quelli che si dovevano confessare, ed arrivato il mio turno mi feci coraggio e gli parlai subito dei soldi. Dissi: Padre, avremmo bisogno che lei saldasse quel debito. Ma visto che c’ero mi sono anche confessato.”

L’origine della Cola Cola
In base ai ricordi di Beniamino ed alle testimonianze della sua famiglia, si può affermare con certezza che le Cola Cola siano state prodotte per lo meno da 3 le generazioni della famiglia Loglisci precedenti a quella di Vincenzo e Beniamino.
Tra i paesi delle Murge vi è poi una rivalità che ha origini antiche rispetto a quale centro abbia incominciato per primo la produzione di fischietti (anche a Matera di producono da generazioni i Cuccù, e Altamura aveva i suoi Bubbù), e Beniamino da parte sua rivendica la primogenitura di Gravina e della sua famiglia nell’avere dato origine a questa tradizione.
"Le radici della Cola Cola sono a Gravina, e in particolare nella famiglia Loglisci. Noi siamo stati i primi, è stato un nostro brevetto. Non sono sicuro chi della famiglia ha iniziato a farli. Posso dire con sicurezza che li producevano mio Padre e mio Nonno, perché me lo ricordo. Però mio Padre mi parlava anche della produzione del mio Bisnonno. Diceva sempre che anche lui si dedicava a fare queste cose qui. E quindi sono almeno 4 generazioni.
A Gravina c’erano tanti fornaciai che facevano mattoni, recipienti e altre cose. Ma la Cola Cola non l’ha fatta mai nessuno, c’erano solo i fratelli Loglisci. Si, qualche fornaciaio ha provato a fare le Cola Cola, ma non in maniera continuativa.

Oggi nei paesi vicini c’è molta gente che fa la Cola Cola e pretende che sia nata ad Altamura, Matera, eccetera. Mio fratello si arrabbiava per queste bugie, ma io gli dicevo: non ti arrabbiare, tanto noi dobbiamo morire, meglio che gli altri imparano! La cosa che mi da fastidio è quando vedo fare la Cola Cola con dei colori strani. La Cola Cola deve avere i colori tradizionali!

Il nome della Cola Cola ha una origine strana. Nel dialetto di Gravina chiamiamo cola cola la gazza ladra, e i nostri antenati le dettero questo nome. Ma la Cola Cola che facciamo noi non ha niente a che vedere con il canto della gazza, assomiglia più al cuculo, che fa cucù, cucù. Però ormai il nome è tradizionale e noi non lo possiamo più cambiare."

Tra fischietti popolari, “stranezze” e sculture
I fratelli Loglisci hanno sempre continuato a riprodurre in maniera fedele, pur all’interno di un repertorio più ampio, gli stessi modelli di fischietti che gli erano stati insegnati dal Padre. E’ ragionevole pensare che queste tipologie di fischietti siano state riprodotte sin dalla metà del XIX secolo senza variazioni significative, se si eccettua l’aggiunta di un piedistallo (anche qui si tratta di una conseguenza della trasformazione da oggetto destinato a durare pochi giorni a pezzo da collezionare).

"I soggetti più tradizionali, quelli che portavamo a Picciano, erano: la Cola Cola classica[4] e fatta in tante altre forme, e poi il gallo, l’uccellino, il carabiniere, la trombetta semplice o arrotolata.
La Cola Cola era un giocattolo per bambini, che si metteva in tasca. Quindi all’epoca la facevamo senza il piedistallo, altrimenti in tasca non c’entrava. Anche il carabiniere allora era senza piedistallo. Ora ci sono di nuovo richieste di Cola Cola senza piedistallo, perché è un modello antico.
[5]

In tanti mi chiedono dei pezzi di Nonno o di Papà, ma non ne è rimasto nessuno. Non pensavamo che avrebbero avuto un valore, che un domani li avrebbero cercati. Quando è scomparso mio fratello Vincenzo, invece, volevo che mi rimanesse qualche suo ricordo. Ho preso 20 pezzi suoi e li ho messi da parte in uno scatolone. Un suo pezzo grande è nella sala che utilizziamo per l’esposizione dei pezzi in vendita. In molti lo vorrebbero comprare, e insistono spesso. Ma non è in vendita.

Come avvenuto per altri autori di fischietti, negli ultimi decenni, le richieste da parte di collezionisti e cultori di arte popolare hanno spinto i fratelli Loglisci ad aggiungere nuovi modelli alla loro produzione tradizionale.
Entrambi si sono dedicati a pezzi di grandi dimensioni, a volte anche molto barocchi e ricchi di soggetti e forme decorative Sopratutto Beniamino ha poi dato inizio ad una produzione di sculture in terracotta spesso senza il modulo sonoro. I soggetti di queste sculture sono di vario tipo: satirici, zoomorfi, riproducenti monumenti di Gravina e mestieri tradizionali, e così via.
L’estro artistico di Beniamino ha poi dato origine ad una serie di soggetti sempre nuovi e bizzarri – spesso animali fantastici - identificati nella famiglia Loglisci come “le stranezze”.

“I fischiettii grandi-grandi li abbiamo iniziati solo negli anni ’60. La maggior parte erano fischietti piccolini, ma quelli di medie dimensioni li abbiamo sempre fatti.
Una delle “stranezze” di Beniamino (foto T. Festa)
Vincenzo probabilmente era più bravo di me a fare le Cola Cola classiche, ma non era molto portato per le sculture.”

Non si può in fine non citare una produzione di cui i fratelli Loglisci hanno sempre parlato con molta discrezione, ma che rientra a pieno titolo tra i filoni più autentici dell’arte popolare: quella dei soggetti erotici – fischianti e non.

