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domenica 31 marzo 2013

Paola D’Orazio e Roberto Tersigni: sulle orme degli artigiani ciociari


Memorie e Suoni di Terra
conversazioni con i Maestri costruttori di ceramiche sonore
Cavalluccio di Ferentino (P. D'Orazio e R. Tersigni)
 “Il fischietto popolare deve stare in piazza, non chiuso dentro un museo!” Ecco come può essere riassunto in poche parole un impegno ormai trentennale: quello di Paola D’Orazio e di suo marito Roberto Tersigni, che insieme hanno fondato l’associazione culturale J’Api - Arti e tradizioni popolari della Ciociaria.[1]
Sono infatti ormai 3 decadi che questi due ceramisti di Sora hanno riscoperto i fischietti e gli altri oggetti della tradizione figula ciociara e li hanno riproposti ad un pubblico vasto. La particolarità ed il valore dell’operazione culturale da loro portata avanti sta proprio in questo: Paola e Roberto non si sono rivolti alla piccola cerchia degli appassionati e dei collezionisti di ceramiche popolari. Al contrario, sono riusciti a coinvolgere e interessare moltissime persone comuni a questo lavoro di riscoperta della tradizione. Ci sono riusciti riportando la ceramica popolare nelle fiere di paese. Ed a pensarci bene si è trattato di una idea di una semplicità disarmante: fino al recente passato ed alla crisi dell’artigianato, queste fiere avevano rappresentato per secoli i principali luoghi deputati allo smercio delle terrecotte.

Ma facciamo un passo indietro: la Ciociaria è stata storicamente un territorio ricco di centri di produzione di ceramiche di uso popolare, come Arpino, Broccostella, Ceprano, Ceccano, Ferentino, Pontecorvo, Veroli. Poi - a partire dal secondo dopoguerra - vi è stato un veloce declino delle botteghe artigiane, che già a fine anni ’80 erano completamente scomparse.
All’inizio di quel decennio, Paola e Roberto erano due giovani affascinati dalla ceramica popolare. Si rendevano conto che questa tradizione produttiva andava rapidamente scomparendo dal loro territorio, e prima che fosse troppo tardi decisero di intraprendere una ricerca: visitarono i luoghi di produzione e di smercio, individuarono gli ultimi artigiani, e iniziarono a frequentarne le botteghe.

Per ripercorrere la storia dei fischietti e delle terrecotte ciociare ci siamo quindi affidati a questa coppia. In mancanza di testimonianze dirette da parte degli artigiani tradizionali - gli ultimi di loro sono scomparsi già da molti anni –  si tratta senz’altro dei principali depositari della tradizione figula del Sud del Lazio.

Paola: “La ricerca che abbiamo fatto è stata molto, molto interessante. Ormai sono 30 anni che giriamo. Non ci siamo limitati a ricercare gli oggetti, ma ci siamo chiesti perché erano fatti in un certo modo, siamo andati a cercare le motivazioni.
Siamo arrivati appena in tempo! Abbiamo trovato ancora qualcuno che stava ancora lì lì per chiudere l’attività. Poi questi personaggi sono morti ed è finito tutto li!”

Roberto: “Broccostella e Arpino sono stati gli ultimi centri a cessare la produzione di terracotta popolare. E allora noi ci siamo concentrati su questi centri, abbiamo conosciuto gli artigiani e abbiamo riscoperto la loro produzione.”

Paola: “Poi abbiamo fatto il giro delle fiere, e anche da queste abbiamo colto un pochino quella che è la tradizione nostra.”


Alla scoperta delle ultime botteghe

Durante la loro ricerca Paola e Roberto hanno avuto l’opportunità di visitare sia le botteghe dei pignatari - che producevano con il tornio tegami e altri utensili di uso domestico - sia quelle dei figurinai - che realizzavano figure a stampo come statuine devozionali e presepi. Conoscere e veder lavorare gli ultimi artigiani figuli della Ciociaria ha rappresentato per loro un’esperienza fondamentale che ne ha rafforzato l’amore per la ceramica popolare. Frequentare le loro botteghe li ha motivati a raccogliere le memorie e le tradizioni di cui questi artigiani erano custodi e tramandarle ad altri.
Si trattava di botteghe mai toccate da un processo di modernizzazione produttiva, e che  utilizzavano strumenti e tecniche di lavoro particolarmente tradizionali: la creta veniva cavata a mano e depurata battendola con mazze di legno e setacciata grazie a lastre di stagno bucate. I pezzi venivano poi lavorati con il tornio a pedale oppure con stampi di gesso. La cottura avveniva ancora in grandi fornaci alimentate a legna, e per la decorazione venivano utilizzati esclusivamente smalti e pennelli autoprodotti dagli stesi artigiani.

Roberto: “La pubblicazione Ceramica Popolare del Lazio[2] è stata fondamentale per il nostro lavoro. Ci abbiamo trovato moltissimi spunti per le nostre ricerche. Ad esempio abbiamo ricavato da lì indicazioni sui luoghi di produzione e sulle genealogie dei pignatari.”

Paola: “A  Broccostella una volta c’era una strada che si chiama via di Pignataro, dove lavoravano gli artigiani. Lì abbiamo conosciuto Antonio Di Cresci, l’ultimo torniante. Usava ancora il tornio a pedale.
La moglie invece faceva questi fischietti modellati tutti a mano. Riproducevano animali da cortile più che altro, come galline e pavoni.

Ad Arpino c’era Emilio Mastroianni, l’ultimo della dinastia di artigiani figurinai di questa famiglia. Faceva oggetti piccoli come i fischietti, le statuine del presepe, e il Peppino che piscia.”

Roberto: “Abbiamo conosciuto un po’ anche  Rocco Abbatangeli di Ceprano. Lui non faceva fischietti, però, solo le pignatte. Al tornio era velocissimo.

A Cascano[3] c’era Biagio Di Cresci, che ha lo stesso cognome di quello di Broccostella. Siamo andati a trovarlo che era già vecchio. Prendemmo da lui una serie di cocci.”

Paola: “L’ultima è stata Maria. Era una signora di Broccostella che ci ha aiutato molto a capire quali erano le tradizioni locali. Questa Maria venne proprio nel nostro laboratorio, e ci fece vedere come faceva i fischietti. Con quelle mani era incredibile!
Faceva soprattutto il fischietto del cavaliere con il cavallo a tre zampe, ed anche un uccello con una coda lunga lunga, che lei chiamava pavone.
Spesso lavorava con la terra più grezza, proprio quella di Broccostella”

Roberto: “Ora sono tutti scomparsi, non ci sta più nessuno né a Ceprano, né a Arpino, nè a Broccostella.
In generale ne è rimasto pochissimo di artigianato in queste zone. C’è giusto qualche anziano che fa i canestri o le ciocie.”


I fischietti fatti a mano di Broccostella e Ferentino

I fischietti in terracotta sono senz’altro tra i prodotti della tradizione ceramica ciociara che hanno suscitato maggiormente l’interesse di Paola e Roberto. Ed anche nelle fiere da loro frequentate sono tra gli oggetti sui quali si concentra l’attenzione del pubblico.
Ciufolitt (R. Tersigni)
Ciufolitt (R. Tersigni)

 
Probabilmente la cosa che conferisce a questi fischietti un fascino ed un’espressività particolare è la loro primitività. D'altronde è possibile individuare una ragione storica precisa della semplicità di questi fischietti: come abbiamo visto, in Ciociaria le botteghe che li producevano hanno cessato la loro attività non più tardi dei primi anni ‘80.  In altre aree di produzione le cose sono andate diversamente: ad esempio in Puglia e Veneto era in corso proprio in quegli anni una riscoperta dei fischietti e più in generale della ceramica popolare. Si è trattato di un processo che ha valorizzato questi oggetti, ma al tempo stesso ne ha incoraggiato una rielaborazione e un adattamento ai gusti del pubblico moderno. In questo modo l’originaria semplicità dei fischietti è stata alterata, ed alle forme autenticamente tradizionali ne sono subentrate altre  progressivamente più complesse e raffinate.


Nella tradizione produttiva ciociara sono presenti due diverse tipologie di fischietti: quelli  modellati a mano nelle botteghe dei pignatari e quelli realizzati a stampo dagli artigiani figurinai.
Alla prima tipologia appartiene quello che probabilmente è il fischietto più conosciuto e riconoscibile della tradizione ciociara: quello proveniente dall’area di Broccostella che rappresenta il cavaliere a cavallo. L’animale è sempre rigorosamente modellato con tre sole zampe: due anteriori e una sola posteriore. Paola e Roberto hanno verificato come questo fischietto venisse regalato alle spose di Broccostella, che lo conservavano nella camera da letto. Per questa ragione si pensa che la gamba posteriore del cavallo rappresentasse un simbolo fallico, e che il dono avesse per la coppia di sposi un significato augurale di fertilità e felicità coniugale.

Paola: “Secondo me il cavallo a tre zampe è il personaggio più bello della nostra tradizione. Perché ha una sua storia, una collocazione. Si sa quale origine e che significato ha.
Era un regalo che si faceva alle spose di Broccostella. Ci diceva Maria che le spose lo mettevano sopra il comò della camera da letto. E ci raccontava che più il cavallo era grande e più era forte il suo significato, quindi si faceva quasi a gara a regalare alle spose questi cavalloni sempre più grandi.”

