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venerdì 31 ottobre 2014

I Maestri di Rapino: tra ceramica colta e galletti col fischio

Memorie e Suoni di Terra - conversazioni con i Maestri costruttori di ceramiche sonore

fischietti di Giuseppe d'Amore (coll. Grosso)
“Ricordo che da bambini aiutavamo i ceramisti quando facevano i boccali di San Rocco. Facevamo una specie di catena di montaggio per metterli fuori dalle botteghe ad asciugare, e poi la sera li rimettevamo dentro. Ed alla fine i ceramisti ci davano un fischietto, altre volte 10 lire, o magari un frutto. A pensarci erano abbastanza taccagni! Ma noi lo facevamo comunque volentieri, perché si trattava soprattutto di un gioco.”
Sono i ricordi di infanzia di Cesare Grosso. Le sue parole testimoniamo come ancora negli anni ’50 del secolo scorso Rapino fosse un vivace centro di produzione di ceramiche popolari e
fischietti.

Le botteghe ceramiche di questo paese in provincia di Chieti cominciarono la loro produzione verso la metà del XIX secolo, ed erano già in fase di declino nella seconda metà del XX. Una storia produttiva relativamente breve, eppure poco più di 100 anni erano stati sufficienti a farne uno dei centri di eccellenza per quanto riguarda la ceramica abruzzese, secondo per fama solo a Castelli. 
Per ricostruire la vicenda di queste botteghe ci siamo rivolti a due persone che la conoscono molto bene: Amato Bontempo - ultimo discendente di una delle più importanti dinastie di produttori locali – e Cesare Grosso – grande appassionato ed esperto di ceramiche e fischietti rapinesi.
Bontempo: “La ceramica fu portata a Rapino da uno dei Cappelletti, la nota famiglia di ceramisti abruzzesi. Si trasferì a Rapino e cominciò a fare ceramica ai primi dell’800. Di li sono nate diverse botteghe di ceramisti.[1]

Le famiglie principali di artigiani eravamo noi Bontempo, i Bozzelli, i Vitacolonna, i De Nardis. Tutte famiglie con relativi parenti e discendenti. I Bozzelli furono i primi: aprirono la bottega qualche anno prima di noi. Subito dopo arrivarono i Bontempo. Peraltro noi e i Bozzelli eravamo parenti. Tanto è vero che le botteghe erano attigue e c’erano degli ottimi rapporti.”

Grosso: “C’erano tre grosse famiglie di ceramisti: i Vitacolonna, i Bontempo e i Bozzelli. Anche i De Nardis hanno fatto ceramica per 2 o 3 generazioni. E poi si sono state tante altre botteghe che erano per lo più create da ex dipendenti di queste famiglie che si erano messi in proprio.”

Bontempo: “La famiglia Bontempo ha 150 anni di tradizione nella ceramica.[2] Il capostipite è stato mio Bisnonno. Si chiamava Bontempo Lorenzo, e fondò la bottega nel 1862. Dopo la morte di Lorenzo proseguì l’attività il figlio Giuseppe, che sarebbe mio Nonno. Poi ci sono stati mio Padre Andrea – che era cavaliere del lavoro - con gli zii Lorenzo e Alfredo. La mia è la quarta generazione.”

La produzione di queste botteghe era in bilico tra ceramica di uso comune - destinata ai ceti popolari - e raffinata –  ricercata della borghesia agiata.
Bontempo: “Mio Bisnonno inizialmente faceva le stoviglierie, quelle da fuoco. Poi piano piano, alla fine della sua attività, cominciarono a fare la maiolica, la ceramica smaltata.
Si faceva anche ceramica raffinata a Rapino. In Abruzzo era il centro ceramico più rinomato dopo Castelli.”

fischietto di Renato di Federico (coll. Grosso)
Grosso: “Ogni tanto da queste famiglie di artigiani emergeva un ceramista eccelso, che si dedicava soltanto alla ceramica colta.
I Bozzelli hanno avuto Raffaele Bozzelli, che sia dal punto di vista decorativo sia per la foggiatura è stato uno dei più bravi ceramisti di Rapino, se non il più bravo in assoluto. I Vitacolonna hanno avuto Antonino e Fedele, mentre da parte dei Bontempo il più bravo è stato Alfredo, che ha lasciato la ceramica prima della guerra ma ha continuato a livello hobbistico.”

Rispetto alla ceramica popolare, il prodotto-simbolo di Rapino è senza dubbio la brocca di San Rocco. Queste brocche venivano vendute durante la festa dedicata al santo che si teneva presso la chiesa campestre di Roccamontepiano, e si trattava di una delle principali occasioni di guadagno per le botteghe di ceramisti.
Grosso: “Il 30% della produzione ceramica -  forse di più - era costituita dai boccali con l’immagine devozionale di San Rocco da vendere per la festa contadina che si teneva ogni anno a Roccamontepiano. Tutti i ceramisti ne producevano migliaia, e lavoravano una buona parte dell’inverno per prepararsi a questa festa.”

Bontempo: “C’era una festa importante a Roccamontepiano, in provincia di Chieti. E’ la festa di San Rocco, che viene festeggiata il 15 e 16 di agosto. E lì andavano i ceramisti di Rapino a vendere i boccali con il Santo.”

Galletti e altre ceramiche fischianti

Ovviamente la produzione di ceramiche popolari di Rapino comprendeva i fischietti, realizzati nelle botteghe locali già a partire dall’800.
Grosso: “Bene o male tutte le famiglie di ceramisti di Rapino facevano i fischietti. I primi che si vedono a Rapino sono quelli dei Bontempo: la loro bottega già nel 1800 faceva fischietti, con Lorenzo Bontempo e poi con Andrea.”

Il galletto è senza alcun dubbio il fischietto più diffuso e riconoscibile di Rapino, ma in realtà la gamma di soggetti realizzati nelle varie botteghe è piuttosto vasta. Non mancano forme di animali diversi dal gallo, né figure antropomorfe come pastori e cavalieri. Vi erano poi fischietti religiosi: l’Abruzzo è infatti una delle poche regioni italiane in cui la devozione popolare si esprimeva attraverso statuine di santi e madonne con il fischio.[3] E’ In fine documentata la produzione di fischietti ad acqua, campanelle fischianti, trombette, flauti, ocarine.
Bontempo: “Il gallo è praticamente il fischietto tipico. Poi si facevano i gufi, il tacchino,  l’uccellino. Ma anche le pastorelle, i pastorelli e i santi. San Rocco poi è tipico perché lo facevano per la famosa festa. In quell’occasione, oltre ai boccali si vendevano i giocattoli per i bambini come le campanelle e i fischietti.”

Grosso: “A Rapino il fischietto ha prevalentemente la forma di animaletto, di galletto soprattutto. Si facevano pure fischietti ad acqua, ed erano vasetti realizzati al tornio che riproducevano le brocche tipiche. Poi si applicava il fischietto su un lato e si decorava con un uccellino posato sulla bocca del vasetto. Li facevano soprattutto Andrea Bontempo e Silvio Vitacolonna.”

Nonostante si trattasse di semplici giocattoli popolari, che dovevano avere un costo molto contenuto,  i fischietti di Rapino venivano sempre smaltati. Lo stesso avveniva d’altronde a Castelli e Loreto Aprutino, tanto da poter affermare che la smaltatura è una delle caratteristiche distintive del fischietto abruzzese.[4]
Secondo le ricercatrici del Museo Nazionale di Arti e Tradizioni popolari[5] questa particolarità è dovuta al fatto che in Abruzzo i fischietti fossero realizzati da veri e propri ceramisti - e non da  semplici vasai, come di solito avveniva in altre regioni italiane. I maestri ceramisti erano dunque portati per motivi estetici e deformazione professionale a usare tecniche più elaborate e dispendiose, anche a discapito della praticità.
fischietto religioso di Amato Bontempo
(coll. Museo dei Cuchi)
Bontempo: “A differenza dei fischietti  per esempio pugliesi, che vengono dipinti a freddo, noi li dipingiamo con gli smalti. E’ sempre è stato così, il fischietto di Rapino è sempre stato smaltato e maiolicato.”

Grosso: “I fischietti venivano sempre smaltati, quindi bisognava anche fare 2 cotture.”
La decorazione a smalto era ovviamente essenziale: nel caso dei galletti si trattava per lo più di poche pennellate per rappresentare il piumaggio o di un punto cerchiato a raffigurare l’occhio.