Nostro padre Giuseppe
Beniamino parla del padre Giuseppe,[6] - il maestro dal quale lui e suo Fratello hanno imparato sin da piccolissimi a modellare la creta - con affetto che sconfina nella devozione.
“Papà era più bravo di me e mio fratello a fare i fischietti. Ed in fondo è una cosa normale, perché veniamo da lui. E’ lui che ci ha insegnato tutto. Può succedere ad un allievo di superare il maestro, ma credo che noi non ci siamo mai arrivati.
Oltre a fare i fischietti, mio Padre ha fatto tanti tipi di lavori. Però la Cola Cola non l’ha mai abbandonata, faceva tutte e due le cose.
Da giovane, quando si sposò, aveva uno studio fotografico. E’ stato il primo ad aprire uno studio fotografico a Gravina. Era anche decoratore, a differenza di me e mio Fratello che siamo stati semplici imbianchini. Faceva anche un po’ di lavori umili, tipo quelli che abbiamo sempre fatto anche noi.
Poi durante la guerra del 15-18 fu richiamato nell'esercito, e si fermò sotto le armi per 3 anni. In sua assenza non avevamo soldi, e mia Madre per disperazione si vendette tutti i macchinari da fotografo. Quando tornò dalla guerra aveva una gamba e un braccio rotti. E c'è da dire che
anche tornando dalla guerra in quelle condizioni non ha goduto mai di una pensione. Sono cose incredibili!

Tornato dalla guerra mio Padre ricominciò a fare i fischietti. Aveva una ferita alla gamba che non è mai guarita, faceva avanti e indietro dall’ospedale perché spesso si infettava. E poi aveva un braccio piegato, ma piano piano qualcosa riusciva a fare.

Quando ho iniziato a fare i fischietti avrò avuto 6-7 anni. Succedeva molte volte che andavo a disturbare mio Padre mentre lavorava e gli dicevo: “Papà, questo non fischia”. Io mi innervosivo quando non riuscivo a fare le cose, e mio Padre mi spiegava che le cose si fanno piano piano, non puoi imparare tutto in un giorno. E diceva: “vedrai che piano piano farai anche tu come me”. Ed infatti...”.

I mille mestieri delle Murge
Per buona parte della vita dei fratelli Loglisci, la vendita dei fischietti ha rappresentato solo uno dei tanti espedienti con cui la loro non agiata famiglia riusciva a tirare avanti. Vincenzo e Beniamino non si sono certo risparmiati nell’inventarsi mestieri ed stratagemmi di sopravvivenza. Per tirare avanti potevano contare solo sulla loro abilità manuale e sulle risorse offerte dalle Murge, un territorio con cui hanno sempre avuto un attaccamento viscerale.



"Con i fischietti non ci vivevamo. E quindi per guadagnare qualcosa abbiamo fatto i fungaroli, i boscaioli, persino i tombaroli “alla clandestina”. Siamo stati anche emigranti in Germania e imbianchini per il Comune: per 10 anni abbiamo imbiancato tutte le scuole di Gravina.
Ma non è che abbandonavamo il lavoro dei fischietti. Magari andavamo a fare questi lavori fino alle 11 o le 12. E poi venivamo al laboratorio a lavorare.

Da quando avevo 5 o 6 anno sono andato con mio fratello sulla Murgia. Abbiamo fatto i fungaioli, abbiamo raccolto il carbone, la carbonella, la legna. Abbiamo fatto le lumache, la cicoriella, la cicoria. Facevamo tutti questi lavori umili.
Quando andavamo a fare i funghi sai quante volte dicevo a mio Fratello: “Vincenzo, ti do 50 lire, 100 lire, se porti tu i miei funghi a casa.” Quando dovevo rincasare mi vergognavo a passare dal paese con questi funghi sulle spalle, perché molta gente ci guardava male. Come se fossimo dei vagabondi, come se avessimo fatto qualche furto. Io a vedere questa gente che mi guardava così mi vergognavo, e allora davo i funghi a mio Fratello. Mio fratello invece niente, la vergogna non la conosceva proprio, e si prendeva i miei funghi. Anzi era orgoglioso, perché portava più funghi: i miei e i suoi.
La raccolta dei funghi abbiamo continuato a farla sempre. Anche quando economicamente non era più necessario. Fino a 2 o 3 anni fa ci sono sempre andato: perché sono un trovatore di funghi. E mi piace anche mangiarli.

Sono stato anche agricoltore. Per oltre 20 anni ho curato un mandorleto sulle Murge appartenente a una persona ricca del paese. Tutto è iniziato quando per caso passai vicino a questo terreno e notai che non era curato. Era già stagione di raccolta eppure i frutti erano sugli alberi e si sarebbero presto guastati. Allora mi informai su chi era il proprietario e alla fine riuscii a rintracciarlo. Gli proposi di fare il mezzadro per lui, occupandomi di tutti i lavori agricoli per poi dividere il ricavato. Lui mi rispose che non gli interessava, che potevo sfruttare il terreno e che non gli avrei dovuto dare nulla in cambio. Gli chiesi di darmi un documento scritto, perché non volevo rischiare di passare qualche guaio: chiunque avrebbe potuto scambiarmi per un abusivo! Lui inizialmente non voleva sentirne di mettere qualcosa per iscritto. Lo ringraziai e me ne stavo già andando quando mi richiamò perché aveva cambiato idea. Venne fuori che era un mio ammiratore, così lo pagavo in fischietti. Nel senso che ogni tanto gli portavo dei miei pezzi. Non ero costretto, lui effettivamente non voleva nulla. Ma preferivo così.