Roberto: “Anche gli artigiani facevano a gara a chi lo faceva più alto e più lungo, era una specie di virtuosismo. E per farli più belli mettevano sulla base del cavallo degli animali: cagnolini, pecorelle, galline.”[4]

E’ interessante notare che in occasione della fiera di Balsorano, gli artigiani di Broccostella ritoccavano la figura del cavaliere per fargli assumere le sembianze di San Giorgio. Con poche modifiche, questo soggetto decisamente profano assumeva quindi una valenza religiosa e devozionale.

Roberto: “Per la fiera di Balsorano il cavalluccio a tre zampe di Broccostella diventava San Giorgio e il drago. Era la festa dei fischietti, e quelli di Broccostella andavano lì a vendere i loro oggetti.”

Paola: “E’ sempre lo stesso personaggio, però lo facevano diventare San Giorgio, perché a Balsorano si venerava questo santo patrono.”

Viene da Ferentino un altro fischietto tradizionale che riproduce le sembianze di un cavallo. In questo caso il cavalluccio è privo di cavaliere, e le sue forme sono molto essenziali, quasi stilizzate. In questo caso Paola e Roberto non hanno trovato alcun artigiano in attività che ancora producesse i cavallucci, e si sono quindi rifatti ai pezzi della collezione del Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari . [5]

Il fischietto più semplice di tutti era però probabilmente il ciufolitt, le cui fattezze riproducevano sommariamente le sembianze di un uccellino. Nonostante la sua semplicità, il fischietto era dotato di un foro digitale che permetteva di ottenere un suono bitonale e di una piccola appendice alla base, che faceva da impugnatura.

Roberto: “Il ciufolitt è invece il fischietto più piccolo. Si regalava ai ragazzini, perché poi era il fischietto che costava di meno. Viene sempre da Broccostella.

Ciufolitt (R. Tersigni) 
Una volta, mentre stavamo facendo una fiera, un vecchio mi raccontò una storia su questi ciufolitt. Era il 1946, e questo vecchio c’avrà avuto una decina d’anni. Col nonno erano andati da Sora a San Donato dove c’era la fiera di Santa Costanza. Erano andati a piedi, e considera che sono una ventina di km di cammino. Una volta arrivati andarono alla messa e poi a vedere il mercato con le cuccetelle,[6] i fischietti, le cannate, eccetera. E allora il nipote diceva: Tatò, accatteme i ceufelitt! - Nonno, comprami i ciufolitt. E il Nonno gli rispose: “Tramentime e ce ne jàme! – guardiamo solamente e poi ce ne andiamo!”.

Ci sono testimonianze del fatto che per lo meno a Broccostella fossero normalmente le donne della famiglia ad occuparsi della produzione dei fischietti.[7] Gli uomini - gli unici in grado di effettuare la lavorazione al tornio - si occupavano invece della modellatura di un fischietto noto con il nome di cucurro e della brocca con il fischio.[8]


I fischietti a stampo di Veroli ed Arpino

Nella Ciociaria vi erano anche altri centri di produzione – come Veroli e Arpino - nei quali i fischietti erano realizzati nelle botteghe dei figurinai. Abbiamo già accennato come questi artigiani  non erano soliti modellare i singoli pezzi a mano, ma realizzavano un unico prototipo dal quale ricavavano poi il calco in gesso. Questo permetteva loro di realizzare pezzi più raffinati, dato che la riproduzione in serie permetteva una maggiore accuratezza sia nelle forme che nella decorazione.
Cavaliere (Maria - Broccostella)

Ad Arpino erano attive due famiglie di figurinai, i Mastroianni e i Palma. In questo centro la produzione di fischietti è cessata da decenni, ma fortunatamente possiamo rifarci alla collezione del Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari per avere una idea della tipologia di pezzi realizzati dagli artigiani di Arpino nei primi anni del ‘900. In questa collezione sono presenti in particolare alcuni fischietti realizzati da Felice Mastroianni (1860-1937). In alcuni casi si tratta di pezzi a tema religioso, come Gesù Bambino e San Cataldo. Vi sono poi alcuni esemplari di un fischietto ad acqua, composto da un vasetto - modellato al tornio - sormontato da un uccellino -  ricavato da uno stampo.
La bottega dei Palma produceva invece fischietti con le sembianze di paperelle, soldati, pesci.[9]
Ci sono in fine testimonianze della realizzazione di fischietti a stampo anche a Veroli da parte dell’artigiano Barno, detto Carniccio. [10]

Fischietti a parte, Paola e Roberto hanno indagato sulla produzione di una serie di altri oggetti, come le campanelle, le pipe di coccio, le brocche, e una figura satirica nota come il “Peppino che piscia”.

Rispetto alle campanelle, il già citato libro “Ceramica Popolare del Lazio” nota come questi oggetti avessero nella tradizione ciociara una valenza diversa da quella magica-apotropaica a loro attribuita in altre are geografiche. Le scritte rinvenute su molte campanelle sembrano infatti indicare che queste fossero utilizzate come dono di corteggiamento.

Paola: “I campanelli si regalavano alle ragazze. Era una specie di dichiarazione d’amore. E poi se la ragazza accettava la corte regalava al ragazzo una pipa di quelle di coccio.”

Roberto: “Il Peppino che piscia invece è una statuetta che raffigura appunto un bambino che fa pipì in un vasetto, ed è originario di Isola del Liri. Qualcuno che incontriamo alle fiere ci dice che era un fischietto, ma io penso che si confondano. Anche perchè lo faceva Emilio Mastroianni di Arpino, e lui non ha mai fatto fischietti. Probabilmente stava solo sulle bancarelle in mezzo i fischietti, e per questo qualcuno crede di ricordare che fischiava.”


Rubando il mestiere con gli occhi

Abbiamo già detto come Paola e Roberto non si siano accontentati di svolgere un lavoro di ricerca fine a se stesso: si tratta di due bravi produttori di ceramiche che hanno dato nuova vita agli oggetti della tradizione figula ciociara. In questo modo, dopo aver raccolto il testimone dalle mani degli ultimi artigiani, hanno poi proseguito il loro lavoro. Nel loro laboratorio di Sora si realizzano a tutt’oggi una serie di oggetti della tradizione figula ciociara che altrimenti sarebbero solamente un ricordo del passato.

Roberto: “Messe insieme tutte le notizie possibili abbiamo ricominciato la produzione, perchè ormai praticamente era finito tutto.
Per imparare a fare questi oggetti abbiamo osservato gli artigiani che lavoravano. Perché nessuno di loro ti insegna niente, sono gelosi!

Abbiamo visto come facevano i fischietti a Broccostella, le campanelle ad Arpino, e come Abbatangeli lavorava al tornio. E quindi abbiamo messo insieme queste tecniche e le abbiamo messe in pratica. E poi, per molti degli oggetti che abbiamo rifatto ci siamo ispirati a “Ceramiche Popolari del Lazio”. Abbiamo preso da quel libro tante forme.

pietre di manganese utilizzate per gli smalti





Paola: “Roberto lavora anche al tornio, ad esempio fa le campanelle. Ed io mi sono un po’ più specializzata sulla decorazione, oltre che sulla modellazione di oggetti particolari. Io sono più perfezionista nel modellare, mentre lui ha la mano più rapida. D’altronde per gli oggetti popolari dovrebbe essere così.”

Nel riprodurre questi oggetti, i due ceramisti-ricercatori pongono la massima attenzione al rispetto delle forme, ma anche delle tecniche produttive degli artigiani tradizionali. Non è infrequente per loro utilizzare materiali desueti come la terra grezza raccolta in un campo e depurata a mano, o sgretolare le pietre di manganese per ricavarne il caratteristico colore marrone, e persino adoperare l’ossido di piombo per l’invetriatura dei pezzi.

Paola: “Abbiamo preso un po’ di creta proprio a Broccostella. E’ molto impura, e prima di utilizzarla per fare questi oggetti si deve lavorare, pulire, battere. Però è bellissima: rossa, ruvida. E’ la terra proprio delle pignatte.
Ad esempio questi fischietti li ho rifatti uguali come li faceva Maria, usando la creta rossa di Broccostella. La creta pirofila ci assomiglia, ma questa è un'altra cosa.” 

Roberto: “A Broccostella la decorazione era proprio una cosa primitiva: tutti questi oggetti venivano lasciati grezzi, oppure si decoravano con appena e un po’ di manganese e  piombo. O magari si ricoprivano solo con il piombo, per farli venire lucidi.

E anche noi la decorazione la facciamo tutta con il manganese. Sono queste pietre qui, che io sbriciolo e faccio diventare polvere. E poi la mischio al piombo e la cuocio a 900 gradi. E’ un lavoro che si fa solo ogni tanto, tanto ne serve talmente poco…”

Paola: “In alcuni dei nostri pezzi si vede proprio la scolatura del manganese, che fa una serie di effetti strani. Perché ad alte temperature fonde e a volte vengono fuori delle cose bellissime.”
Oppure usiamo solo piombo. Certo, il piombo è tossico, quindi lo usiamo su pochissimi oggetti, soltanto per i fischietti.”