Altra caratteristica dei fischietti abruzzesi sta nel fatto che il modulo sonoro è quasi sempre aggiunto alla figura, spesso innestandolo sul piedistallo che fa da base al fischietto. Rari sono invece i fischietti “globulari”, ovvero le figure in cui il corpo del fischietto è cavo e fa da cassa di risonanza.[6]
Grosso: “Il fischietto era applicato. Era un corpo estraneo, aggiunto alla figura. Generalmente era applicato sulla base, in posizione laterale o posteriore.“

La funzione dei fischietti era in primo luogo quella di giocattoli per bambini, e in qualche caso si trattava anche di un dono di corteggiamento. In entrambi i casi, la commercializzazione avveniva principalmente in occasione delle fiere. In particolare, erano 3 durante l’anno le feste in cui era possibile smerciare un numero abbastanza alto di fischietti ed altri giocattoli in terracotta:
Grosso: “A Rapino i fischietti erano quasi esclusivamente un giocattolo che si dava ai bambini. E solo in qualche occasione diventavano doni per innamorati.

Le occasioni per vendere i fischietti erano tre durante l’anno: la festa della Trinità a Chieti - che si teneva a giugno - quella di Sant’Egidio a Lanciano - del 31 agosto - e quella di San Rocco a Roccamontepiano. Quella di Sant’Egidio era forse la più importante, infatti la chiamavano anche la fiera delle Campanelle e del Giocattolo. Ma in  tutte queste occasioni si vendevano campanelle e soprattutto fischietti. Inoltre sia alla Trinità sia a Sant’Egidio c’era questo scambio di doni tra innamorati: lui regalava a lei il galletto e lei ricambiava con una campanella.”

Ai fischietti rapinesi a forma di gallo è dedicata la monografia di Vito Giovannelli “I galletti con il fischio delle botteghe di Rapino”.[7] La pubblicazione prende in esame e confronta i galli realizzati dalle diverse botteghe e da varie generazioni di ceramisti di Rapino, traendone alcuni spunti interessanti.
il Maestro Amato Bontempo nella bottega di Francavilla
Confrontando i galli realizzati dalla fine dell’800 – epoca alla quale risalgono i più antichi pezzi ritrovati -  ad oggi,  Giovannelli dimostra come i caratteri formali del galletto si siano tramandati nel tempo in maniera sostanzialmente inalterata.

Dall’osservazione attenta dei pezzi, Giovannelli ricava inoltre una serie di informazioni sulle tecniche di modellazione alle quali i ceramisti ricorrevano. Anzitutto si può distinguere tra galli modellati interamente a mano e altri realizzati con l’aiuto di stampi. Per quanto riguarda i primi, sui pezzi si notano ancora le impronte provocate dalla pressione di pollice ed indice del ceramista. Si trattava di “pizzichi” assestati in maniera sapiente, e che servivano a “dar vita” all’animale alzandogli un poco la cresta, sollevando la coda, o evidenziando le zampe sul piedistallo. Sono proprio impronte digitali, correzioni, piccole imperfezioni a rivelare che si tratta di pezzi fatti a mano. Anche i pezzi ricavati da stampi di gesso venivano comunque ritoccati a mano: ad esempio per rendere il piumaggio, alcuni particolari anatomici come la coda venivano graffiati utilizzando un ferro a sezione circolare.
L’abitudine di intervenire sui fischietti realizzati a stampo, perfezionandoli e personalizzandoli, è confermata dalle testimonianze da noi direttamente raccolte.
Grosso: “Normalmente i galletti venivano fatti a stampo. Poi però i ceramisti li modificavano a mano, ad esempio girandogli il collo, la coda, eccetera.”

Bontempo: “Fare il fischietto è un lavoro lungo. Prima bisogna modellarli, perché lo stampo ti da il grosso, ma poi vanno rilavorati. Poi bisogna farli fischiare, e ci perdi tempo. Poi bisogna cuocerli. Poi smaltarli, e ricuocerli. non si finisce mai: mentre faccio un fischietto posso fare 10 piatti.”

Maestri ceramisti e umili artigiani

fischietto di Silvio Vitacolonna
(coll. Museo dei Cuchi)
E’ documentato come i più apprezzati ceramisti di Rapino modellassero i galletti col fischio. D’altronde non erano sempre i Maestri a occuparsi di questa produzione: anche in questo centro ritroviamo una serie di figure marginali che integravano il loro reddito grazie alla realizzazione dei fischietti. Si trattava ad esempio degli operai dediti alle mansioni più umili delle botteghe ceramiche, e persino dei loro familiari. E’ il caso di Luigi Fanelli detto “lu cignalette”, cavatore di argilla vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900. Per Fanelli la vendita dei galletti rappresentava addirittura il reddito primario; dopo averli modellati si rivolgeva ai vari ceramisti che possedevano una fornace per poterli cuocere. Realizzava galletti anche Lucia Cirotti, nata nel 1911 e moglie di un operaio della bottega Bozzelli.[8]

Anche moglie e figli dei ceramisti contribuivano alla produzione dei fischietti. Lo attesta una testimonianza riportata dalla già citata ricerca del Museo Nazionale di Arti e Tradizioni Popolari, [9] quella della decoratrice Antonietta De Nardis:“Io sono figlia di ceramisti, moglie di ceramisti, ed ho tenuto bottega fino a 5 anni fa. Quando era vivo mio marito io lo aiutavo sempre. I decori li facevo sempre io sui piatti, sui vasi, sulle brocche. Facevo anche i fischietti o più precisamente li coloravo. Spesso mi aiutavano i bambini. Noi facevamo il galletto come quello che di solito è dipinto sui piatti e sulle brocche (…)I fischietti però si facevano nei momenti morti per venderli alla fiera di Sant’Egidio a Lanciano o in qualche altra festa. Non è che si perdeva tempo a fare un forno solo di fischietti.

Quando invece erano i Maestri ceramisti a dedicarsi in prima persona alla produzione di fischietti, questo avveniva solo nei tempi morti, e senza togliere eccessivo spazio alla produzione più importante e remunerativa. Secondo varie testimonianze, per modellare i fischietti si utilizzavano le ore di veglia davanti alla fornace per la cottura dei pezzi. Lo conferma ad esempio Beniamino Vitacolonna,[10] maestro scomparso nel 1991. Oltre ad essere rinomato per le brocche di San Rocco, questo ceramista raccontava di aver realizzato anche tantissimi fischietti, modellati a mano nei tempi liberi della produzione principale, per esempio quando stavamo a controllare la cottura che poteva durare anche due giorni. Perché il caldo faceva venire sonno, e modellando il galletto io riuscivo a restare sveglio. Dopo era mia moglie che quando aveva un momento libero li dipingeva.”

fischietto di Beniamino Vitacolonna
(coll. Grosso)
Anche il maestro Amato Bontempo parla dei fischietti come di una produzione secondaria:  “I fischietti erano dei giocattoli che si facevano a tempo perso. Mio Nonno mi raccontava che si facevano durante la notte. Allora si cuoceva con i forni a legna, e bisognava fare fuoco tutta notte. E bisognava restare svegli, non è che ci si poteva addormentare. Allora per ammazzare il tempo facevano questi fischietti. Anche mio Padre ed io i fischietti li abbiamo sempre fatti il sabato o la domenica, per divertimento.”

Vi erano però delle eccezioni alla regola secondo la quale i Maestri ceramisti dedicavano ai fischietti una parte marginale del proprio tempo. Alcuni ceramisti finivano infatti per specializzarsi nella produzione di questi ed altri giocattoli in terracotta. Ce lo spiega Cerare Grosso: “Alcuni artigiani mostravano, comunque, una particolare passione per la realizzazione di fischietti e di altri giocattoli in ceramica, come ad esempio Silvio Vitacolonna.
Altre volte erano i ceramisti  meno dotati a dedicarsi prevalentemente ai fischietti ed agli altri giocattolii. Questi personaggi avevano quindi l’ingegno di recuperare proprio con queste cose: avevano alcune fiere durante l’anno dove poterli vendere, e questo dava loro una discreta entrata.”

Declino e rinascita delle botteghe e dei fischietti

Dagli anni ’50 si verificò in tutta Italia una crisi della produzione ceramica. A Rapino il declino fu particolarmente veloce, tanto che nel giro di pochi anni le botteghe diminuirono in maniera drastica.
Grosso: “A Rapino come altrove, il settore della Ceramica è andato in crisi nel secondo dopoguerra. Le ceramiche di uso quotidiano sono state sostituite dalla produzione industriale, che faceva un prodotto migliore e anche a costo inferiore. E gli artigiani nostri non sono stati in grado di fare il salto, cioè di trasformare la loro produzione da oggetto d’uso in oggetto artistico. Gli artigiani non erano pronti culturalmente a fare questo salto, né nessuno degli amministratori di allora li ha aiutati. Quindi arrivò la crisi e la chiusura delle botteghe.