Oggi la Murgia è stata tutta devastata, spietrata. L’hanno distrutta per i soldi: nel 1948 hanno iniziato a spietrare perché i contadini ricevevano dei soldi per ogni ettaro di terreno reso coltivabile. Dovevano seminare il grano, ma non è stato mai fatto. Magari facevano finta di seminare per un anno in modo da prendere i soldi e poi abbandonavano tutto. E non ci sono neanche più i pascoli perché gli animali non hanno più niente da mangiare.
La verità e che prima c’era un ricavo dalle Murge: c’erano dei pascoli, le pecore, le mucche. E poi si potevano fare i funghi.
Infatti era consuetudine da queste parti che quando si aveva un debito e il debitore ti chiedeva: “Beniamino, quando è che vieni a saldare?” E il debitore rispondeva: “Quando viene la stagione dei funghi.”
Adesso che le hanno distrutte, le Murge non servono più a niente.

Quando ero giovane e andavo a fare i funghi coglievamo 10, 15, 20 Kg in un giorno. Adesso non c’è più niente: per fare 1 - 2 kg devi girare tutte le Murge. E devi essere anche una persona esperta, che conosce bene i posti. Se va uno che non capisce niente non trova neanche un fungo.
E quelli che vanno alla Murgia oggi sono tutti dottori, ingegneri, avvocati. Invece quando andavamo noi era come andare a rubare, perché era un lavoro troppo umile. Vedi il mondo come si è capovolto!”


La Germania
Beniamino ha vissuto anche una lunga esperienza di lavoro come emigrante in Germania. Durante gli anni ‘60 la sua presenza a Gravina è stata molto saltuaria, e buona parte del lavoro di produzione dei fischietti è stato portato avanti dal fratello Vincenzo.

“Ho lavorato per più di 10 anni in Germania. Per andarci, io e mio Fratello dovemmo fare una selezione. La prima volta siamo andati a Bari a passare una prima visita. Dopo un mese ci hanno chiamati a Napoli, dove ci siamo fermati per 3 giorni. Non c’erano dottori italiani, ma tedeschi. Ti facevano una visita dai piedi alla testa, e quando trovavano una minima sciocchezza dicevano: “Questo qui non può partire”. Solo da Gravina eravamo un gruppo di 115 persone, e soltanto in 12 siamo riusciti a partire per la Germania.
Per noi tutto è andato bene, e nel 1960 siamo partiti. Mio fratello è stato poco tempo in Germania: sarà venuto 10 volte ma faceva 1 settimana- 2 settimane di lavoro e poi tornava a casa. Ma io mi sono fermato 10 anni. Però il lavoro della Cola Cola non lo abbiamo mai abbandonato. Io pensavo a guadagnare qualcosa in Germania, e mio Fratello stava sempre qui per non abbandonare il lavoro.

Nel 1960, il primo lavoro è stato in una fornace che faceva le tegole, i mattoni, tutto materiale da costruzione. Poi quando è finito il contratto me ne sono andato, perché mi facevano lavorare sempre all'esterno, alla scavatrice. Prendevo sempre la pioggia, la neve, il vento. Invece prima di partire da Napoli avevo firmato un contratto che diceva che dovevo lavorare dentro la fabbrica. Quando lo dissi capo lui rispose: “e chi ci metto a lavorare fuori?” “ E proprio a me ci metti?” Così ho rotto il contratto.
Poi sono stato a Colonia per un anno. A Stoccarda mi sono fermato per 6 anni lavorando presso la Mercedes. Era un lavoro abbastanza leggero rispetto alle altre cose che ho fatto, ma molto pericoloso. Si trattava di sostituire le lampade fulminate della fabbrica. Bisogna tenere presente che la Mercedes era una fabbrica così grande che per i primi anni mi serviva una cartina per orientarmi. E quindi c’erano tutti i giorni delle lampade da sostituire. Il pericolo stava nel fatto che per sostituire le lampade non si poteva staccare la luce, altrimenti si sarebbe fermata la produzione. Dopo un po’ si fidavano di me al punto da farmi capo squadra, con 5 o 6 operai alle mie dipendenze. Erano soprattutto italiani, turchi, spagnoli. Capirsi con tutte queste lingue e spiegare come andava fatto il lavoro era sempre un’impresa. E gli operai cambiavano molto spesso, perché si rendevano conto che il lavoro era pericoloso. Ed allora mi toccava ricominciare tutto da capo e spiegare il lavoro ai nuovi arrivati.

Sono sempre stato curioso di conoscere il tedesco. Chiedevo sempre che mi spiegassero il significato delle nuove parole. E infatti dopo 10 anni da emigrato parlavo il tedesco come l’italiano, che nel mio caso vuol dire che lo parlavo male, perché anche in italiano faccio molti errori. Però mi facevo capire bene. Invece c’era gente che anche dopo 20 anni in Germania non riusciva a comunicare. E spesso capitava che mi chiedessero di fare da interprete per dire qualcosa al padrone.”

Le mie cazzate
Beniamino mostra una notevole dose di autoironia quando ci racconta di alcuni errori del suo passato, dovuti alle intemperanze giovanili ed alla testardaggine.

“Ho sempre voluto lavorare, la scuola per me era un inferno. E poi era necessario che guadagnassi qualcosa per aiutare i genitori, quindi di scuola ne ho fatta davvero poca.
Se ho imparato qualcosa devo dire grazie al servizio militare, perché ho fatto 7-8 mesi di scuole serali quando ero sotto le armi. Il militare l’ho fatto nel ’51 a Palermo e poi a Udine, in totale 18 mesi.
Sono arrivato che non sapevo fare neanche la mia firma. Poi mi hanno detto che dovevo imparare a leggere e scrivere, altrimenti non mi davano la libera uscita e dovevo pulire i bagni tutti i giorni.
Se non fosse stato per le punizioni non mi sarei mai convinto. Inizialmente facevo addirittura dei disegni pornografici sul quaderno per farmi cacciare via dalla classe! Ma ora devo dire: per fortuna che ho fatto il militare!
Per fare cazzate mi sono congedato dal servizio militare con molti mesi di ritardo. Mesi che ho passato in galera: una volta mi hanno dato un mese, una volta 20 giorni, una volta 25…Parliamo della camera di sicurezza, non della semplice consegna, che è il divieto di uscire dalla caserma. Mi lasciavano in questa cella che aveva solo un letto di legno e un cuscino di legno inchiodato. Dentro è tutto scuro, e ci stai da solo. Entri nella cella e ti chiudono la porta dietro, e tu devi cercare il letto a tentoni.