Roberto: “Anche i legnetti per fare i buchi al fischietto te li devi fare da solo, non è che si comprano. E io ogni tanto me li faccio.
Sono di bosso, che poi è una siepe con quelle foglioline ovali. Il bosso va bene perché è un legno compatto, abbastanza elastico, durissimo. Il loro nome tradizionale è cautature.”

Paola: “Cautature viene da cautare, che significa appunto scavare. Perché erano gli arnesi per scavare l’argilla, no?”


Fare cultura in nelle piazze

La partecipazione alle fiere rappresentava per gli artigiani ciociari un’imprescindibile fonte di reddito, alla quale ci si preparava con mesi di anticipo. Anche per la popolazione si trattava di appuntamenti importanti da diversi punti di vista: come occasione di socializzazione, per il loro significato religioso, e anche per aspetti pratici come la possibilità di acquistare prodotti altrimenti difficili da reperire.

Bisogna sottolineare che il Sud del Lazio vanta in questo campo una tradizione antichissima: le fiere di Sora, Arpino, Pontecorvo sono documentate addirittura sin dal medioevo.

Sulle bancarelle non mancavano utensili e giocattoli in terracotta. In alcuni casi questi prodotti finivano anzi per caratterizzare la fiera tanto da darle il nome: è il caso della “Fiera dei coccetti” che si teneva a Ceccano i primi di agosto di ogni anno, o di quella “delle Campanelle” che si teneva la prima domenica di settembre ad Arpino.
Le cautature per fare i fori ai fischietti

In queste stesse fiere anticamente frequentate da pignatari e figurinai Paola e Roberto sono tornati a proporre gli oggetti della tradizione artigianale.
Per loro le fiere non rappresentano solamente una occasione di vendita, ma sono parte integrante del lavoro di ricerca. Spesso capita soprattutto che gli anziani si avvicinino al loro banchetto stimolati dalla presenza di un determinato oggetto che non vedevano più da tempo. Ne scaturiscono discussioni che rappresentano una preziosa fonte di informazioni.

Roberto: “Facciamo ogni anno la fiera del Crocificco di Isola Liri, quella del Perdono di Balsorano che si tiene il 2 di agosto, quella di Santa Costanza a San Donato, quella di Arpino. Queste sono le fiere più importanti.
A Balsorano non c’era più la fiera dei fischietti ed a Arpino non c’era più la fiera delle campanelle. E noi siamo tornati li per riportare i fischietti e le campanelle, e la gente si ricordava di questi oggetti.”

Paola: “Proprio a partire da quello che la gente ci diceva durante le fiere noi abbiamo fatto un passo indietro e ci siamo attrezzati a rifare gli oggetti che ci chiedevano. Perché le persone ci dicevano: ah si, un tempo sulle bancarelle si vendeva questo, si vendeva quell’altro. E noi abbiamo rifatto tutti questi soggetti.

Quando la gente si ricorda è una grande emozione. L’esperienza più bella è stata quando siamo tornati a Isola Liri la seconda domenica di luglio, quando loro fanno la festa del Crocifisso. Era una fiera importantissima, e gli artigiani portavano i cocci, le coccinelle, i fischietti, il Peppino che piscia.
Noi siamo tornati lì invitati dal comitato dei festeggiamenti e ci hanno detto: rifate il Peppino perché non lo troviamo più. Noi ne facemmo un centinaio di esemplari,  e ci sembravano pure tanti. Dopo mezz’ora tutti gli abitanti del paese stavano davanti alla nostra bancarella: erano impazziti! Le signore tutte a comprare le cuccetelle!
Insomma, la fiera si fa il sabato e la domenica, e il sabato alle 8 di sera erano finiti tutti i Peppini.  Quella è stata una esperienza proprio bella, le persone volevano proprio rivedere queste cose. Ora ci torniamo ogni anno, ed ogni anno è sempre un successo.”

L’allestimento della bancarella dell’ Associazione J’Api è molto curato, e nulla è lasciato al caso. Numerosi pannelli illustrati e volantini servono a fornire alcune nozioni di base sulle terrecotte ciociare.
Anche i singoli prodotti in vendita sono accompagnati da un breve testo che spiega in maniera sintetica origine, significato, nome tradizionale dell’oggetto.
Volta per volta si pone una particolare attenzione proprio alla storia di quella particolare fiera o degli oggetti artigianali prodotti nell’area.

Al di là del riscontro ottenuto in termini di vendite  -  di solito positivo - la partecipazione alle fiere ha insomma un indubbio valore culturale e divulgativo rispetto alle tradizioni locali.
Uno dei pannelli didattici per le fiere

Roberto: “Quando andiamo in giro siamo – diciamo così - tirati a lucido. Facciamo sempre un allestimento di 10 – 12 cartelli. Uno spiega le fasi della lavorazione al tornio, uno il funzionamento del forno, eccetera. Sono tutte cose che incuriosiscono, e la gente si ferma.
E ogni oggetto venduto è accompagnato da un libricino che ne racconta l’origine e la storia.

Non ci interessa fare un prototipo di fischietto e tenerlo chiuso in una bacheca, o fare una semplice rievocazione. Noi quando usciamo ci portiamo appresso 1.000 fischietti e magari ne riportiamo indietro 500. Noi a questo teniamo: a riproporre quell’oggetto, a vendere un grande numero di fischietti. A parte che noi vendiamo a prezzi molto bassi, abbiamo fischietti da 2 o 3 euro. E allora la gente se li compra.

Ora c’è un'altra fiera che vogliamo fare, quella di San Giuseppe, che si tiene a Marzo ad Atina. Si  faceva anticamente una fiera sempre di fischietti e di cuccetelle. E noi vorremmo ritornare in questo paese e fare rivivere questa tradizione.
Dovremmo fare qualche cartellone, ritrovare qualche immagine di com’era. Ritrovare e rifare qualche oggetto tipico del posto.”

Il laboratorio di via Marsicana

Non sarà la bottega di un artigiano tradizionale, ma visitare il laboratorio dell’associazione J’Api a Sora, in via Marsicana, è una esperienza molto interessante. Qui Paola e Roberto, oggi aiutati dalla figlia, realizzano ancora le ceramiche tradizionali ciociare. Lo fanno nel tempo libero, dato che di sole ceramiche popolari non si vive.

Paola: “Questo era proprio il nostro lavoro fino a una decina di anni fa, poi abbiamo cominciato a fare anche altre cose. Io sono assistente sociale al Comune di Sora, e Roberto insegna italiano e storia a scuola. Mia figlia continua la produzione ma con grande difficoltà, non è facile. Si è dovuta orientare sulle bomboniere e su un discorso più commerciale.

Adesso abbiamo meno tempo di una volta, ma non pensiamo di lasciare perdere, è troppo interessante. E poi c’è soddisfazione, perché queste cose hanno successo. E allora te ne rendi conto e vai avanti.”

Nel laboratorio è anche possibile – magari insistendo un po’ – vedere alcuni oggetti storici, quelli che Paola e Roberto hanno raccolto  all’inizio della loro ricerca e che oggi custodiscono gelosamente.

Paola: “I pezzi antichi che ci sono rimasti sono sacri per noi: anche se ce li chiedono non li diamo a nessuno. Di questa signora Maria abbiamo ad esempio una cassetta di fischietti. Qualcosa addirittura la teniamo nascosta. Anche perché più passa il tempo più queste cose sono impossibili da trovare. A dire la verità a volte le cose che abbiamo nascosto non ci ricordiamo neanche più bene dove si trovano… Insomma siamo diventati un po’ fissati!”

La "preziosa" cassetta dei fischietti di Maria
  

I testi sono di Massimiliano Trulli massitrulli@gmail.com - riproduzione vietata


[1] J’Api, Via Marsicana, 104, 03039 – Sora (Frosinone), tel. 0776 825561. Alcune informazioni sintetiche sulla ricerca svolta sono visibili al sito http://fischiettidellaciociaria.wordpress.com/about/
[2] Elisabetta Silvestrini (curatrice), Ceramica Popolare del Lazio, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni popolari, Quasar 1982
[3] Cascano si trova nella Provincia di Caserta, ma nella produzione delle botteghe di questo paese è rilevabile una notevole omogeneità produttiva con quella del basso Lazio.
[4] Nell’articolo di Roberto Biagi ed Anna Rita Pontremolesi “Fischietti del Lazio - contenuto in Salvatore Cardello (curatore), SIBILUS 4, Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo di Caltagirone, 2004 -  si fa l’ipotesi che oltre alla funzione ornamentale, il cane posto alla base del fischietto simboleggi la fedeltà tra i coniugi, rafforzando così il significato beneaugurale del fischietto.
[5] Esemplari di questi fischietti sono presenti - oltre che nel già citato testo di E. Silvestrini - anche in: Paola Piangerelli (curatrice) La Terra, il Fuoco, L’Acqua, il Soffio – la collezione dei fischietti di terracotta del Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari, Edizioni De Luca 1994.
[6] Si tratta di miniature delle stoviglie in terracotta. Venivano realizzate con le stesse tecniche delle stoviglie vere e proprie e regalate come giocattoli alle bambine.
[7] Oltre alla testimonianza di Paola e Roberto – di cui abbiamo già detto - lo si afferma anche in P. Piangerelli, op. cit.
[8] Le informazioni sono tratte da E. Silvestrini, op. cit.
[9] Questi ultimi erano per la verità realizzati a mano, a testimonianza del fatto che la dicotomia tra le tecniche produttive non sia da intendersi in maniera rigida. Si veda E. Silvestrini, op. cit.
[10] E. Silvestrini, op. cit.