I Bozzelli hanno smesso dagli anni ’50 di fare ceramica a Rapino. I Bontempo si sono trasferiti, e dagli anni ’60 hanno una manifattura di ceramica a Francavilla. Anche dei Vitacolonna non è rimasto nessuno.”

Dopo che a Rapino tutte le botteghe di più antica tradizione avevano chiuso i battenti, alcune famiglie di ceramisti riuscirono a continuare ancora a lungo la loro attività trasferendola in altri paesi dell’Abruzzo. Si tratta di un fatto forse paradossale, ma che contribuì in qualche modo a preservare la continuità della tradizione ceramica rapinese.
I Bontempo spostarono a Francavilla al Mare la loro bottega, condotta tutt’ora dal maestro Amato. Il maestro Gabriele Vitacolonna ha invece portato avanti la sua attività a Guardiagrele fino ad anni recenti, quando ha smesso per ragioni di età.

fischietto di Gabriele Vitacolonna
(coll. Museo dei Cuchi)
Bontempo: “Noi abbiamo continuato, ma ci siamo trasferiti. Mio Padre si trasferì prima a Fara Filorum Petri, dove ha lavorato per 10-12 anni. E dal ’62 siamo a Francavilla. C’erano più opportunità di lavoro che a Rapino, che nel dopoguerra era un paese completamente distrutto.”

Ovviamente alla crisi delle botteghe di ceramica si accompagnò il declino della produzione di fischietti,  che subivano la concorrenza dei nuovi giocattoli in plastica. Entro la metà degli anni ’70 non era rimasto più nessuno a Rapino a modellare i tradizionali galletti col fischio.
Grosso: “La tradizione del fischietto è scomparsa quando è scomparso l’ultimo ceramista che li faceva, Silvio Vitacolonna. Come ho detto, lui si era molto dedicato a fare fischietti e altri giocattoli.”

Nei decenni successivi la ceramica popolare ricominciò però ad acquistare interesse, per lo meno per una cerchia di appassionati. Anche rispetto ai fischietti in terracotta, negli anni ’90 si era ormai affermato in tutta Italia un movimento di rivalutazione, con la pubblicazione di monografie, la realizzazione di rassegne e lo sviluppo di un collezionismo specializzato.

Appassionati e ricercatori non tardarono a focalizzare la loro attenzione anche su Rapino, finendo per stimolare una ripresa della produzione. La rinascita dei fischietti rapinesi ha persino una data precisa, quella dell’8 maggio 1994: è questo il giorno in cui fu organizzato il convegno durante il quale Vito Giovannelli presentò la sua monografia sui galletti di Rapino.[11]
Grosso: “Nel 1994 nessuno faceva più fischietti. Erano rimasti solo un ricordo. Poi la presentazione del libro di Giovannelli ha risvegliato l’interesse.
Durante la presentazione del libro, realizzò alcuni fischietti Giuseppe D’Amore. A Rapino era l’ultimo artigiano ancora in vita ad aver fatto fischietti da giovane. Eppure nel libro non era stato nemmeno citato perché nessuno aveva segnalato questo artigiano a Giovannelli.”

Un ceramista che ha contribuito molto a rilanciare la produzione di fischietti è stato Gabriele Vitacolonna. In tarda età questo Maestro si è dedicato molto ai fischietti, conquistando un pubblico di appassionati e collezionisti. Pur prendendo le mosse dai soggetti tipici dei fischietti di Rapino – quelli appresi dal Padre – ne ha ampliato la gamma, realizzando un bestiario fantastico di ceramiche fischianti. Caratteristica dei fischietti di Gabriele Vitacolonna è la grande attenzione posta alla decorazione, sempre vivace e brillante e che utilizza raffinati accostamenti di colori.[12]

stampo in gesso della bottega Bontempo (coll. Museo dei Cuchi)
Altro contributo importante è stato quello di Amato Bontempo, che nel suo laboratorio di Francavilla continua tutt’ora a realizzare i fischietti tipici di Rapino. Questo ceramista è stato il primo a realizzare ceramiche fischianti di fattura più elaborata, come i galli di grandi dimensioni.

Anche le nuove generazioni di ceramisti rapinesi hanno preso a realizzare fischietti, che ora sono nuovamente presenti in varie botteghe di ceramica. 
Atipico è poi il percorso di Cesare Grosso, dipendente regionale con una grande passione per la ceramica. Solo in età adulta si è interessato ai fischietti, ed ha cominciato a produrne a livello amatoriale. Alcuni dei suoi pezzi riprendono le forme tipiche dei fischietti rapinesi, mentre in altri casi realizza forme di sua invenzione. Nel giro di pochi anni è diventato un produttore apprezzato non solo a livello locale, entrando nelle principali collezioni e ricevendo riconoscimenti importanti nell’ambito delle rassegne dedicate alla ceramica fischiante.[13]
Grosso: “Il fischietto è un oggetto della mia infanzia, come ho già detto. Poi, a distanza di 30 - 40 anni, quel convegno in cui parlava di ceramica fischiante mi ha risvegliato la memoria. Mi sono detto: perché non rifarli? Io non mi considero assolutamente portato questa arte, eppure i miei fischietti hanno riscosso apprezzamenti per me lusinghieri.”

Il lavoro nelle botteghe

Non si potrebbe trovare un testimone migliore di Amato Bontempo per farsi raccontare come si svolgeva il ciclo di produzione della ceramica nelle botteghe di Rapino. Il Maestro può essere infatti definito un ceramista a cavallo tra due epoche: sin da bambino – negli anni ’30 e ’40 – ha svolto il suo apprendistato nella bottega di famiglia, e in seguito ha frequentato l’Istituto d’Arte di Faenza. Per questo oggi Amato Bontempo padroneggia le tecniche di produzione contemporanee ma conosce a fondo quelle desuete tramandate nelle antiche botteghe di generazione in generazione. 
Il suo racconto di come si faceva ceramica a Rapino fino agli anni ’50 parte ovviamente dall’estrazione e preparazione dell’argilla: “Mi ricordo che sia la preparazione dell’argilla che dello smalto erano lavori da schiavi.
Per procurarsi l’argilla si ingaggiavano dei contadini e si andava a zappare lungo il fiume Versola, dove ci sono delle zone argillose. Lì si estraeva un’argilla che naturalmente era ricca di impurità. Per depurarla bisognava riportarla allo stato liquido, quindi facevano asciugare la terra arrivata dalla cava, la sminuzzavano con dei magli di legno, poi la mettevano a bagno. A quel punto la setacciavano. Poi bisognava farla tornare solida, quindi aggiungevano alla terra liquida uno strato di argilla secca preventivamente setacciata e seccata, e impastavamo tutto con i piedi. Quando avevano fatto questa montagna di terra la passavano in una impastatrice rudimentale. Era un rullo come quelli per fare la pasta, girato a mano con la manovella.”

La modellatura dei pezzi avveniva a seconda dei casi al tornio o con l’ausilio di stampi: “I pezzi si modellavano con i torni a pedale. Il torniante a casa mia lo faceva principalmente mio zio, zio Lorenzo che si dedicava alla tornitura. E poi c’erano operai che andavano e venivano.
Per i piatti invece si adoperavano gli stampi di gesso.  Si prende lo stampo di gesso, gli si mette la lastra di argilla sopra, si poggia sul tornio, si abbassa la bascula, e una sagoma di ferro dà la sagoma esterna al piatto. Poi per effetto dell’assorbimento del gesso il piatto si asciuga, si estrae dallo stampo, si rifinisce e si mette all’essiccamento.”

Per la prima e la seconda cottura si utilizzavano ovviamente le grandi fornaci alimentate a legna, che erano costruite dagli stessi ceramisti. La parte più alta della fornace – denominata fornaciotto – veniva utilizzata per accelerare l’essiccazione dei pezzi. 
fischietto di Amato Bontempo
(coll. Museo dei Cuchi)
Bontempo: “Fino al 1935-36, poco prima della guerra, si andava sempre con i forni a legna. Io me li ricordo da bambino: erano dei forni immensi! Per San Rocco ci andavano 1.000-1.500 boccali in una volta sola. E quando andava qualcosa storto con un forno di quelli erano guai seri! Poi pian piano si sono introdotti forni elettrici.