Ho provato anche le prigioni civili, che erano più o meno simili. Ci sono stato sempre per causa di cazzate. Una volta ad esempio è stato per una lite.
La prima volta che ho conosciuto una camera di sicurezza stavo aspettando la cartolina per partire militare. Arriva una cartolina dei carabinieri e pensavo che fosse quella. Invece quando mi presento da loro mi mettono in camera di sicurezza. E io che chiedevo: “Ma almeno posso sapere che ho fatto, di che si tratta?” Alla fine viene fuori che si trattava di una multa non pagata per un magazzino che avevamo ad Altamura tra il '48 ed il '50. Dovevamo pagare 5.000 lire, e si trattava di una bella cifra per noi, dato che allora un operaio ne guadagnava 4-500 al giorno. Comunque non avevamo una somma simile, così mia Madre andò in giro a chiedere aiuto ai conoscenti per mettere insieme i soldi.

Ma ora basta parlare di queste cose. Alla gente forse interessa più dei miei fischietti che delle cazzate che ho fatto nella vita!”

La creta nel sangue
Anche oggi che è un uomo anziano, Beniamino mostra di avere un attaccamento istintivo e viscerale a quelle che sono le passioni che ha coltivato per una vita: modellare la creta e girare in lungo e in largo le sue Murge.
“Anche se un giorno io non vengo qui al laboratorio il mio pensiero sta sempre qui. Ma non vengo qui perché voglio guadagnare: ci verrei anche se non guadagnassi niente. Mi sento il lavoro proprio nel sangue. La domenica quando non lavoro e sto a casa le ore non mi passano mai.
Lo stesso mi succede per la raccolta dei funghi: stare lontano dalle Murge mi fa star male. E' l'accanimento di quando una cosa l’hai fatta da bambino e allora ti piace.

E poi usare la creta per me non è solo un lavoro ma una mania, un’esigenza fisica. Quando ero sotto le armi come artigliere un giorno stavamo facendo una esercitazione all’aperto con un cannone. Finsi di dovermi allontanare per andare al bagno, ma in realtà avevo notato che c’era della terra argillosa che si poteva lavorare. Modellai con questa terra trovata sul posto un cannone e lo portai agli altri soldati. Ero timoroso, non sapevo come avrebbero reagito, se sarei stato punito. In realtà furono tutti molto divertiti. Il mio sergente volle assolutamente conservare il mio cannone.

Quando ero alla miniera in Germania, invece, utilizzavamo un monta carichi per mandare su la merce ai clienti. A volte insieme alla merce mandavo su dei falli di creta modellati da me. E i miei colleghi su non capivano mai da dove venissero questi falli. Anche se dopo un po’ mi sa che hanno capito che venivano dall’Italia!”

Oggi le Cola Cola possono essere considerate forse il simbolo più riconoscibile del fischietto popolare,[7] e i Loglisci sono tra i pochissimi autori a non poter mancare in nessuna collezione, mostra, pubblicazione sui fischietti. Ma il mondo della ceramica sonora sta loro stretto, dato che Vincenzo e Beniamino hanno esposto i loro pezzi in gallerie d’arte importanti e sono oggi considerati artisti naif di grande sensibilità ed espressività.

NOTE
[1] P. Piangerelli (cur.), La Terra, il Fuoco, L’Acqua, il Soffio – la collezione dei fischietti di terracotta del Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari, Edizioni De Luca 1994. Il testo cita le ricerche in tal senso del Prof. Enzo Spera e di A. Caudela.
[2] Raffaele Loglisci vive e costruisce i suoi fischietti a Gravina. Hanno imparato a modellare Cola Cola dai fratelli Loglisci anche Michele Colonna, un nipote che tuttavia ha attualmente smesso la produzione, ed Antonio Seidita, che tuttora frequenta il laboratorio di Beniamino.
[3] Probabilmente la prima mostra di cui i fratelli Loglisci furono protagonisti grazie al fotografo e ricercatore di tradizioni popolari Carlo Garzia fu “I Grandi Esclusi - ”, tenutasi nel 1978 presso la Pinacoteca Provinciale di Bari.
[4] A quanto afferma Beniamino, la Cola Cola classica rappresenterebbe non un gallo, ma una gallina.
[5] In effetti in questo tipo di Cola Cola il piedistallo era sostituito da un capezzolo che facilitava l’impugnatura del fischietto.
[6] 1890-1964
[7] Il più importante museo dedicato ai fischietti, il Museo dei Cuchi di Cesuna (Vicenza) ha adottato il Cola Cola come proprio logo; la Camnera di Commercio di Bari lo ha utilizzato come esempio di prodottodi eccellenza dell’artigianato pugliese, così via.