venerdì 14 settembre 2012

La III Edizione della Biennale del Fischietto di Matera -Vernissage



INAUGURAZIONE 
DELLA BIENNALE INTERNAZIONALE 
DEL FISCHIETTO IN TERRACOTTA
"CITTA' DI MATERA"
III EDIZIONE


Matera
chiesa rupestre S. Maria de Armeniis 
ore 19:00 ingresso libero 
Info. 0835314139

Si inaugurerà il 16 settembre 2012, alle ore 19,00, a Matera nello splendido ed incantato scenario dei Sassi, la terza edizione della biennale internazionale del fischietto in terracotta.- Mostra Concorso, organizzata dall'Associazione Culturale Genius Loci, in collaborazione con il Comune di Matera, la C.C.I.A.A. e il patrocinio della Provincia di Matera, Regione Basilicata, della Cna, di Confcommercio e Confesercenti , dell'Archeoclub sede di Matera. Alla cerimonia di inaugurazione è prevista la partecipazione di Piero Colapietro Presidente dell'Associazione Genius Loci, di Alberto Giordano Assessore Comunale al Turismo e alle AA.PP., di Angelo Tortorelli Presidente della CCIAA di Matera, di Giovanni Coretti ed Agata Mele rispettivamente Presidente regionale e provinciale CNA, di Leonardo Montemurro Presidente Archeoclub Matera.
I numerosi lavori giunti da ogni parte d'Italia e da alcune nazioni estere rimarranno esposti fino al 30 settembre nella chiesa rupestre S. Maria de Armeniis.
La giuria tecnica, composta da un collezionista,un artigiano, un grafico, un giornalista ed un rappresentante di un ente pubblico, i cui nomi verranno resi noti solo il giorno dell'inaugurazione, provvederà, nella mattinata di domenica,alla scelta dei tre vincitori e di coloro che meriteranno attestati di riconoscimento mentre dalle 19,00 in poi del 16 settembre, momento in cui verranno aperte le porte al pubblico, saranno tutti i visitatori a diventare giudici. Infatti è previsto anche un premio della giuria popolare che verrà assegnato a conclusione mostra dopo aver effettuato lo spoglio delle schede raccolte dove ogni visitatore avrà espresso la propria preferenza.
La mostra rientra tra le manifestazioni inserite nel cartellone culturale del programma di Matera 2019 - capitale europea della cultura- città candidata.
 L'organizzatore, Piero Colapietro, presidente dell'Associazione Culturale Genius Loci di Matera e Direttore artistico della mostra, si ritiene soddisfatto del consenso che il concorso ha avuto tra gli artisti  partecipanti. Ancora una volta Matera torna alla ribalta nazionale ed internazionale e amplia il suo carnet di eventi culturali che la vedono protagonista quale candidata a capitale europea della cultura.


fonte: sassiland.com 

venerdì 17 agosto 2012

Un saluto al Maestro Bonaldi


Sabato 11 agosto ci ha lasciati Federico Bonaldi. Oltre ad essere un artista colto ed un Maestro riconosciuto dell’arte ceramica, era un grande amico dei fischietti in terracotta. Basti dire che inseriva i suoi cuchi anche nelle opere ceramiche importanti, e nel’64 portò tre suoi arcicuchi alla Biennale Internazionale d’Arte di Venezia.

Pensiamo che il modo più affettuoso in cui possiamo salutarlo sia quello di riportare alcuni brani di un’intervista risalente a qualche anno fa. Ne esce il ritratto di un uomo per nulla incline all’autocelebrazione, con una ironia vivace, e soprattutto sereno per quella che è stata una vita ricca e intensa.

Ciao Federico

Associazione Genius Loci di Matera

I collezionisti

Ci sono collezionisti che hanno molti dei miei cuchi. Scuto ne avrà 800, ed anche un collezionista di Bari e uno di Messina ne hanno tantissimi. Ma che ci faranno!

E mi chiedono: “Hai fatto qualcosa di nuovo?” Ma cosa potrei più inventarmi di diverso!

Avevo iniziato a collezionarli anche io ma il collezionismo mi spaventa: ti entra in testa l’idea di accumulare, diventi matto! Allora li ho dati via tutti!

Anche voi non sarete mica venuti a cercare dei fischietti? Ma basta!

I primi cuchi

Avrò iniziato a fare fischietti 50 anni fa. I primi erano più belli, spontanei e un po’ ingenui. Quelli che faccio ora sono più furbi invece, studiati per strizzare l’occhio all’appassionato.

Anche i colori erano più tenui e simili a quelli tradizionali. Ora uso gli acrilici: sono molto più facili da utilizzare e catturano subito l’attenzione perché più vivaci.

I miei fischietti costano sempre 15 euro, non c’è stata inflazione. Ma ci sarà: prima o poi i debiti che fanno i governi ci tocca pagarli alla gente. Quindi se avete dei soldi da parte spendeteli!

I cuchi di oggi

Qualcuno mi dice che sono matto a perdere tempo con i fischietti. Perché i cuchi sono oggetti che si possono fare solo se si è in pensione e a casa si ha la pastasciutta garantita. Se pensi che ci lavori 2 ore su un oggetto così, e poi lo vendi a pochi euro diventa pazzesco. Ma a un certo momento tu li fai anche perché ti diverti!

Adesso non si vendono neanche più, non c’è più mercato. Ci sono i collezionisti, che sono degli amici…. Ma ormai hanno mia età e vanno scomparendo (ride).

Un giovane di oggi ha altri interessi. Con televisione o strumenti elettronici, dove puoi vedere immagini di qualsiasi tipo, un immaginario così povero non ha più senso.

Una botta di miseria potrebbe far ritornare i cuchi in auge!

La fame

Comunque quelli della mia generazione hanno avuto una vita felice. C’era la miseria, la povertà. Ma la miseria ti spinge anche a una solidarietà diversa, ad avere rapporti sociali di altro tipo.

E soprattutto si pensa al cibo! Io ci penso ancora! Mia moglie mi dice: ma sei sempre affamato…Si, perché a casa mi dicevano: magna ancora Putein, perché non si sa se domani ce ne sarà ancora!

Il lavoro di ceramista

Ho sempre voglia di lavorare. Non è voglia, è un vizio: mi hanno viziato da bambino a lavorare. E allora devo fare sempre qualcosa.

E io sono contento, mi vergogno, ma sono contento. Mi sembra di essere un privilegiato a poter finire così la mia vita, facendo le cose che mi piacciono, lavorando.

Non solo mi piace quello che faccio, ma mi sembra di non avere bisogno di niente. Ho un unico bisogno: le sigarette, perché sono drogato di sigarette. Ma dopo non ho altri problemi.

Sono un coglione, ma va bene così: un coglione contento. Passo a lavorare anche la domenica, le feste… Son sempre qua, non mi muovo. La sera vado a casa a fare pi-pi-pi con il telecomando, che mi vien sonno. E il giorno dopo torno qua.

lunedì 13 agosto 2012

Omaggio a Luigino Porri, ultimo cocciaio di Sorano



Sarà visitabile fino al 26 agosto 2012 la bella mostra-omaggio dedicata a Luigino Porri nella sua Sorano, sulle colline del grossetano. Portando avanti la sua attività di cocciaio fino a pochissimi anni fa, Luigino ha rappresentato una delle anime di Sorano, ed ha fatto in modo che un importante pezzo della memoria e dell’identità di questo territorio non andassero disperse. Ora che è scomparso, la sua città gli tributa un doveroso omaggio.

La mostra - intitolata significativamente “I Cocci di una Vita, materia e memoria” - ripercorre la vicenda professionale ma anche umana di questo artigiano.
Un allestimento molto curato – opera di Giuliano Ugolini – permette infatti di farsi una idea precisa di quella che era la produzione di “cocci” della Bottega Porri, ma propone anche belle immagini dell’artigiano e persino pannelli che ci raccontano, attraverso le stesse parole di Luigino, della sua vita.



Nella mostra sono presenti tutti gli oggetti in terracotta prodotti nella sua bottega e indispensabili fino a pochi decenni fa per la vita domestica e per le attività lavorative: dalla caratteristica panata per il vino, all’orciolo per il trasporto dell’acqua, al piatto burino della Maremma, e così via.
Accanto a questi utensili di utilità pratica non mancano nell’esposizione i giocattoli: i coccetti - miniature dei recipienti da cucina -  ma soprattutto i fischietti – di cui Luigino realizzava una vasta produzione sia tramite l’uso di stampi che al tornio.