Secondo me i ceramisti che costruivano questi forni non erano artigiani, erano ingegneri! Non era una cosa semplice, bisognava fare in modo che i tiraggi funzionassero.
La fornace a legna era costituita dalla zona in cui si faceva fuoco, quella di cottura, e in più la parte alta con il fornaciotto, dove passavano i fumi e si metteva la roba ad essiccare.
Quindi nella prima camera sotterranea si faceva fuoco, poi al piano terra c’era il reparto cottura, dove si metteva a cuocere il carico, e in fine la parte alta dove passavano i fumi attraverso la merce umida che così asciugava.”

Grosso: “I fischietti servivano anche per riempire i forni. Perché il forno a legna per rendere bene doveva essere pieno in ogni sua parte. Quindi questi fischietti si mettevano anche negli spazi minimi.”

Il procedimento di cottura richiedeva una grande abilità. Per non rischiare di danneggiare il contenuto della fornace bisognava sapere precisamente quando era il momento di far salire la temperatura e con quale velocità. Il tutto ovviamente veniva fatto ricorrendo unicamente all’esperienza e all’istinto dei Maestri, e senza l’ausilio di rilevatori della temperatura.
Bontempo: “La prima cottura che trasforma la creta in biscotto si fa intorno ai 980-1000 gradi. Sembra una cottura semplice, perché uno non si deve preoccupare di non rovinare lo smalto. Però il ciclo di cottura deve essere molto scrupoloso perché ci sono delle fasi molto importanti. Per esempio sui 500 gradi bisogna andare piano perché ci sta la trasformazione del quarzo, la cristallizzazione, e allora i pezzi si possono spaccare. Gli artigiani di una volta sapevano che bisognava fare così, ma non si rendevano bene conto del perché. Io invece ho avuto la fortuna di frequentare l’istituto tecnico di Faenza dove ti spiegano come avvengono certi processi.

Una volta estratto l’oggetto ci si dipinge sopra e si fa la seconda cottura, in cui si arriva a una temperatura leggermente inferiore della prima. Anche in questo caso il processo è molto delicato. Bisogna arrivare alla temperatura di fusione giusta dello smalto e del colore. Si può sballare al massimo di 10-20 gradi, perché altrimenti i colori si muovono tutti.

Quando al posto dei forni a legna si passò al forno elettrico,  per limitare le spese i Bontempo lo presero  in comune con i Bozzelli. Un giorno cuoceva uno, l’altro giorno cuoceva quell’altro. ”

Per quanto riguarda la fase della smaltatura, l’immediato dopoguerra segnò un arretramento nelle tecniche di produzione. Per alcuni anni le fabbriche che rifornivano le botteghe non ricominciarono la loro attività, e i ceramisti si videro costretti a produrre gli smalti in proprio, ricorrendo a procedimenti ormai desueti. Il Maestro Bontempo ricorda che questa rappresentava in quegli anni una delle fasi di lavorazione più faticose: “Quello che era complicato assai era fare gli smalti. Mi ricordo che nel dopoguerra tutte le fabbriche produttrici erano chiuse ed i trasporti funzionavano male. Quindi per lavorare gli artigiani facevano il marzacotto. Non facevano altro che prendere la sabbia e ci mettevano il piombo, il minio, in mezzo. Li mettevano in dei contenitori di terracotta all’interno della camera di fuoco della fornace, in modo da portarli alla temperatura di fusione. Una volta estratta questa massa fusa dentro questi contenitori, con un martellino dovevano togliere tutto il cotto che era il contenitore esterno, e spesso qualcuno ci lasciava il dito. Una volta pulita, si sminuzzava la massa e poi bisognava macinarla per riportarla allo stato liquido e potere smaltare. E ci si aggiungeva un 5-6% di ossido di stagno che gli dava l’opacizzazione, perché altrimenti sarebbe vernice trasparente. Questo ossido di stagno subito dopo la guerra si faceva con le grondaie di stagno. Si ossidavano al fuoco in una specie di fornaciotto per ricavare lo stagno.

Il fiume rappresentava un elemento indispensabile per il ciclo di produzione ceramica. Se le sue sponde fornivano l’argilla, le sue acque venivano utilizzate per alimentare i mulini che dovevano macinare gli smalti. Questo sistema fu utilizzato tra ‘800 e primo ‘900, ma tornò in uso dopo la seconda guerra mondiale, dato che a Rapino la linea della elettrica tardava a essere ripristinata.
Bontempo: “Per 2 anni buoni la corrente non è tornata a Rapino, quindi per macinare questo smalto si utilizzavano i mulini ad acqua. Erano costituiti da delle botti di legno con un macinino di pietra e  delle pale sotto che giravano per la pressione dell’acqua. Lo smalto veniva lasciato a macinare 3 o 4 giorni, e quando era pronto si rimetteva nei recipienti ed a spalla lo si portava di sopra nel laboratorio. Tutto questo fino al ‘49-50, quando si sono riattivate i trasporti e le fabbriche che facevano gli smalti. Da allora è stato tutto un po’ più semplice, ma quei 3-4 anni mi ricordo che ricominciare a lavorare la ceramica fu un lavoro proprio duro.”
fischietto ad acqua di Cesare Grosso (foto G. Croce)
Considerato quanto fosse faticoso il procedimento, non c’è da meravigliarsi se lo smalto non venisse sprecato neanche quando il prodotto finale risultava imperfetto. Un possibile utilizzo di questi smalti difettosi era la decorazione di fischietti, campanelle e vasellame dozzinale. Lo nota Giovannelli, che nella sua collezione ha alcuni galli ottocentesci coperti di smalto opaco attribuibili a Giuseppe Bontempo, nonno di Amato.[14]

Cesare Grosso ci ricorda invece come gli smalti prodotti nelle diverse botteghe avessero delle piccole differenze, riconoscibili da occhio esperto. I ceramisti custodivano gelosamente la propria ricetta per la composizione dei diversi colori, e la trasmettevano solo ai propri figli. Si tratta ovviamente di sfumature che andarono a scomparire con l’avvento degli smalti prodotti a livello industriale: “Ogni artigiano aveva la sua particolarità nel creare gli smalti. Facevano delle misture con l’aggiunta di qualche ingrediente segreto. Questo dava soprattutto ai rossi e ai verdi un timbro particolare, e li rendeva riconoscibili.”

La produzione odierna

Oggi a Rapino la ceramica non è più un settore trainante dell’economia. Eppure qualche segnale di ripresa c’è stato rispetto alla crisi che tra gli anni ’50 e 60 portò alla chiusura di praticamente tutte le botteghe. Passeggiando per il paese è possibile notare varie botteghe in attività, anche se le nuove generazioni di ceramisti fanno venire da fuori i pezzi semilavorati e si dedicano esclusivamente alla decorazione.
Grosso: “Ora pian piano la ceramica di Rapino si sta riprendendo. Anche se non ci sono più i ceramisti propriamente detti. Si tratta prevalentemente di decoratrici, la maggior parte donne. Acquistano gli oggetti già fatti da Deruta, da Castelli, o da dove capita, e lo decorano alla maniera di Rapino.
Questo è un motivo di confusione, perché ad esempio io, che colleziono ceramiche, riconosco la ceramica rapinose antica più dalla forma che dalla decorazione, perché la forma è molto tipica e identifica una bottega. Mentre oggi è tutto omologato.
Per spiegare questa cosa sono solito dire con una punta di ironia che l’unico ceramista di Rapino sono io, perché io parto dall’argilla e arrivo al risultato finale.”

Ed in effetti, pur non essendo un ceramista di formazione, Cesare Grosso rappresenta oggi il punto di riferimento principale a Rapino - per lo meno per quanto riguarda i fischietti. Continua a realizzare con passione i suoi pezzi, ma anche a fornire informazioni preziose agli appassionati ed a partecipare a rassegne e manifestazioni dedicate alla ceramica fischiante: “Per me appartenere a questo mondo dei fischietti è una soddisfazione enorme. Grazie ad un oggettino così piccolo sono entrato in collegamento con collezionisti e artisti di fama internazionale. Quindi il fischietto mi ha dato l’occasione di condividere questa passione con tantissima gente. In molti casi ne sono nate amicizie solide e durature, ad esempio in Puglia, in Umbria, in Toscana. Grazie al fischietto ho conosciuto un grande artista come Federico Bonaldi. C un gruppo di intenditori di ceramiche sonore abbiamo dato vita a una associazione che si chiama Anemos e che ha tra i suoi obiettivi la rivalutazione della ceramica fischiante.”