FOTO

1. Beniamino Loglisci nella sua casa (foto T. Festa)

2. Cola Cola classici (foto M. Trulli)
3. Beniamino modella una Cola Cola (foto M. Trulli)
4. Pennelli autocostruiti (foto O. Chieco)
5. Forme di fischietti antiche: Cola Cola con "capezzolo", uccello, carabiniere, gallo, tromba (foto M. Trulli)
6. Grande Cola Cola di Vincenzo (foto T. Festa)
7. Cola Cola ancora da dipingere (foto M. Trulli)
8. Scultura a tema erotico (foto M. Trulli )



I testi sono di Massimiliano Trulli massitrulli@gmail.com, vietata la riproduzione

lunedì 2 maggio 2011

Le Botteghe della Ceramica Sonora - Le Sculture fischianti del gruppo Sprout

“Il seme, sepolto nella terra, apparentemente muore, ma ogni primavera si ridesta a nuova vita per dare vivi frutti.” E’ questo l’incipit del Manifesto del gruppo Sprout, sodalizio artistico tra due talentuosi ceramisti con un’autentica passione per la ceramica sonora: Denis Imberti e Stefano Tasca.
Tra i costruttori di fischietti in terracotta, quella del gruppo Sprout è senza dubbio un’esperienza singolare da molti punti di vista: per l’originalità dei loro pezzi, per la giovane età dei suoi membri, e per la stessa scelta di presentarsi come collettivo.

E’ Denis a spiegarci come nasce Sprout ed il perché della scelta di questo nome: “Sprout – che significa germoglio in inglese - è nato nel 2008. Io e Stefano venivamo da un’altra esperienza che è durata 7 anni, quella del gruppo Seme, fondato da noi due con un altro ceramista. Il gruppo si è sciolto per motivi disparati, che non stiamo neanche qui a sondare. Si è deciso che il seme si era rotto, e ci siamo detti: qui o spunta il germoglio o si muore. E abbiamo provato a far spuntare il germoglio io e lui .
La nostra idea è comunque di ragionare in prospettiva, per cui tra 7 anni fonderemo un altro gruppo che sarà l'evoluzione del germoglio. Il 7 d'altronde è anche un numero particolare: pensiamo ad esempio al ciclo di rigenerazione delle cellule; ed è anche un numero mistico, magico
”.

La scelta di lavorare come gruppo, nasce dall’esigenza di un continuo confronto artistico, nella convinzione che questo possa favorire un arricchimento reciproco e rappresentare un valore aggiunto dal punto di vista creativo. Racconta Stefano: “Noi non abbiamo questa esigenza dell’individualità, per cui chi di noi idea un pezzo se lo deve finire da se. Invece tra noi c’è proprio questa versatilità di ruoli, che si intrecciano continuamente. Nella costruzione di un pezzo succede spesso che Denis si occupi della forma, e poi magari intervenga io con la pittura. O vice versa. E poi un pezzo viene fatto a più mani, anche dal punto di vista progettuale”.

Denis e Stefano sono ceramisti completi e tecnicamente capaci. Spesso lavorano su pezzi di medie e grandi dimensioni, ma sempre fischianti. Per loro non esiste insomma la distinzione fatta da molti loro colleghi ceramisti tra fischietto e scultura, tra oggetto fatto in serie a cui aggiungere il modulo sonoro e pezzo importante: “I nostri pezzi suonano tutti. Nel nostro lavoro il fischietto è un fattore centrale. Non è un fatto accessorio, o una firma, fa parte proprio dell’opera. In quasi tutte le culture vi è l’immagine di Dio che soffia nel fango e da la vita. Quindi il fischio è per noi una sorta di immagine della creazione”.

Tra arte e artigianato
I fondatori di Sprout sono ben consapevoli delle difficoltà che deve affrontare chi voglia fare ceramica oggi. Difficoltà che non sono legate solamente al preoccupante calo di interesse e investimenti pubblici e privati in campo artistico, ma anche a una sorta di pregiudizio che colpisce da sempre la ceramica in quanto tale. Rispetto a chi dipinge ad olio o scolpisce in marmo, ad esempio, il ceramista viene immediatamente associato alla figura dell’artigiano piuttosto che a quella dell’artista.

Denis: “E’ difficile fare ceramica oggi, c'è poca considerazione, sensibilità. Noi andiamo avanti senza finanziamenti, per passione. Facciamo anche altri lavori, dobbiamo auto finanziarci, cercare di trovare degli sbocchi. Non è facile però insomma lo si fa perché ti sostiene la passione. Una passione porta con se tutte le conseguenze negative che ogni passione ha. Può anche essere molto distruttiva. E porta anche delle conseguenze positive: ti da una grande energia.

Poi c'è tutta una ambiguità legata allo scambiare la ceramica per il lavoro del fare le stoviglie, sopratutto in questa terra dove si è prodotto molto dal punto di vista industriale. Ci troviamo su un terreno molto confuso a metà tra l'arte e l'artigianato: gli artigiani ti dicono che sei un artista, e gli artisti che sei un artigiano. Ognuno cerca di scalzarti dal proprio posto
”.

I maestri del Germoglio, da Picasso a Rigon
Durante la nostra chiacchierata, il gruppo Sprout non trascura di rendere un riconoscimento sia a coloro che sono stati i suoi maestri diretti che agli artisti che hanno fatto comunque da punto di riferimento per la sua crescita artistica:

Denis: “Abbiamo fatto l'Istituto d'Arte di Nove, e di questa scuola vogliamo sicuramente menzionate due figure. La principale l’insegnante che ci ha attaccato questa “malattia” del soffio nella creta, che è Francesco Rigon. Anche lui è un costruttore di fischietti, per me uno dei più bravi.
L'altra figura importante è stata per noi Antonio Bernardi, un artista anche lui della zona. Fa fischietti ma non principalmente. Ci hanno dato un po’ il segno, il solco del percorso.

Indirettamente abbiamo preso molto anche da Federico Bonaldi, anche perché lo stesso Rigon tra i grandi maestri della tradizione novese, come Pianezzola, Tasca e Bonaldi, predilige quest’ultimo. Per i suoi fischietti non si è ispirato tanto all’operazione di Tasca di usare la trafila, quindi il mezzo meccanico, per fare cose artistiche. Né a quella di Pianezzola che è molto legata a certe sperimentazioni anche con il colore. E’ più legato all’esperienza di Bonaldi, quindi alla tradizione popolare. Ovviamente con un suo personale percorso di innovazione.