Un motivo in più per visitare la mostra sta nel fatto che questa si svolge nella cornice della suggestiva Mostra Mercato organizzata ogni estate da Comune di Sorano e Associazione Strade Bianche. Una bella manifestazione durante la quale le strade dello splendido borgo antico di Sorano si riempiono di decine di artigiani che espongono i prodotti più vari.

La storia di Luigino è stata raccolta anche nel volumetto “Luigino Porri, I Cocci di una vita, biografia raccontata a Adriana Boschi, foto di David De Carolis, Millelire Stampa Alternativa, 2003”. Una pubblicazione piccola quanto importante: si tratta  infatti di uno dei pochissimi esempi in cui per ricostruire la storia dei nostri mestieri tradizionali e di una società rurale ormai scomparsa si da la parola agli stessi artigiani che ne sono stati i protagonisti.

Per il programma della Mostra Mercato 2012  visitare il sito http://marcellobaraghini.blogspot.it/
Per ordinazioni dell’autobiografia di Luigino Porri contattare: Millelire Stampalternativa, tel/fax 0564 633359 

mercoledì 13 giugno 2012

BIENNALE III EDIZIONE - COMUNICAZIONE

 ATTENZIONE!

COMUNICAZIONE URGENTE: 

 A causa di sopraggiunta indisponibilità dei locali espositivi, la III Edizione del Concorso Internazionale
Biennale del Fischietto in Terracotta Città di Matera si terrà nelle seguenti date:
16 Settembre 2012 - 30 Settembre 2012 

Sarà possibile inviare le opere entro il 10 settembre 2012.

 
Il presidente

Piero Colapietro

 

Per qualsiasi informazione e/o contatto chiamare il seguente numero

333.7126287

domenica 3 giugno 2012

Appuntamento con il Metodo Zentangle e gli Scarabocchi Zen in Toscana.

L'Associazione Culturale Genius Loci di Matera ed il Punto Vetro di Cenaia sono lieti di presentarvi  il primo workshop dedicato al Metodo Zentangle in Italia.

WORKSHOP di ZENTANGLE® 

e Scarabocchi ZEN (Zentangle Inspired Art)


Workshop creativo per adulti – CENAIA (PI)
DOMENICA 29 LUGLIO 2012
DURATA: 6 ore
CONDUCE TINA FESTA
(CZT - Insegnante Certificata Zentangle)
 
www.tinafesta.wordpress.com


Il Metodo Zentangle® è una nuova ed affascinante forma d’arte: permette di realizzare delle piccole opere creative con dei motivi che si ripetono. E’ un modo insolito di avvicinarsi all´arte: insegna a tutti, grandi e piccoli, che “creativi si diventa”, basta fare le cose “un passo per volta” e con consapevolezza.
Nel workshop si apprenderà la tecnica base del Metodo Zentangle® e degli Scarabocchi Zen (Arte liberamente ispirata ai Zentangles)www.zentangle.com


PROGRAMMA

Domenica Mattina: ore 9,30 - 12,30

SCARABOCCHI ZEN
1. Il mondo degli Scarabocchi - Gli Scarabocchi Zen,Tecnica base: I mille volti del nero - Il nero incontra il rosso - Lo scarabocchio zen nella didattica delle arti: uso dei diversi materiali, organizzazione del laboratorio, bibliografia utile….

2. Corso di ZENTANGLE BASICS® 15,30 - 18,30
Durante la lezione si apprenderanno le basi del Metodo Zentangle®:


Numero minimo dei partecipanti: 12-

Costo a persona:
Il costo a persona per il workshop è di euro 65 + 15 per il materiale (kit che rimane in dotazione al corsista).
E’ possibile iscriversi al solo corso pomeridiano di Zentangle® - euro 40+15 di materiale.

E’ richiesto un acconto di euro 25 al momento dell’iscrizione da versare con bonifico bancario a favore di Ass. Culturale Genius Loci
IBAN IT43W0525616101000009347911
Causale: Workshop Zentangle
(restituibile solo nel caso non si raggiungesse il num. minimo di partecipanti al corso)



Scarica qui la SCHEDA DI ADESIONE

Il Workshop si svolgerà presso:
Punto Vetro
via V. Veneto n° 3/5 a Cenaia 56040 (PI)
tel 050-644070 Lucia

venerdì 25 maggio 2012


Memorie e Suoni di Terra - conversazioni con i Maestri costruttori di ceramiche sonore
I Mastro di Grottaglie – orgogliosamente “fischiettari”
Giovanni Mastro (foto Fam. Mastro) 
Per alcune famiglie la ceramica diventa una ragione di vita, quasi come se generazione dopo generazione il padre trasmettesse ai figli il legame con la terracotta insieme al corredo genetico. Ed è questo il caso della famiglia Mastro.

Per provare a spiegare la forza di questo legame bisogna anzitutto dire che sono ormai 4 le generazioni dei Mastro che hanno dedicato la loro vita all’argilla. E c’entra molto anche Grottaglie – città dove hanno vissuto e lavorato almeno dalla metà dell’800 – e che è in tutto il mondo sinonimo di ceramica.
Eppure tutto questo appare ancora riduttivo finchè non si parla con con Oronzo e Marcello Mastro – la quarta generazione di ceramisti della famiglia. Solo sentendoli raccontare del proprio lavoro o della storia della bottega di famiglia ci si rende conto dell’amore profondo che li lega alla professione imparata fin da bambini dal proprio padre, o della devozione con cui hanno conservato storie e cimeli di famiglia.

Questo non vuol dire che il rapporto tra i Mastro e la terracotta sia stato fatto solo di soddisfazioni e successi. Molti sono stati i momenti difficili, ma paradossalmente le avversità sembrano avere solo rafforzato la passione dei Mastro per il loro mestiere. Tanto che se si potessero riassumere due secoli di storia famigliare in una sola parola questa sarebbe “caparbietà”: la caparbietà con cui ieri come oggi hanno portato avanti la loro professione di fronte a tante difficoltà; e anche la caparbietà – della quale gli appassionati di ceramica sonora devono essergli particolarmente grati – di aver salvaguardato la produzione dei fischietti anche nei decenni in cui a Grottaglie sembravano essere stati dimenticati da tutti.


Dai fischietti della tradizione a quelli artistici

E proprio dai fischietti comincia il racconto di Oronzo, il più grande dei fratelli Mastro, che ci racconta dei fischietti fatti dal Nonno – che si chiamava Oronzo come lui  - tra la fine dell’800 e la prima metà del ‘900.”
“Abbiamo ancora gli stampi che usava mio Nonno per i fischietti, stampi che erano fatti proprio da lui. I fischietti erano i giocattoli dei bambini, li facevano per quello.
fischietto Oronzo Mastro (foto G. Croce)
Per cuocerli si usava naturalmente la fornace a legna. La cottura era a costo zero perché ci si riempiva una capasa – i nostri contenitori rustici.  Di solito subivano una monocottura, e poi si dipingevano in maniera molto grossolana, non erano rifiniti come oggi. Prevalentemente erano colorati con la calce, e magari marmorizzati. Quindi li immergevano nella calce e poi gli schizzavano sopra un po’ di rosso e di blu. Abbiamo recuperato un gatto colorato in questo modo.”

 Molto legato alla produzione di fischietti fu anche Giovanni Mastro, figlio di Oronzo. Si trattò anzi dell’unico artigiano di Grottaglie a portare avanti questa tradizione nel periodo che va dal secondo dopo guerra, momento della decadenza dei fischietti come giocattoli tradizionali, fino alla loro riscoperta da parte dei collezionisti negli anni ‘80.
Oronzo Mastro: “Era l’unico a Grottaglie a fare i fischietti. Tanto è vero che durante una riunione di ceramisti Papà prese la parola per dire qualche cosa, e un suo collega ceramista lo tacitò dicendo: “citto – ovvero zitto -  fischiettaro!” Fu chiamato “fischiettaro“ proprio perché era l’unico a livello di botteghe ceramiche a fare questi fischietti.
Allora ci rimase amareggiato, dopo di che divennero tutti fischiettari! E questo grazie a Carella, che inventò la rassegna  di Ostuni.[1] E tutti si misero a fare fischietti. A un certo punto tutti i clienti cercavano fischietti, e c’è gente che ci si è fatta veramente i soldi. Ma facendo cose secondo me obbrobriose: facendo queste cose ridondanti, prive di gusto, hanno snaturato completamente i fischietti.

All’inizio comunque nessun altro sapeva fare bene i fischietti a Grottaglie, tranne la mia famiglia. Tanto è vero che fu mio zio ad insegnare materialmente a fare fischietti ai nostri concorrenti.
E per la verità fino al ’69-70 se ne facevano pochissimi nella bottega dei fratelli Mastro, erano proprio un prodotto di nicchia: pochissima roba e pochissimi soggetti.
Solo quando si sciolse la società con i fratelli e Papà si mise da solo, allora riprese in grande la produzione. Quando a settembre facevano la mostra della ceramica riusciva a vendere anche 1.000 fischietti in un mese,  proprio perché era l’unico a farli. Allora comunque avevano anche un costo irrisorio.”