Per quanto riguarda le famiglie di antica tradizione ceramica, come abbiamo detto, sono già alcuni decenni che queste hanno continuato ad operare solo al di fuori del paese d’origine.
Data la recente chiusura della bottega di Gabriele Vitacolonna a Guardiagrele, e la scomparsa del fratello Antonino - che ha operato per tantissimi anni a L’Aquila -  è Amato Bontempo l’ultimo esponente delle dinastie ceramisti rapinesi ancora in attività. Nella sua bottega di Francavilla al Mare è possibile trovare delle splendide ceramiche decorate con il tipico motivo del fioraccio.
Bontempo: “Nel 1955, dopo essermi diplomato alla scuola d’arte a Faenza, trovai lavoro in una fabbrica di porcellana a Varese. Ma ero figlio unico, e mio Padre mi pregò di seguirlo a Francavilla. Sono passati 50 anni e siamo ancora qui, ringraziando Iddio.

Ancora oggi i pezzi li facciamo intermente noi, partendo dall’argilla. Anche se sarebbe più conveniente comprare i pezzi grezzi.
Per i pezzi che si fanno al tornio chiamiamo occasionalmente un torniante, mentre per altre cose, come i piatti, utilizziamo stampi nostri. C’è gente che viene 40 anni dopo aver preso il servizio e trova ancora la stessa forma.
C’è un ragazzo che si dedica esclusivamente agli stampi e poi siamo in 3 a dipingere, io e altre 2 ragazze. Il nostro cavallo di battaglia è il fioraccio. Si fa pure a Castelli, però il nostro è molto più fresco, perché è fatto di getto, con un’unica pennellata
Sono l’unico della famiglia rimasto a fare questo lavoro… fino a quando non lo so.”


 I testi sono di Massimiliano Trulli massitrulli@gmail.com - riproduzione vietata



[1] Fabio Cappelletti, discendente dei famosi maiolicari di Castelli, si trasferisce a Rapino nella prima metà del XIX secolo, e sempre in quei decenni Raffaele Bozzelli darà origine alla prima bottega di ceramiche rapinesi. La presenza della ceramica si consolida tuttavia nei decenni successivi. Si vedano ad esempio Vincenzo Franceschilli ed al., La Ceramica di Rapino e i Bontempo, Edizioni Ferentum, 1994 e Diego Troiano e Van Verrocchio, “Le più antiche ceramiche di Rapino” in Azulejos - rivista di studi ceramici, n° 2 2005.
[2] La storia di questa famiglia di ceramisti è stata ampiamente documentata da V. Franceschilli, Op. Cit.
[3] Tra i santi col fischio legati alle diverse fiere patronali vi erano San Giustino a Chieti, San Cetteo a Pescara, San Rocco a Roccamontepiano, Santa Lucia a Cepagatti, San Nicola a Pollutri, San Cesidio a Trasacco, Santa Reparata ad Atri, Santi Medici a Roccascalenga, Santi Martiri a Celano. Fischietti con le sembianze di madonne e santi erano posti a protezione di stalle, botteghe, fattorie e abitazioni. Lo attesta Vito Giovannelli, “Il fischietto tradizionale abruzzese. Particolarità e raffronti”, in Salvatore Cardello (cur.), Sibilus I, Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo di Caltagirone, 1993.
Rispetto alle altre regioni italiane, i  fischietti devozionali sono presenti ovviamente a Caltagirone – in Sicilia – ma anche in Puglia e nelle Marche.
[4] Fanno eccezione i fischietti di Anversa, che secondo la testimonianza di Giuseppe Vecchierelli – da noi raccolta - erano solitamente lasciati grezzi, o al massimo bagnati nella calce per eliminare le macchie di fuliggine.
[5] Federica Papi e Maria Concetta Nicolai, “Abruzzo”, in Paola Piangerelli (cur.), La terra, il fuoco, l’aria, il soffio – la collezione di fischietti di terracotta del Museo nazionale di Arti e Tradizioni popolari, Edizioni De Luca 1995.
[6] V. Giovannelli in I galletti con il fischio delle botteghe di Rapino, Amministrazione Comunale di Rapino, 1994 nota come qualche Maestro più raffinato come Giuseppe Bontempo, invece di aggiungere il modulo sonoro come un’appendice del fischietto lo ricavava dalla cavità della statuetta.
[7] Come vedremo, la pubblicazione stessa e il suo convegno di presentazione hanno dato il via ad una operazione di rilancio dei fischietti rapinesi. 
[8] E’ V. Giovannelli (1994) che da una parte cita Fanelli e Cirotti e dall’altra ricostruisce la produzione di fischietti dei vari maestri ceramisti. 
[9] F. Papi e M. C. Nicolai, op. cit.
[10] Anche questa testimonianza è dei primi anni ’90, e tratta da F. Papi e M. C. Nicolai, op. cit.
[11] Vito Giovannelli, 1994.
[12] F. Papi e M. C. Nicolai, op. cit.
[13] Nel 2012 ha ad esempio conseguito il terzo premio e il premio per il fischietto ad acqua nell’ambito della II Biennale Internazionale del Fischietto “Città di Matera”
[14] V. Giovannelli, op. cit.


venerdì 9 agosto 2013

Ciao Nonno Idelmo, Vecio delle Ocarine




Se n’è andato Idelmo Fecchio, un grande Maestro della ceramica fischiante e un signore di grande dolcezza e umanità.

Lo ricordiamo con sincero affetto e abbracciamo idealmente la sua Famiglia.

Fortunatamente, la grande tradizione delle ocarine e dei fischietti del Delta del Po’ non sparisce con Idelmo: da tempo le sue orme sono seguite con grande sensibilità dal figlio Benvenuto e dalla Nuora Giuseppina.

Riproponiamo gli articoli su Idelmo che avevamo pubblicato su questo blog per dare modo agli amici di ricordarlo ed a quelli che non hanno avuto la fortuna di conoscerlo di sapere qualcosa in più su questo grande personaggio. 

 http://geniuslocimatera.blogspot.it/2012/03/idelmo-fecchio-el-vecio-delle-ocarine.html

 http://geniuslocimatera.blogspot.it/2010/03/i-100-anni-di-idelmo-fecchio-cronaca-di.html

domenica 31 marzo 2013

Paola D’Orazio e Roberto Tersigni: sulle orme degli artigiani ciociari


Memorie e Suoni di Terra
conversazioni con i Maestri costruttori di ceramiche sonore
Cavalluccio di Ferentino (P. D'Orazio e R. Tersigni)
 “Il fischietto popolare deve stare in piazza, non chiuso dentro un museo!” Ecco come può essere riassunto in poche parole un impegno ormai trentennale: quello di Paola D’Orazio e di suo marito Roberto Tersigni, che insieme hanno fondato l’associazione culturale J’Api - Arti e tradizioni popolari della Ciociaria.[1]
Sono infatti ormai 3 decadi che questi due ceramisti di Sora hanno riscoperto i fischietti e gli altri oggetti della tradizione figula ciociara e li hanno riproposti ad un pubblico vasto. La particolarità ed il valore dell’operazione culturale da loro portata avanti sta proprio in questo: Paola e Roberto non si sono rivolti alla piccola cerchia degli appassionati e dei collezionisti di ceramiche popolari. Al contrario, sono riusciti a coinvolgere e interessare moltissime persone comuni a questo lavoro di riscoperta della tradizione. Ci sono riusciti riportando la ceramica popolare nelle fiere di paese. Ed a pensarci bene si è trattato di una idea di una semplicità disarmante: fino al recente passato ed alla crisi dell’artigianato, queste fiere avevano rappresentato per secoli i principali luoghi deputati allo smercio delle terrecotte.

Ma facciamo un passo indietro: la Ciociaria è stata storicamente un territorio ricco di centri di produzione di ceramiche di uso popolare, come Arpino, Broccostella, Ceprano, Ceccano, Ferentino, Pontecorvo, Veroli. Poi - a partire dal secondo dopoguerra - vi è stato un veloce declino delle botteghe artigiane, che già a fine anni ’80 erano completamente scomparse.
All’inizio di quel decennio, Paola e Roberto erano due giovani affascinati dalla ceramica popolare. Si rendevano conto che questa tradizione produttiva andava rapidamente scomparendo dal loro territorio, e prima che fosse troppo tardi decisero di intraprendere una ricerca: visitarono i luoghi di produzione e di smercio, individuarono gli ultimi artigiani, e iniziarono a frequentarne le botteghe.

Per ripercorrere la storia dei fischietti e delle terrecotte ciociare ci siamo quindi affidati a questa coppia. In mancanza di testimonianze dirette da parte degli artigiani tradizionali - gli ultimi di loro sono scomparsi già da molti anni –  si tratta senz’altro dei principali depositari della tradizione figula del Sud del Lazio.