In senso più ampio le nostre figure di riferimento sono senz’altro Picasso ma poi anche Gaudì. Ultimamente anche Arcimboldo e Bosch, anche se riletti in una maniera particolare
”.

Reimparare ad usare le mani
Il Manifesto del gruppo parla di un tentativo di “superamento della ormai cinquantennale dittatura del manierismo della Pop Art e dei suoi derivati” e di una esigenza di “tornare a re-imparare l’antico lavoro manuale” senza fari scudo di “presunte superiorità del mondo intellettuale su quello manuale.”

Denis: “Oggi architetti e designer non sanno fare gli oggetti, se li fanno fare dagli artigiani. Si appropriano di cose che non hanno fatto loro, e magari hanno anche la sfacciataggine di firmare il pezzo: per esempio vanno in India, si fanno fare un manufatto, e lo ripropongono qua. Questo crea uno scollamento enorme, perchè va a finire che chi progetta non conosce più i limiti e le possibilità che ha la materia.

Il nostro tentativo è allora quello di generare una sorta di Neo-Rinascimento. Anche il Rinascimento è nato da abilità artigianali, perchè Michelangiolo era uno scalpellino, e lo stesso Caravaggio - che io ritengo ancora facente parte del Rinascimento più che del manierismo - era un decoratore di fiori. Questo non per fare i difensori del lavoro manuale a tutti i costi, ma credo che oggi si debba ripartire da qua, perché l’arte adesso è in una situazione di sovra-concettualizzazione. Siamo arrivati a concettualizzare anche il non senso, il niente. All’inizio questo non-senso concettualizzato aveva motivi anche di provocazione e di contestazione politica. Ma ora mi sembra che sia solo frutto di una certa faciloneria nel ripetere quello che è stato fatto da decenni anni a questa parte. La pop art di Andy Warhol avrà ormai 60 anni!

Questa iperconcettualizzazione può portare quasi a un nichilismo artistico, ad un’implosione della sensibilità. Rischi che ti blocchi, ti inibisci e non fai più nulla. Ti sale l’angoscia della pagina bianca. Credo si debba partire facendo un lavoro manuale, e poi riflettere nel mentre lo si fa e dopo che lo si fa, non prima. E quindi bisogna ricominciare a fare: bisogna ricominciare a piantare il peperoncino e non andarlo a comprare al supermercato, questo è il senso. E poi bisogna capire che la pianta ha bisogno di tempo, capire che la ceramica non si fa in un giorno ma si fa in 5, 6, 7, 8 mesi. Non siamo contro il concetto, ma contro a una sorta di manierismo che ormai ha assunto l’arte concettuale, che si ripete ormai da 60 anni a questa parte.
Quindi nel nostro processo creativo a far da padrone non è mai la mente ma il lavoro, la mano. Nel senso che quando lavori la terra, è la terra stessa a dirti: puoi arrivare fino a qua, puoi fare questo
”.

E probabilmente non è un caso se la casa che il Gruppo sta restaurando per farne il proprio laboratorio – in località Pozzoleone, nelle campagne del bassanese – è stata costruita personalmente dal Bisnonno di Denis. “Costruita con una sola mano” – precisa lui – “perchè nella prima guerra mondiale era stato colpito al polso”.

Tra arte globale ed elettronica
Centrale nell’esperienza percorso di Sprout – e prima ancora del gruppo Seme – è il percorso di ricerca che spazia tra forme e stili che vanno al di là del tempo e dello spazio, anche come forma di superamento dell’etnocentrismo occidentale.

Denis: “Picasso è stato il primo a rendersi conto che bisognava uscire dal solco dell’occidente, e quindi andare verso un’arte - mi si perdoni il termine - globale. Ora che siamo davvero in un mondo globalizzato perchè non sfruttarne gli aspetti positivi? Perché non cominciare a contaminare tutti gli stili del mondo?

L’arte africana non è ancora per certi aspetti definita tale, non è ancora catalogata e protetta. Ma se uno si ponesse il problema di inventare un naso, sappiamo che nell’arte africana c’è un serbatoio di creatività, di forme e di nasi che l’occidente a confronto appare veramente povero. Quindi credo che sia il momento per l’occidente e non solo di cominciare a incontrarsi, di cominciare a fare dei matrimoni multietnici dal punto di vista artistico. E già tutto il percorso del Gruppo Seme è stato un percorso di ricerca sull’arte mondiale, sulla contaminazione tra le arti e sulla trasformazione filtrata con la ceramica
”.

Stefano: “Ad esempio per una scultura possiamo ispirarci all’arte precolombiana o africana, o ad altre cose magari mescolate insieme. Questo è un prototipo che abbiamo fatto di una scultura dedicata al mare. Per la forma abbiamo preso spunto da un’ancora pre-romanica. Si trattava di ancore arcaiche fatte di pietra. E noi abbiamo usato questa forma riprendendo anche una decorazione di una pavimentazione romana che ricorda il movimento dell’onda. E’ venuta fuori questa statua che adesso vorremmo proporre a qualche città di mare per fare una scultura di tre metri. Sempre fischiante, facciamo fischiare tutto noi!”

Nel corso degli ultimi anni l’interesse per i modelli di altre culture e di altre epoche si è fuso con quella che il gruppo chiama “fascinazione” di oggetti provenienti dal mondo dell’elettronica, trasfigurati e trasformati all’interno delle loro sculture fischianti.

Denis: “Adesso stiamo facendo un’operazione un po’ diversa, che rappresenta poi la differenza fondamentale tra il gruppo Seme e il gruppo Sprout. Si tratta di fare entrare l’elettronica nell’arte, cosa che in Italia ha già fatto ad esempio Battiato in campo musicale.