Analogamente a buona parte dei fischietti pugliesi, si trattava di pezzi modellati a stampo e poi generalmente dipinti a freddo o lasciati grezzi. Anche i soggetti tradizionali non sono dissimili da quelli del Salento o del barese.
Oronzo Mastro: “Molti soggetti, come il carabiniere e il marinaio, servivano a sbeffeggiare il potere. Poi c’erano personaggi come il pulcinella, il gobbo, il pancione e vari animali come il gallo ed il maialino.
C’era anche un’ocarina - anche se non era un’ocarina che poteva dare molti suoni - e le trombe di San Pietro. Le facevano allora per San Pietro, il 29 giugno, e i ragazzini andavano in giro per Grottaglie a spernacchiare con questi fischietti.”

Paola Piangerelli visitò la bottega di Giovanni Mastro nell’ambito delle sue ricerche sui fischietti. Il resoconto di questa visita è particolarmente prezioso, perché ci offre una testimonianza dell’aspetto della bottega e delle tecniche di produzione dei fischietti nel lontano 1974. Si riporta tra le altre cose come Giovanni utilizzasse un bastoncino di legno da lui chiamato “mucculaturu” per modellare la parte fischiante, e di come oltre ai fischietti di formato “classico” (12-14 cm) producesse anche carabinieri di dimensioni più grandi (22 cm); da questi ultimi, che erano di fattura più accurata, risaltava tutta l’abilità esecutiva del maestro. Vi sono inoltre alcune notizie sulla commercializzazione dei fischietti, che avveniva tramite intermediari in occasione di alcune fiere legate a feste religiose, come San Cataldo e S. Francesco di Paola a Taranto, e per l’Ascenzione a Oria (Brindisi).[2]

Rispetto a quella che è probabilmente l’iconografia del fischietto più diffusa in assoluto – quella che raffigura il carabiniere – Oronzo Mastro ricorda un aneddoto curioso:
fischietto Fam. Mastro (Coll. Museo dei Cuchi)
“Tanti anni fa, durante la mostra della ceramica di Grottaglie, si presentò da mio Padre questo tizio e disse: “siete lei il signor Mastro?” E Papà rispose: “Si, sono io. Cè vuoi, Piccì?” E lui: “devo denunciarla per oltraggio all’Arma”. Era un grottagliese che aveva visto i fischietti con i carabinieri e si era scandalizzato. Si era anche comprato la prova del reato: arrivò in bottega con dei fischietti e inizio a dire: “Lei ha messo il fischietto in quel posto al carabiniere…”. E mio padre rispose: “Ascolta, se vai dai carabinieri, ne trovi uno anche sul tavolo del maresciallo. E poi ho messo il fischietto in culo ai balilla durante la guerra, per cui adesso non rompermi l’anima con queste sciocchezze!“  

Anche alcune donne della famiglia Mastro – come la moglie Giovanni, Maria Blasi - contribuivano alla produzione di fischietti. Lo testimonia ad esempio Mario Giani[3] – in arte Clizia – nel resoconto della sua visita del 1995 alla bottega Mastro. In quella occasione vi trovò delle casse piene dei  fischietti della Signora Mastro, raffiguranti in particolare la padrona ed il padrone.
Anche il collezionista ed esperto di fischietti Beppe Lo Bosco, esaminando i fischietti dell’epoca di Giovanni, ha notato che il modulo sonoro sembra essere stato foggiato da due mani diverse (trattandosi di pezzi fatti a stampo, il corpo principale dei fischietti è ovviamente indistinguibile).  E’ dunque possibile che si tratti dei fischietti di Giovanni e della sua Signora.

Oggi è Marcello Mastro a portare avanti la tradizione di famiglia nella produzione dei fischietti. In particolare sono due le tipologie di fischietti da lui realizzate: quelli tradizionali e le ceramiche fischianti artistiche.
I primi sono realizzati nel rispetto delle forme e delle tecniche di un tempo. Spesso per produrli si utilizzano gli stampi d’epoca di Giovanni Mastro:
Marcello Mastro: “Gli stampi di mio padre li ho usati tantissime volte e iniziano ad essere logori. Devo decidermi a rifarli perché si rischia che vadano perduti, e non mi va che questo accada!”

Poi vi sono dei fischietti di grande raffinatezza realizzati con la tecnica del graffito – che d’altronde caratterizza buona parte della produzione attuale della bottega Mastro. I soggetti sono spesso i medesimi della tradizione – come le figure zoomorfe -  ma rielaborati secondo un design e una sensibilità moderna.

Per la verità, negli ultimi decenni, Marcello ha limitato molto la produzione di fischietti. Dopo il boom degli anni ’80-90 il mercato dei fischietti a Grottaglie si è infatti molto inflazionato, e la qualità dei prodotti è scaduta. La scelta è stata dunque quella di non scendere sul terreno di una competizione un po’ troppo al ribasso.
Marcello Mastro: “Ho smesso di fare i fischietti quando hanno iniziato tutti a farne di pessima qualità. Ne faccio qualcuno ogni tanto, solo se me lo chiedono.”


La cocciuta conquista della bottega di famiglia

Fischietti a parte, nel corso dell’ultimo secolo e mezzo i Mastro sono stati impegnati nello sforzo di conquistare e poi difendere la propria autonomia produttiva. Un’impresa non facile  se si pensa che Rosario Mastro, nato nel 1849 e trasferitosi a Grottaglie da Ceglie Messapica, era un umile operaio impiegato come aiutante in una delle tante botteghe di vasai. Dalla loro parte i Mastro avevano però un’abilità fuori dal comune – nomen omen recita il proverbio latino - e una notevole dose di cocciutaggine.
Oronzo Mastro: “Mio Bisnonno iniziò a lavorare in una bottega di ceramica, la Arces. Praticamente era un semplice manovale. In gergo si diceva “omo tà fori", uomo esterno inteso come addetto alle attività
collaterali. Ad esempio: prepare ed impastare la creta per i tornianti,
accudire gli oggetti già foggiati, ingobbiare, smaltare, cuocerei forni e così via.
I figli – perché aveva 3 figli questo Rosario - tutti e 3 divennero ceramisti. Uno  praticamente è arrivato al suo livello, gli altri 2, mio nonno Oronzo e il mio prozio Cosimo, lo superarono: erano due mostri di bravura.
Insegna della Bottega Mastro (foto G. Croce)

Fu Oronzo Mastro – primogenito di Rosario e vissuto dal 1875 al 1946 - a intraprendere questo percorso di emancipazione produttiva.  Oronzo si dimostrò ben presto un ceramista brillante e completo. Le botteghe di Grottaglie si contendevano le sue prestazioni di artigiano, ma la voglia di gestire un’attività in proprio rappresentò una costante della sua vita. Perseguì questo obiettivo con ostinata determinazione nonostante alcuni tentativi andati a vuoto.
Oronzo Mastro: “Nonno era bravissimo, di una bravura estrema sia nella modellatura che nel dipingere. Infatti durante gli anni ’20 vennero alcuni giornalisti a visitare la bottega e lo chiamarono il “mago dell’argilla.”

Ha sempre avuto questo pallino delle botteghe. L’ha aperta e poi chiusa tante volte perché era un grande maestro, ma un pessimo imprenditore. Però aveva sempre questa grande, grandissima determinazione di mettere su bottega.
Lei pensi che ebbe l’incarico di insegnante ad Avellino, ma dopo due anni si licenziò quando gli fu commissionato il rivestimento della cupola di Villa Castelli. Questo sempre per la passione che aveva sempre di mettere su bottega, e con 8 figli da mantenere ci voleva un gran coraggio!
Così nel ’23 - mi pare - se ne tornò da Avellino senza avere una bottega, e in locali di fortuna  ricominciò di nuovo.

Nei periodi in cui non poteva permettersi di avere una bottega sua andava a lavorare per gli altri. Ed era richiestissimo dagli altri ceramisti, perché era competente in tutto. Tra l’altro, quando arrivava nelle botteghe suscitava l’invidia dei vecchi operai, che dicevano: “a santo vecchio non si appicciano cannele” – ovvero al santo vecchio non si accendono più lumini, perché è arrivato un santo nuovo. Per tacitare appunto i colleghi invidiosi, uno dei suoi datori di lavoro, Calò, mise sul suo tornio, quello dove lavorava lui, un cartello con un proverbio che diceva “dove la stella brilla l’invidia strilla”. Però il suo pallino era sempre di mettere su bottega. E quando poteva ci provava.

Un’altra bottega la aprì nel quartiere della ceramica. Nessuno gli ha mai venduto un pezzo di terra  nel quartiere per potersela costruire. E allora fino al ‘43, fino all’arrivo degli americani, lui era in affitto presso la bottega Caretta. I proprietari, i Del Monaco, lavoravano a Sesto Fiorentino e gli avevano affittato questa bottega tutta intera. Se non chè, dopo l’8 settembre, visto che c’era molta richiesta di piatti da parte degli americani, i proprietari se ne scesero giù. Cominciarono a chieder indietro un pezzo di bottega e poi ad avanzare pretese sempre maggiori per la questione degli spazi. Insomma praticamente lo costrinsero a doversene andare via.”