Paola: “La ricerca che abbiamo fatto è stata molto, molto interessante. Ormai sono 30 anni che giriamo. Non ci siamo limitati a ricercare gli oggetti, ma ci siamo chiesti perché erano fatti in un certo modo, siamo andati a cercare le motivazioni.
Siamo arrivati appena in tempo! Abbiamo trovato ancora qualcuno che stava ancora lì lì per chiudere l’attività. Poi questi personaggi sono morti ed è finito tutto li!”

Roberto: “Broccostella e Arpino sono stati gli ultimi centri a cessare la produzione di terracotta popolare. E allora noi ci siamo concentrati su questi centri, abbiamo conosciuto gli artigiani e abbiamo riscoperto la loro produzione.”

Paola: “Poi abbiamo fatto il giro delle fiere, e anche da queste abbiamo colto un pochino quella che è la tradizione nostra.”


Alla scoperta delle ultime botteghe

Durante la loro ricerca Paola e Roberto hanno avuto l’opportunità di visitare sia le botteghe dei pignatari - che producevano con il tornio tegami e altri utensili di uso domestico - sia quelle dei figurinai - che realizzavano figure a stampo come statuine devozionali e presepi. Conoscere e veder lavorare gli ultimi artigiani figuli della Ciociaria ha rappresentato per loro un’esperienza fondamentale che ne ha rafforzato l’amore per la ceramica popolare. Frequentare le loro botteghe li ha motivati a raccogliere le memorie e le tradizioni di cui questi artigiani erano custodi e tramandarle ad altri.
Si trattava di botteghe mai toccate da un processo di modernizzazione produttiva, e che  utilizzavano strumenti e tecniche di lavoro particolarmente tradizionali: la creta veniva cavata a mano e depurata battendola con mazze di legno e setacciata grazie a lastre di stagno bucate. I pezzi venivano poi lavorati con il tornio a pedale oppure con stampi di gesso. La cottura avveniva ancora in grandi fornaci alimentate a legna, e per la decorazione venivano utilizzati esclusivamente smalti e pennelli autoprodotti dagli stesi artigiani.

Roberto: “La pubblicazione Ceramica Popolare del Lazio[2] è stata fondamentale per il nostro lavoro. Ci abbiamo trovato moltissimi spunti per le nostre ricerche. Ad esempio abbiamo ricavato da lì indicazioni sui luoghi di produzione e sulle genealogie dei pignatari.”

Paola: “A  Broccostella una volta c’era una strada che si chiama via di Pignataro, dove lavoravano gli artigiani. Lì abbiamo conosciuto Antonio Di Cresci, l’ultimo torniante. Usava ancora il tornio a pedale.
La moglie invece faceva questi fischietti modellati tutti a mano. Riproducevano animali da cortile più che altro, come galline e pavoni.

Ad Arpino c’era Emilio Mastroianni, l’ultimo della dinastia di artigiani figurinai di questa famiglia. Faceva oggetti piccoli come i fischietti, le statuine del presepe, e il Peppino che piscia.”

Roberto: “Abbiamo conosciuto un po’ anche  Rocco Abbatangeli di Ceprano. Lui non faceva fischietti, però, solo le pignatte. Al tornio era velocissimo.

A Cascano[3] c’era Biagio Di Cresci, che ha lo stesso cognome di quello di Broccostella. Siamo andati a trovarlo che era già vecchio. Prendemmo da lui una serie di cocci.”

Paola: “L’ultima è stata Maria. Era una signora di Broccostella che ci ha aiutato molto a capire quali erano le tradizioni locali. Questa Maria venne proprio nel nostro laboratorio, e ci fece vedere come faceva i fischietti. Con quelle mani era incredibile!
Faceva soprattutto il fischietto del cavaliere con il cavallo a tre zampe, ed anche un uccello con una coda lunga lunga, che lei chiamava pavone.
Spesso lavorava con la terra più grezza, proprio quella di Broccostella”

Roberto: “Ora sono tutti scomparsi, non ci sta più nessuno né a Ceprano, né a Arpino, nè a Broccostella.
In generale ne è rimasto pochissimo di artigianato in queste zone. C’è giusto qualche anziano che fa i canestri o le ciocie.”


I fischietti fatti a mano di Broccostella e Ferentino

I fischietti in terracotta sono senz’altro tra i prodotti della tradizione ceramica ciociara che hanno suscitato maggiormente l’interesse di Paola e Roberto. Ed anche nelle fiere da loro frequentate sono tra gli oggetti sui quali si concentra l’attenzione del pubblico.
Ciufolitt (R. Tersigni)
Ciufolitt (R. Tersigni)

 
Probabilmente la cosa che conferisce a questi fischietti un fascino ed un’espressività particolare è la loro primitività. D'altronde è possibile individuare una ragione storica precisa della semplicità di questi fischietti: come abbiamo visto, in Ciociaria le botteghe che li producevano hanno cessato la loro attività non più tardi dei primi anni ‘80.  In altre aree di produzione le cose sono andate diversamente: ad esempio in Puglia e Veneto era in corso proprio in quegli anni una riscoperta dei fischietti e più in generale della ceramica popolare. Si è trattato di un processo che ha valorizzato questi oggetti, ma al tempo stesso ne ha incoraggiato una rielaborazione e un adattamento ai gusti del pubblico moderno. In questo modo l’originaria semplicità dei fischietti è stata alterata, ed alle forme autenticamente tradizionali ne sono subentrate altre  progressivamente più complesse e raffinate.


Nella tradizione produttiva ciociara sono presenti due diverse tipologie di fischietti: quelli  modellati a mano nelle botteghe dei pignatari e quelli realizzati a stampo dagli artigiani figurinai.
Alla prima tipologia appartiene quello che probabilmente è il fischietto più conosciuto e riconoscibile della tradizione ciociara: quello proveniente dall’area di Broccostella che rappresenta il cavaliere a cavallo. L’animale è sempre rigorosamente modellato con tre sole zampe: due anteriori e una sola posteriore. Paola e Roberto hanno verificato come questo fischietto venisse regalato alle spose di Broccostella, che lo conservavano nella camera da letto. Per questa ragione si pensa che la gamba posteriore del cavallo rappresentasse un simbolo fallico, e che il dono avesse per la coppia di sposi un significato augurale di fertilità e felicità coniugale.

Paola: “Secondo me il cavallo a tre zampe è il personaggio più bello della nostra tradizione. Perché ha una sua storia, una collocazione. Si sa quale origine e che significato ha.
Era un regalo che si faceva alle spose di Broccostella. Ci diceva Maria che le spose lo mettevano sopra il comò della camera da letto. E ci raccontava che più il cavallo era grande e più era forte il suo significato, quindi si faceva quasi a gara a regalare alle spose questi cavalloni sempre più grandi.”

Roberto: “Anche gli artigiani facevano a gara a chi lo faceva più alto e più lungo, era una specie di virtuosismo. E per farli più belli mettevano sulla base del cavallo degli animali: cagnolini, pecorelle, galline.”[4]

E’ interessante notare che in occasione della fiera di Balsorano, gli artigiani di Broccostella ritoccavano la figura del cavaliere per fargli assumere le sembianze di San Giorgio. Con poche modifiche, questo soggetto decisamente profano assumeva quindi una valenza religiosa e devozionale.

Roberto: “Per la fiera di Balsorano il cavalluccio a tre zampe di Broccostella diventava San Giorgio e il drago. Era la festa dei fischietti, e quelli di Broccostella andavano lì a vendere i loro oggetti.”

Paola: “E’ sempre lo stesso personaggio, però lo facevano diventare San Giorgio, perché a Balsorano si venerava questo santo patrono.”

Viene da Ferentino un altro fischietto tradizionale che riproduce le sembianze di un cavallo. In questo caso il cavalluccio è privo di cavaliere, e le sue forme sono molto essenziali, quasi stilizzate. In questo caso Paola e Roberto non hanno trovato alcun artigiano in attività che ancora producesse i cavallucci, e si sono quindi rifatti ai pezzi della collezione del Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari . [5]

Il fischietto più semplice di tutti era però probabilmente il ciufolitt, le cui fattezze riproducevano sommariamente le sembianze di un uccellino. Nonostante la sua semplicità, il fischietto era dotato di un foro digitale che permetteva di ottenere un suono bitonale e di una piccola appendice alla base, che faceva da impugnatura.