Spesso ci siamo trovati di fronte ad oggetti di uso comune - ingranaggi, apparecchiature elettriche - che istantaneamente ci creano una fascinazione. Come un bambino che guarda la nuvola e ci vede una pecora, noi quando ci troviamo di fronte un ingranaggio oppure ad un chip, ci vediamo un volto, o un pezzo di corpo. L’idea che seguiamo non è però quella della de-contestualizzazione di Duchamp, ovvero l’operazione di prendere un ingranaggio di una macchina e metterlo fuori contesto. Il processo che cerchiamo di seguire è quello di trasformarlo, e questo attraverso il lavoro manuale e anche attraverso i limiti che la ceramica stessa ci pone. Ad esempio se io prendo un circuito da un vecchio libro di elettronica so che alcune cose con la ceramica non le posso riprodurre. Non solo, ma nel leggere quella immagine la mia stessa mente già elabora una semplificazione, procede alla scomposizione degli elementi, alla loro trasformazione, alla loro elaborazione
.

Così, dopo aver fondato il gruppo Sprout abbiamo cambiato il punto di vista della ricerca. Mantenendo però il tipo di percorso: non è che abbiamo perso interesse per l’arte del mondo: c’è una contaminazione tra le due ricerche, ovviamente.

Ad esempio questo fischietto è una contaminazione tra una figura Maya nella parte superiore, e nella parte inferiore una sintesi, un’astrazione di una spina internazionale che aveva mio fratello.
Oppure quest’altro pezzo: quando abbiamo fatto l’impianto elettrico del laboratorio abbiamo trovato questa forma qua in una scatola di congiunzione. Siamo rimasti affascinati e abbiamo pensato: questo è quasi un volto meccanico. E abbiamo fatto questo fischietto dandogli una interpretazione coloristica particolare.”

Assemblatori di ingredienti altrui
Un'altra convinzione forte del Gruppo sta nel fatto che l’atto creativo non consista tanto nel creare qualcosa di nuovo, ma piuttosto nel riprendere e rielaborare in base alla propria sensibilità tecniche e stili di artigiani ed artisti che ci hanno preceduto – a loro volta forse copie o rielaborazioni di altre e più antiche fonti.

Denis: “Noi siamo come dei compositori: non abbiamo bisogno di inventare le note per fare la musica, ma di metterle insieme. Ad esempio possiamo coniugare una forma Maya con un labirinto preso da una cattedrale francese e con lo studio di una foglia d’edera. Anche Socrate con la maieutica faceva crescere dentro ai suoi allievi, compagni, interlocutori, una idea autonoma, che lui stesso non aveva mai avuto. Questo ci porta anche a capire che quello dell’originalità - problema ossessivo dell’occidente - è un falso problema.

Le opere di Omero o Shakespeare sono il risultato di un precipitato di oratori e poeti che hanno inventato storie e le cantavano. A un certo punto loro hanno attinto a questo serbatoio facendone delle opere d’arte.
L’arte ripete sempre il passato perché è legata col passato. La semplice operazione che un artista deve fare è rielaborarlo, metterlo al passo con i tempi, non credere di avere un colpo di genio di punto in bianco, senza spunti, per poi magari accorgersi di aver fatto una cosa già fatta 10 o 50 anni fa”.

Stefano: “Si, questa dell’originalità è un po’ una fissazione dei nostri tempi, che sono molto legati al concetto di novità. Quindi se fai qualcosa deve essere per forza nuovo, e di conseguenza c’è sempre la convinzione che l’ispirazione significhi creare ex novo”.

I nostri cuchi orfani
Singolare è la scelta dei titoli attribuiti ai pezzi realizzati, e soprattutto la modalità con cui questi vengono attribuiti a ciascuna opera.

Tra i titoli dei nostri cuchi troverai dei nomi e dei cognomi strampalati. Non ci sono opere che si chiamano “spazio infinito” o “frammenti”, ma piuttosto “Roy Lilin”, e cose di questo genere. Questo è per rivendicare che i pezzi una volta finiti non sono nostri. Hanno anche un cognome diverso dal nostro, acquisiscono una vita propria.

Questa operazione di nomina avviene in maniera dadaista, casuale. Prendiamo il Mereghetti, il dizionario di cinema, e componiamo cognomi e nomi aprendolo a caso. E’ una idea per staccare l’identità delle opere dalla nostra identità. E quindi è un’ idea che rimarca ancora di più il fatto che le opere sono una cosa e sono un percorso e il nostro è un altro. Non coincidono”.

Tra tradizione e innovazione
La proiezione verso l’arte del mondo non significa ovviamente disinteresse per la tradizione locale. Al contrario il Gruppo riprende e valorizza le tradizioni culturali e artistiche del territorio, viste non come una proiezione statica verso un passato idealizzato, bensì come testimonianza di radici solide da cui è possibile ripartire per un percorso di rinnovamento senza atteggiamenti di soggezione.

Denis: “Credo che il senso di un ritorno alla tradizione non stia in una adesione acritica o una idealizzazione di un passato che non c’è più. Questo ti può anche ingabbiare come in una bolla. Quindi non è che ci si deve fermare, bisogna arrivare a una re-invenzione della tradizione”.

Da notare che nonostante l’apparente vitalità della produzione di cuchi veneti, Stefano e Denis sono oggi tra i pochi produttori non anziani in circolazione.

Denis: “Quella dei cuchi rischia di essere una cosa che prima o poi si perderà. Siamo tra i pochissimi nel bassanese e vicentino sotto i 60-65 anni che li fanno con continuità. Credo che chi li fa una volta ogni anno o ogni due non si possa definire un costruttore di fischietti. In quei casi è un hobby”.

Tecniche ed alchimie ceramiche
Ovviamente le eclettiche sperimentazioni del Gruppo non si limitano alle forme, ma si estendono anche all’uso di materiali, colori, tecniche di cottura differenti.