Alla fine tanta perseveranza fu premiata. Nel 1944, Oronzo Mastro aprì la bottega che avrebbe poi condotto il figlio Giovanni, e dove attualmente lavorano i nipoti Marcello e Oronzo.
Non fu tuttavia possibile trovare un terreno disponible nel quartiere delle ceramiche[4], e Oronzo si risolse a costruire la bottega in località Antoglia, una zona periferica, attualmente Via Messapia. Si trattò di una scelta forse obbligata, ma che avrebbe penalizzato la commercializzazione dei prodotti della bottega Mastro, e questo a prescindere dalla loro indubbia qualità.
Oronzo Mastro: “Quando Nonno costruì quà la bottega i figli non erano molto d’accordo. Però lui aveva questa teoria: quando un ubriacone sa dove sta il vino buono, anche se la cantina è distante ci va lo stesso. Si sbagliava, e purtroppo ha pagato sempre questo scotto. Anche negli anni in cui non c’era il turismo a Grottaglie, ma c’erano i compratori, era un evento che i calabresi o i napoletani venissero fin qui a comprare le capase.

fischietto Fam. Mastro (Coll. Museo dei Cuchi)
La maggior parte delle botteghe di Grottaglie erano molto specialistiche: facevano per esempio piatti, oppure capasoni: quindi l’arte faenzana oppure l’arte grossa, grossolana. Mio Nonno invece era in grado di fare tutto. D’altronde dovevi fare tutto per sopravvivere: dall’orinatoio al fischiettino.”

L’attività della bottega Mastro fu proseguita dai figli Rosario, Cosimo e Giovanni. Tra loro Giovanni si rivelò il più dotato: come il padre era un ceramista completo e raffinato. Dal 1969, con lo scioglimento della società tra i fratelli Mastro, Giovanni prese in mano le redini della bottega, conquistando una maggiore libertà espressiva e riuscendo peraltro a dedicarsi maggiormente a produzioni da lui predilette come presepi e fischietti.[5]
Oronzo Mastro: Papà era un ceramista completo. Sapeva fare tutto: dagli smalti, ai colori, alla modellatura a mano e al tornio, al decoro.
Quando chiusero la società con i suoi fratelli tutti lo volevano come lavorante, e per un certo periodo lo ha anche fatto. Però, come il Nonno, anche lui voleva la sua bottega.

E’ morto a poco più di 60 anni. Ha tirato la vita coi denti, perché è nato sofferente ed arrivare a quell’età è stata una lotta incredibile.

Quando è scomparso abbiamo messo via tutto quello che avevamo in bottega di suo, non abbiamo venduto neanche più un pezzo. Sai quanta gente venne a chiederci di vendere? Ma noi, pur nel bisogno, ci siamo sempre rifiutati.”


Un mestiere massacrante

Il racconto di Oronzo Mastro ci fornisce un affresco vivido riguardo alla durezza del mestiere degli operai nelle botteghe artigiane. Avendo lavorato da ragazzino come apprendista nella bottega del padre, ha fatto in tempo a conoscere la realtà di una bottega prima dell’arrivo delle tecnologie, che ne hanno trasformato la natura ed hanno contribuito ad alleviare la fatica degli artigiani.
“Era un lavoro massacrante, terrificante, credetemi. Specialmente per gli operai, quelli di bassa lega. Ci si ammalava veramente di tutto. Voi immaginate che lo smalto era a base di piombo, ed io ricordo che quando entravo nella bottega dove era stata fatta la smaltatura, sentivo un sapore dolce in gola. E questo era il minio, l’ossido di piombo. Ti penetrava dentro, e non c’era un ceramista che avesse i denti suoi. Diventavano neri, venivano corrosi da questo materiale. Il problema maggiore era quando bisognava pulire. Oggi si usano le spugnatrici o altre cose, allora si puliva con uno straccio. Quindi tutti si ammalavano di saturnismo, detta anche colica piombina.

Oppure ci si ammalava di silicosi. Perché quando l’argilla veniva sminuzzata, questa bottega diventava un unico grande contenitore di polvere.
Quando avevo 11 anni ed imparavo a lavorare al tornio, ero a ridosso del frangizolle. Mentre imparavo a fare questi salvadanai - 100 al giorno,  3 lire a salvadanaio -  respiravo questa polvere. E ancora oggi se respiro della polvere di creta mi fa male lo sterno. E c’è da dire che  io ero un privilegiato, perché in bottega ci lavoravo solo l’estate. Ma chi ci lavorava da una vita accumulava anno dopo anno l’immissione nel corpo di queste sostanze.

Poi, immaginate le giornate intere passate davanti alla fornace estate e inverno: l’estate ancora ancora, ma l’inverno, se dovevano fare un bisogno, quei poveracci uscivano in strada tutti sudati. Quindi immaginatevi le bronchiti che si prendevano!

Eppure c’è stato un operaio nostro, Cataldo, che era proprio una “macchina da lavoro”, nel senso che non si è mai tirato indietro né dal preparare la creta né dal fare le cotture. Oggi ha quasi 90 anni ed è ancora vivo e vegeto.” [6]


Il rito della preparazione della creta

Particolarmente minuziosa ed efficace è la descrizione che Oronzo Mastro fa del processo di preparazione della creta. Lui stesso la definisce un “rito” e ne sottolinea gli aspetti più suggestivi, come la “danza” a piedi nudi sulla creta da impastare o la sacralità inviolabile del magazzino dell’argilla:
“La creta veniva cavata da Grottaglie e da Monte Mesola, queste erano le grandi cave. L’argilla migliore era quella di Grottaglie, che è un filino più pura. Quella di Monte Mesola invece è più abbondante ma più ricca di impurità.
C’erano questi cavatori che si occupavano dell’estrazione. Ci si rivolgeva a loro e venivano con i cavalli a portarci le zolle. A Grottaglie c’erano delle cave a cielo aperto - dove non c’era pericolo - e altre cave a miniera che erano pericolose. Purtroppo ogni tanto si verificava qualche crollo e questa gente rimaneva sotto.

Una volta portata in bottega si metteva prima di tutto ad essiccare. Si stendeva fuori sperando che non piovesse.
fischietto Fam. Mastro (Coll. Museo dei Cuchi)
Poi veniva ritirata e immagazzinata in un posto che si chiamava la palazza, che era sacro, quasi una basilica. Quando entravi dentro la palazza dovevi entrare a piedi nudi o pulendosi perfettamente le scarpe, per non importare in quel
luogo corpi estranei che avrebbero potuto inquinare o  ferire le mani di chi andava a lavorare la creta.

Quando era tempo di preparare la creta si prendevano queste zolle enormi e si spaccavano. C’erano due tipi di mazze: con le mazze grandi, quelle proprio da lavori forzati, le zolle venivano sbriciolate grossolanamente; poi gli operai si sedevano per terra con dei magli di legno e continuavano a sbriciolare la creta fino ad avere una granulometria di dimensioni piccole come quelle del brecciolino grosso.

Si prendeva questa roba macinata, si setacciava, e quello che usciva fuori – che chiamavamo farina - si metteva da parte. Quello che rimaneva si metteva a bagno in delle vasche e stava uno o due giorni a bagno finchè l’argilla non si riempiva completamente di acqua.

Poi la creta veniva tirata  fuori da queste vasche e distribuita a terra come una sorta di ciambella. A questo punto interveniva Cataldo, quel nostro operaio di cui ho detto e che oggi ha 90 anni. Danzando, girava con i piedi su questa ciambella una, due, tre volte. Facendo questo lavoro, girando attorno, maciullava la creta. Ed era bellissimo, sembrava veramente una danza della pioggia. Siccome  la ciambella era troppo molle, man mano che girava si addizionava quella farina che si era lasciata da parte.
Quando l’impasto  raggiungeva una buona omogeneità veniva presa questa ciambella, si tagliava a blocchi e veniva passata
attraverso due cilindri che ruotavano in senso inverso. Questa operazione aveva
lo scopo di schiacciare i granuli che il calpestio non era riuscito a eliminare. A quel punto veniva fatta una massa unica di argilla.

Il lavoro non era finito, bisognava ancora renderla uniforme, omogenea alla lavorazione al tornio. Non ci dovevano essere pezzi più duri e più molli, parti più secche e parti meno secche. Ma la massa non poteva essere lavorata subito, perché doveva sedimentare. Le molecole erano tutte in agitazione, e quindi la creta si sgretolava, si scagliava.
Solo dolo dopo 3, 4, 5 giorni si poteva ricominciare a lavorare. Allora si prendeva un filo di ottone, si tagliavano i blocchi, si metteva la creta su delle lastre di granito o di cemento, e la si impastava. Veniva prima lavorata come se si facesse il pane, rivoltata, ribaltata. Dopo di che veniva sbattuta. Si prendevano dei pezzi di creta e si scagliavano sul tavolo. Poi si staccavano e si faceva di nuovo. E partivano schizzi dappertutto.

Alla fine si facevano delle palle di creta a seconda della grandezza dell’oggetto da modellare. E lì cominciava la lavorazione al tornio.”