Roberto: “Il ciufolitt è invece il fischietto più piccolo. Si regalava ai ragazzini, perché poi era il fischietto che costava di meno. Viene sempre da Broccostella.

Ciufolitt (R. Tersigni) 
Una volta, mentre stavamo facendo una fiera, un vecchio mi raccontò una storia su questi ciufolitt. Era il 1946, e questo vecchio c’avrà avuto una decina d’anni. Col nonno erano andati da Sora a San Donato dove c’era la fiera di Santa Costanza. Erano andati a piedi, e considera che sono una ventina di km di cammino. Una volta arrivati andarono alla messa e poi a vedere il mercato con le cuccetelle,[6] i fischietti, le cannate, eccetera. E allora il nipote diceva: Tatò, accatteme i ceufelitt! - Nonno, comprami i ciufolitt. E il Nonno gli rispose: “Tramentime e ce ne jàme! – guardiamo solamente e poi ce ne andiamo!”.

Ci sono testimonianze del fatto che per lo meno a Broccostella fossero normalmente le donne della famiglia ad occuparsi della produzione dei fischietti.[7] Gli uomini - gli unici in grado di effettuare la lavorazione al tornio - si occupavano invece della modellatura di un fischietto noto con il nome di cucurro e della brocca con il fischio.[8]


I fischietti a stampo di Veroli ed Arpino

Nella Ciociaria vi erano anche altri centri di produzione – come Veroli e Arpino - nei quali i fischietti erano realizzati nelle botteghe dei figurinai. Abbiamo già accennato come questi artigiani  non erano soliti modellare i singoli pezzi a mano, ma realizzavano un unico prototipo dal quale ricavavano poi il calco in gesso. Questo permetteva loro di realizzare pezzi più raffinati, dato che la riproduzione in serie permetteva una maggiore accuratezza sia nelle forme che nella decorazione.
Cavaliere (Maria - Broccostella)

Ad Arpino erano attive due famiglie di figurinai, i Mastroianni e i Palma. In questo centro la produzione di fischietti è cessata da decenni, ma fortunatamente possiamo rifarci alla collezione del Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari per avere una idea della tipologia di pezzi realizzati dagli artigiani di Arpino nei primi anni del ‘900. In questa collezione sono presenti in particolare alcuni fischietti realizzati da Felice Mastroianni (1860-1937). In alcuni casi si tratta di pezzi a tema religioso, come Gesù Bambino e San Cataldo. Vi sono poi alcuni esemplari di un fischietto ad acqua, composto da un vasetto - modellato al tornio - sormontato da un uccellino -  ricavato da uno stampo.
La bottega dei Palma produceva invece fischietti con le sembianze di paperelle, soldati, pesci.[9]
Ci sono in fine testimonianze della realizzazione di fischietti a stampo anche a Veroli da parte dell’artigiano Barno, detto Carniccio. [10]

Fischietti a parte, Paola e Roberto hanno indagato sulla produzione di una serie di altri oggetti, come le campanelle, le pipe di coccio, le brocche, e una figura satirica nota come il “Peppino che piscia”.

Rispetto alle campanelle, il già citato libro “Ceramica Popolare del Lazio” nota come questi oggetti avessero nella tradizione ciociara una valenza diversa da quella magica-apotropaica a loro attribuita in altre are geografiche. Le scritte rinvenute su molte campanelle sembrano infatti indicare che queste fossero utilizzate come dono di corteggiamento.

Paola: “I campanelli si regalavano alle ragazze. Era una specie di dichiarazione d’amore. E poi se la ragazza accettava la corte regalava al ragazzo una pipa di quelle di coccio.”

Roberto: “Il Peppino che piscia invece è una statuetta che raffigura appunto un bambino che fa pipì in un vasetto, ed è originario di Isola del Liri. Qualcuno che incontriamo alle fiere ci dice che era un fischietto, ma io penso che si confondano. Anche perchè lo faceva Emilio Mastroianni di Arpino, e lui non ha mai fatto fischietti. Probabilmente stava solo sulle bancarelle in mezzo i fischietti, e per questo qualcuno crede di ricordare che fischiava.”


Rubando il mestiere con gli occhi

Abbiamo già detto come Paola e Roberto non si siano accontentati di svolgere un lavoro di ricerca fine a se stesso: si tratta di due bravi produttori di ceramiche che hanno dato nuova vita agli oggetti della tradizione figula ciociara. In questo modo, dopo aver raccolto il testimone dalle mani degli ultimi artigiani, hanno poi proseguito il loro lavoro. Nel loro laboratorio di Sora si realizzano a tutt’oggi una serie di oggetti della tradizione figula ciociara che altrimenti sarebbero solamente un ricordo del passato.

Roberto: “Messe insieme tutte le notizie possibili abbiamo ricominciato la produzione, perchè ormai praticamente era finito tutto.
Per imparare a fare questi oggetti abbiamo osservato gli artigiani che lavoravano. Perché nessuno di loro ti insegna niente, sono gelosi!

Abbiamo visto come facevano i fischietti a Broccostella, le campanelle ad Arpino, e come Abbatangeli lavorava al tornio. E quindi abbiamo messo insieme queste tecniche e le abbiamo messe in pratica. E poi, per molti degli oggetti che abbiamo rifatto ci siamo ispirati a “Ceramiche Popolari del Lazio”. Abbiamo preso da quel libro tante forme.

pietre di manganese utilizzate per gli smalti





Paola: “Roberto lavora anche al tornio, ad esempio fa le campanelle. Ed io mi sono un po’ più specializzata sulla decorazione, oltre che sulla modellazione di oggetti particolari. Io sono più perfezionista nel modellare, mentre lui ha la mano più rapida. D’altronde per gli oggetti popolari dovrebbe essere così.”

Nel riprodurre questi oggetti, i due ceramisti-ricercatori pongono la massima attenzione al rispetto delle forme, ma anche delle tecniche produttive degli artigiani tradizionali. Non è infrequente per loro utilizzare materiali desueti come la terra grezza raccolta in un campo e depurata a mano, o sgretolare le pietre di manganese per ricavarne il caratteristico colore marrone, e persino adoperare l’ossido di piombo per l’invetriatura dei pezzi.

Paola: “Abbiamo preso un po’ di creta proprio a Broccostella. E’ molto impura, e prima di utilizzarla per fare questi oggetti si deve lavorare, pulire, battere. Però è bellissima: rossa, ruvida. E’ la terra proprio delle pignatte.
Ad esempio questi fischietti li ho rifatti uguali come li faceva Maria, usando la creta rossa di Broccostella. La creta pirofila ci assomiglia, ma questa è un'altra cosa.” 

Roberto: “A Broccostella la decorazione era proprio una cosa primitiva: tutti questi oggetti venivano lasciati grezzi, oppure si decoravano con appena e un po’ di manganese e  piombo. O magari si ricoprivano solo con il piombo, per farli venire lucidi.

E anche noi la decorazione la facciamo tutta con il manganese. Sono queste pietre qui, che io sbriciolo e faccio diventare polvere. E poi la mischio al piombo e la cuocio a 900 gradi. E’ un lavoro che si fa solo ogni tanto, tanto ne serve talmente poco…”

Paola: “In alcuni dei nostri pezzi si vede proprio la scolatura del manganese, che fa una serie di effetti strani. Perché ad alte temperature fonde e a volte vengono fuori delle cose bellissime.”
Oppure usiamo solo piombo. Certo, il piombo è tossico, quindi lo usiamo su pochissimi oggetti, soltanto per i fischietti.”

Roberto: “Anche i legnetti per fare i buchi al fischietto te li devi fare da solo, non è che si comprano. E io ogni tanto me li faccio.
Sono di bosso, che poi è una siepe con quelle foglioline ovali. Il bosso va bene perché è un legno compatto, abbastanza elastico, durissimo. Il loro nome tradizionale è cautature.”

Paola: “Cautature viene da cautare, che significa appunto scavare. Perché erano gli arnesi per scavare l’argilla, no?”


Fare cultura in nelle piazze

La partecipazione alle fiere rappresentava per gli artigiani ciociari un’imprescindibile fonte di reddito, alla quale ci si preparava con mesi di anticipo. Anche per la popolazione si trattava di appuntamenti importanti da diversi punti di vista: come occasione di socializzazione, per il loro significato religioso, e anche per aspetti pratici come la possibilità di acquistare prodotti altrimenti difficili da reperire.

Bisogna sottolineare che il Sud del Lazio vanta in questo campo una tradizione antichissima: le fiere di Sora, Arpino, Pontecorvo sono documentate addirittura sin dal medioevo.