Denis: “In alcuni pezzi usiamo materiale refrattario, in altri delle argille colorate. In alcuni casi abbiamo sperimentato la tecnica classica della ceramica smaltata, ma gran parte della produzione del Gruppo Seme è stata fatta con pittura a freddo, quindi con colori acrilici da noi auto prodotti con le polveri e con l’aggiunta di un collante. Abbiamo anche iniziato una sperimentazione con i colori ad olio.
A volte usiamo il forno a legna perché cerchiamo un effetto particolare, altre invece è un problema di dimensioni, perché per i pezzi grandi non ci sono forni a gas così alti. E’ molto difficile raggiungere le alte temperature in quei casi, considerato anche che dobbiamo arrivare non a 1.000 ma di 1.200-1250 gradi”.

Stefano: “Ad esempio qui a Nove c’è una scultura di 2 m fatta nel 2008 che sembra uno scarafaggio.. E’ un pezzo monolitico in ceramica ed è stato fatto con un forno a legna auto costruito. Siamo arrivati come temperatura a 1250 g. Lo abbiamo costruito noi e finita la cottura lo abbiamo smontato”.

Anche discutendo con il gruppo Sprout di tecniche di produzione, ritroviamo la consapevolezza che a volte è la materia a decidere per noi quale forma o quale colore definitivo debba avere un oggetto.
Denis: “La ceramica è un lavoro molto difficile, quasi più difficile che scolpire la pietra. Certo, lo scultore della pietra può solo togliere materia, mentre il plasmatore che usa la terra aggiunge e toglie a suo piacere. Però con la ceramica c’è l’elemento del fuoco, e con il fuoco tu chiudi il forno e non sai se ti viene fuori una cagata o una bella cosa. Se metti nel forno cose semplici viene fuori una reazione prevedibile, ma se cominci a fare delle forme complesse ci possono essere delle sorprese. E quel colore li che ti esce fuori non sarà mai riproducibile, perché non potrai ricreare le medesime condizioni”.

Stefano: “Ad esempio questa sorta di scimmia doveva uscire rosa. Mi ricordo benissimo: avevamo usato l’ossido di ferro, e quando lo usi ti viene fuori un rosa, o comunque un rosso mattone. Fatto sta che dopo la cottura nel forno a legna ci siamo trovati con questo verdino e proprio non riusciamo a capire il perché! La ceramica ha le sue alchimie!”

Note
Altre informazioni sul Gruppo e sulle sue opere sono reperibili al sito http://www.sproutarte.it/

Le foto, pubblicate per gentile concessione degli autori, si riferiscono nell’ordine alle opere seguenti:
1) Abel Falcon (cm 30 x 31 x 16) Colombino, Refrattario, Engobe, Forno a Gas 1040°, Sprout, 2008
2) Mina Robin's (cm 25 x 31 x 30) Colombino, Refrattario, Engobe, Forno a Gas 1040°, Sprout, 2008
3) Chloe Miho (cm 36 x 23 x 40) Modellazione a Mano, Refrattario, Acrilico, Forno a Gas 1040°, Seme, 2006
4) Roy Ilin Tree, 1° Classificato Vincitore della Mostra concorso Il Giardino Contemporaneo...sculture e istallazioni all'aria aperta nel paesaggio friulano (a cura di Mara Campaner) Country House Due Fiumi, Sacile: Pordenone, Sprout 2010
5) Robert Abbott, Modellazione a Mano, Refrattario, Acrilico, Forno a Gas 1040°, Seme, 2001
6) Gregor Samsa, Colombino, Refrattario, Engobe, Forno a Legna 1250°, Seme, 2007
7) Pasty Carole, Colombino, Refrattario, Engobe, Forno a Legna 1250°, Sprout, 2008.

I testi sono proprietà di Massimiliano Trulli massitrulli@gmail.com, vietata la riproduzione.

martedì 26 aprile 2011

I fischietti vincitori della Biennale di Canove

Il 24 aprile 2011 a Canove di Roana (Vicenza) si è inaugurata la X edizione della Biennale Internazionale del Fischietto in Terracotta.
Come sempre in questa manifestazione, la partecipazione di costruttori di fischietti è stata particolarmente ampia e qualificata. Sono stati oltre 170 gli artigiani e gli artisti partecipanti, circa la metà dei quali in rappresentanza di paesi esteri come Russia, Ucraina, Bielorussia, Danimarca, Israele, Portogallo, Ungheria, Lituania, Moldavia.

Questi i premi e le menzioni assegnate dalla giuria di esperti presieduta da Rolf Mari.


Primo premio a Olga BEZPALKOVIC (Ucraina)
Secondo premio a Claudio BONOTTO (Nove)
Terzo premio a Alberto CAVALLINI (Certaldo) Premio unico secondo tradizione a Benvenuto FECCHIO (Grillara)
Premio fischietto innovativo a Francesco RIGON (Nove)
Miglior fischietto straniero Elena YUKOVIC (Russia)
Segnalazioni e menzioni anche per ...
Tetiana PAVLYSHYN SVIATUN

Liceo Scientifico Belfiore di Mantova - Gruppo “Dammi un Fischio Scuola d’Arte del Bambino (Russia) Fabiano SPORTELLI (Bagnacavallo) Romes FURIAN (Galzignano) Lesya ROS’(Ucraina) Enrico STROPPARO (Marostica)

La Biennale sarà ancora visitabile fino al 15 maggio presso il Municipio di Canove. Dall’1 giugno al 30 settembre i pezzi saranno invece esposti presso la sede del Museo dei Cuchi di Cesuna, dove sarà anche possibile votare per l’assegnazione del premio della Giuria Popolare.

LinkWithin

Related Posts with Thumbnails

Ricerche maestre

Ricerche Maestre