Sulle bancarelle non mancavano utensili e giocattoli in terracotta. In alcuni casi questi prodotti finivano anzi per caratterizzare la fiera tanto da darle il nome: è il caso della “Fiera dei coccetti” che si teneva a Ceccano i primi di agosto di ogni anno, o di quella “delle Campanelle” che si teneva la prima domenica di settembre ad Arpino.
Le cautature per fare i fori ai fischietti

In queste stesse fiere anticamente frequentate da pignatari e figurinai Paola e Roberto sono tornati a proporre gli oggetti della tradizione artigianale.
Per loro le fiere non rappresentano solamente una occasione di vendita, ma sono parte integrante del lavoro di ricerca. Spesso capita soprattutto che gli anziani si avvicinino al loro banchetto stimolati dalla presenza di un determinato oggetto che non vedevano più da tempo. Ne scaturiscono discussioni che rappresentano una preziosa fonte di informazioni.

Roberto: “Facciamo ogni anno la fiera del Crocificco di Isola Liri, quella del Perdono di Balsorano che si tiene il 2 di agosto, quella di Santa Costanza a San Donato, quella di Arpino. Queste sono le fiere più importanti.
A Balsorano non c’era più la fiera dei fischietti ed a Arpino non c’era più la fiera delle campanelle. E noi siamo tornati li per riportare i fischietti e le campanelle, e la gente si ricordava di questi oggetti.”

Paola: “Proprio a partire da quello che la gente ci diceva durante le fiere noi abbiamo fatto un passo indietro e ci siamo attrezzati a rifare gli oggetti che ci chiedevano. Perché le persone ci dicevano: ah si, un tempo sulle bancarelle si vendeva questo, si vendeva quell’altro. E noi abbiamo rifatto tutti questi soggetti.

Quando la gente si ricorda è una grande emozione. L’esperienza più bella è stata quando siamo tornati a Isola Liri la seconda domenica di luglio, quando loro fanno la festa del Crocifisso. Era una fiera importantissima, e gli artigiani portavano i cocci, le coccinelle, i fischietti, il Peppino che piscia.
Noi siamo tornati lì invitati dal comitato dei festeggiamenti e ci hanno detto: rifate il Peppino perché non lo troviamo più. Noi ne facemmo un centinaio di esemplari,  e ci sembravano pure tanti. Dopo mezz’ora tutti gli abitanti del paese stavano davanti alla nostra bancarella: erano impazziti! Le signore tutte a comprare le cuccetelle!
Insomma, la fiera si fa il sabato e la domenica, e il sabato alle 8 di sera erano finiti tutti i Peppini.  Quella è stata una esperienza proprio bella, le persone volevano proprio rivedere queste cose. Ora ci torniamo ogni anno, ed ogni anno è sempre un successo.”

L’allestimento della bancarella dell’ Associazione J’Api è molto curato, e nulla è lasciato al caso. Numerosi pannelli illustrati e volantini servono a fornire alcune nozioni di base sulle terrecotte ciociare.
Anche i singoli prodotti in vendita sono accompagnati da un breve testo che spiega in maniera sintetica origine, significato, nome tradizionale dell’oggetto.
Volta per volta si pone una particolare attenzione proprio alla storia di quella particolare fiera o degli oggetti artigianali prodotti nell’area.

Al di là del riscontro ottenuto in termini di vendite  -  di solito positivo - la partecipazione alle fiere ha insomma un indubbio valore culturale e divulgativo rispetto alle tradizioni locali.
Uno dei pannelli didattici per le fiere

Roberto: “Quando andiamo in giro siamo – diciamo così - tirati a lucido. Facciamo sempre un allestimento di 10 – 12 cartelli. Uno spiega le fasi della lavorazione al tornio, uno il funzionamento del forno, eccetera. Sono tutte cose che incuriosiscono, e la gente si ferma.
E ogni oggetto venduto è accompagnato da un libricino che ne racconta l’origine e la storia.

Non ci interessa fare un prototipo di fischietto e tenerlo chiuso in una bacheca, o fare una semplice rievocazione. Noi quando usciamo ci portiamo appresso 1.000 fischietti e magari ne riportiamo indietro 500. Noi a questo teniamo: a riproporre quell’oggetto, a vendere un grande numero di fischietti. A parte che noi vendiamo a prezzi molto bassi, abbiamo fischietti da 2 o 3 euro. E allora la gente se li compra.

Ora c’è un'altra fiera che vogliamo fare, quella di San Giuseppe, che si tiene a Marzo ad Atina. Si  faceva anticamente una fiera sempre di fischietti e di cuccetelle. E noi vorremmo ritornare in questo paese e fare rivivere questa tradizione.
Dovremmo fare qualche cartellone, ritrovare qualche immagine di com’era. Ritrovare e rifare qualche oggetto tipico del posto.”

Il laboratorio di via Marsicana

Non sarà la bottega di un artigiano tradizionale, ma visitare il laboratorio dell’associazione J’Api a Sora, in via Marsicana, è una esperienza molto interessante. Qui Paola e Roberto, oggi aiutati dalla figlia, realizzano ancora le ceramiche tradizionali ciociare. Lo fanno nel tempo libero, dato che di sole ceramiche popolari non si vive.

Paola: “Questo era proprio il nostro lavoro fino a una decina di anni fa, poi abbiamo cominciato a fare anche altre cose. Io sono assistente sociale al Comune di Sora, e Roberto insegna italiano e storia a scuola. Mia figlia continua la produzione ma con grande difficoltà, non è facile. Si è dovuta orientare sulle bomboniere e su un discorso più commerciale.

Adesso abbiamo meno tempo di una volta, ma non pensiamo di lasciare perdere, è troppo interessante. E poi c’è soddisfazione, perché queste cose hanno successo. E allora te ne rendi conto e vai avanti.”

Nel laboratorio è anche possibile – magari insistendo un po’ – vedere alcuni oggetti storici, quelli che Paola e Roberto hanno raccolto  all’inizio della loro ricerca e che oggi custodiscono gelosamente.

Paola: “I pezzi antichi che ci sono rimasti sono sacri per noi: anche se ce li chiedono non li diamo a nessuno. Di questa signora Maria abbiamo ad esempio una cassetta di fischietti. Qualcosa addirittura la teniamo nascosta. Anche perché più passa il tempo più queste cose sono impossibili da trovare. A dire la verità a volte le cose che abbiamo nascosto non ci ricordiamo neanche più bene dove si trovano… Insomma siamo diventati un po’ fissati!”

La "preziosa" cassetta dei fischietti di Maria
  

I testi sono di Massimiliano Trulli massitrulli@gmail.com - riproduzione vietata


[1] J’Api, Via Marsicana, 104, 03039 – Sora (Frosinone), tel. 0776 825561. Alcune informazioni sintetiche sulla ricerca svolta sono visibili al sito http://fischiettidellaciociaria.wordpress.com/about/
[2] Elisabetta Silvestrini (curatrice), Ceramica Popolare del Lazio, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni popolari, Quasar 1982
[3] Cascano si trova nella Provincia di Caserta, ma nella produzione delle botteghe di questo paese è rilevabile una notevole omogeneità produttiva con quella del basso Lazio.
[4] Nell’articolo di Roberto Biagi ed Anna Rita Pontremolesi “Fischietti del Lazio - contenuto in Salvatore Cardello (curatore), SIBILUS 4, Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo di Caltagirone, 2004 -  si fa l’ipotesi che oltre alla funzione ornamentale, il cane posto alla base del fischietto simboleggi la fedeltà tra i coniugi, rafforzando così il significato beneaugurale del fischietto.
[5] Esemplari di questi fischietti sono presenti - oltre che nel già citato testo di E. Silvestrini - anche in: Paola Piangerelli (curatrice) La Terra, il Fuoco, L’Acqua, il Soffio – la collezione dei fischietti di terracotta del Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari, Edizioni De Luca 1994.
[6] Si tratta di miniature delle stoviglie in terracotta. Venivano realizzate con le stesse tecniche delle stoviglie vere e proprie e regalate come giocattoli alle bambine.
[7] Oltre alla testimonianza di Paola e Roberto – di cui abbiamo già detto - lo si afferma anche in P. Piangerelli, op. cit.
[8] Le informazioni sono tratte da E. Silvestrini, op. cit.
[9] Questi ultimi erano per la verità realizzati a mano, a testimonianza del fatto che la dicotomia tra le tecniche produttive non sia da intendersi in maniera rigida. Si veda E. Silvestrini, op. cit.
[10] E. Silvestrini, op. cit.

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