Ovviamente a Grottaglie, come ovunque in Italia, il processo di modernizzazione dell’arte ceramica ha reso obsoleti ed antieconomici questi procedimenti di preparazione e depurazione dell’argilla.
Oronzo Mastro: “Fino a qualche tempo fa qualcuno ancora usava la creta locale. La bottega Fasano ad esempio la mischiava con l’argilla industriale.
Oggi questa creta non la usa più nessuno. Per lavorarla bisogna raffinarla, e la spesa non vale l’impresa.
Se nella creta rimane un calcinello – che sarebbe una pietruzza di solfato di calcio -  durante la cottura riaffiora e fa saltar via lo smalto.  Queste pietruzze le puoi eliminare con la setacciatura. Papà infatti quando voleva fare qualche pezzo particolare portava l’argilla allo stato liquido e la filtrava con dei setacci a maglie finissime. Tutto quello che era corpo estraneo all’argilla rimaneva al di qua del setaccio, e quella che filtrava la potevi lavorare con tranquillità. Però se tutta l’argilla tu dovessi prepararla in quella maniera ci metti troppo, diventa antieconomico.

Ora la ceramica è un prodotto raffinato, se proponi un piatto a 200 euro non può esserci un calcinello che fa saltare un pezzo di smalto. Mentre se una capasa ha un calcinello che è saltato chi se ne frega! Allora non erano così sofistici.

Adesso invece la creta viene bella e pronta, in sacchetti da 25 kg da Montelupo o da San Sepolcro. E quindi non c’è neanche più chi deve preparare la creta.”


La fornace a legna

Altrettanto affascinante è il racconto di Oronzo sulla fase di cottura dei pezzi nella fornace. Un lavoro durissimo, ma con alcuni momenti piacevoli e pieni di suggestione. Tra questi ultimi il rito propiziatorio che chiudeva la fase della cottura, con l’invocazione ai vari santi e alla Madonna.

“Per me l’arte del vasaio è il lavoro più incredibile del mondo, è magia vera. Ed il clou del ciclo di lavorazione era la cottura, dove vedevi questi pezzi veramente trasformarsi.
Quando si cuoceva un forno era bucolico e piacevole, almeno per certi versi. Sentivi il profumo di frasche mediterranee, perché si bruciavano legni nobili: di ulivo, di nocciolo, di mandorlo. Quindi sentivi un gradevolissimo odore.

La fornace grande era proprio qui, dove stiamo parlando. Si vedono ancora le pareti annerite. Chiaramente la fornace non era grande come questo ambiente: le pareti dovevano essere coibentate, altrimenti il fuoco le avrebbe divorate. E allora con dei materiali che si producevano sempre nella bottega - dei vasi, dei cilindri - si facevano una serie di coibentazioni tra il muro e la parete del forno. E poi lo stesso forno era costruito con i mattoni che si producevano sempre in bottega.
fischietto di M. Blasi (Coll. Lo Bosco)
Queste capase le abbiamo trovate nel muro: praticamente erano la coibentazione del forno.

La prima cottura si iniziava la mattina e ci volevano 36 ore circa per completarla. Ma questo forno era piccolo: c’era il forno di Fasano che era di 100 metri cubi, e la cottura durava 4 giorni ininterrotti.
La seconda cottura avveniva in un forno più piccolo e quindi ci si metteva meno tempo
Si facevano dei turni, ma per modo di dire: non è che si andava a casa. La notte magari quando uno cedeva la pala all’altro si buttava in un angolo e dormiva. Ma il giorno si andava a dare una mano in bottega. Quindi erano turni davanti al focolare, ma poi si andava a buttare il sangue in bottega.

Il focolare era qui sotto. La mattina presto si veniva ad accendere un piccolo fuoco. E ogni tanto si buttavano dei pezzi di legno belli grossi, non di facile combustione. Finchè non si faceva un pavimento di brace. La temperatura doveva salire lentamente, altrimenti uno shock termico poteva rompere tutto. Quindi fino ai 3-400 gradi -  ma era una stima così, a intuito - si andava avanti in questo modo. Poi, a poco a poco si cambiava tipo di combustione. E si alternava: una frasca, oppure fronde di ulivo, a una palata di sansa.
Inizialmente si alimentava in maniera molto lenta, ma verso la fine diventava un lavoro continuo, quasi parossistico.

Quando si buttava una palata di combustibile la si buttava in modo che andasse su tutto il pavimento del focolare, per garantire sempre un’uniformità di cottura. E mentesi faceva così, insieme alla palata entrava aria. E quindi in un primo momento c’era un risucchio, e subito dopo un ritorno di fiamma. C’erano queste lingue di fuoco che uscivano dal focolare e dai buchi del forno, e l’operatore si doveva anche allontanare per non venire investito.
Il colore del fuoco nel focolare doveva essere uniforme.  Se c’erano delle parti più scure voleva dire che la temperatura non era uguale dappertutto. E allora si invitava chi buttava palate di sansa a insistere un po’ su quella zona.

La stima della temperatura si faceva principalmente ad occhio. Per fare questo c’erano delle toppe ai vari livelli della fornace che permettevano di spiare dentro. La cottura avveniva quando dentro il colore del forno era di un bell’arancio vivo, ed una volta che la temperatura era raggiunta nei vari livelli queste toppe venivano chiuse. Rimanevano per ultime le toppe in alto, dove in corrispondenza di queste fessure si mettevano i mostrini, dei cilindri di argilla cavi e smaltati con delle pennellate di giallo rosso e verde. Inserendo un ferro ad uncino dentro il forno veniva estratto questo mostrino, e si vedeva se la temperatura era stata raggiunta. Se non era perfettamente lucido si doveva dare ancora fuoco.

Quando tutto sembrava pronto magari si andava a chiamare qualche collega di cui ci si fidava e si chiedeva un parere: “tu cè ne dice, siamo arrivati?” A quel punto si chiudeva anche il focoale.

Oronzo Mastro: “E a questo punto iniziava la parte sacra della cosa, il rito propiziatorio. Le ultime palate dovevano essere dedicate ai santi perché proteggessero la cottura. E iniziavano le varie invocazioni a Santo Oronzo, alla Madonna de lu Carmine, e così via. Noi bambini ci mettevamo tutti attorno a dire all’operatore - che poteva essere Cataldo o Vituccio: “u nome mio, u nome mio!” E l’ultima invocazione era “…e lu Signore cu la benedice!” Si buttava quest’ultima palata, la frasca benedetta, e a questo punto si chiudeva la toppa.

Non molto tempo dopo, spesso anche il giorno dopo, si iniziava a riaprire il focolare. Perché non si poteva far si che la legna diventasse cenere. Si doveva trasformare in carbonella e doveva essere venduta nelle case per riscaldarsi. E allora veniva spenta la brace.

Quando ancora la temperatura non si era proprio abbassata, si cominciava ad aprire anche sopra. C’erano un tasso di umidità e un calore spaventosi, e gli operai entravano dentro a questo inferno con addosso un sacco di iuta bagnato. E li si vedeva se si era stati bravi a condurre il fuoco. Perché bastava poco per rovinare una cottura, e una cottura era il lavoro di mesi! Bastava che si insistesse più su un punto perché in quella zona ci fosse una temperatura altissima che scioglieva i vasi, li fondeva. Ed è successo tante volte.

Io mi chiedevo: per la carbonella posso capire, ma i pezzi che stanno nella parte sopra della fornace perché devono essere recuperati quando la temperatura è ancora alta? Niente, così era, si cominciava subito. Anche perché magari c’era il cliente che aspettava. E poi tanto non se ne fregava niente nessuno della salute degli operai.”

  
L’autoproduzione degli smalti

Ovviamente le botteghe provvedevano anche alla produzione degli smalti necessari a impermeabilizzare e decorare le terrecotte.
Oronzo Mastro ci spiega come in realtà non vi fosse uno smalto omogeneo da utilizzare indifferentemente per tutti i pezzi. Anche per il secondo fuoco erano utilizzate infatti grandi formaci a legna, al cui interno vi erano giocoforza zone con temperatura disomogenea: questo rendeva necessaria la produzione di smalti con diversi punti di fusione, a seconda della zona del forno dove erano collocati i pezzi da smaltare. La preparazione e la scelta dei vari smalti  richiedeva dunque una particolare abilità da parte dei maestri.

Oronzo Mastro: “Gli smalti li facevano le botteghe stesse. In bottega arrivavano i rottami di piombo che andavano calcinati in un fornetto. La calcinatura avveniva tramite fusione e continuo movimento di questa massa incandescente. Finchè praticamente le molecole si disgregavano e diventava polvere.

Anche i rottami di ferro si calcificavano e quello era la base che serve a fare il color miele, lo smalto miele.
Papà raccoglieva o i risultati della battitura del ferro, le piccole scheggine, o i barattoli di conserva. Li schiacciavano e li mettevano nel focolare, sotto.
Con i rottami di rame invece si faceva l’ossido di rame, per fare il verde. E così via.

Ci voleva una grande maestria nel produrre smalti con diverso grado di fusione. Perché essendo i forni così grandi, era impossibile che alla base e in alto ci fosse nello stesso momento la stessa temperatura. Dovevi variare la formula dello smalto a seconda dell’altezza degli oggetti nel forno. Quindi alla base, dove il forno arrivava prima a temperatura ci voleva uno smalto più refrattario. E invece in alto, dove arrivava la gradazione si raggiungeva alla fine, uno smalto con un punto di fusione più basso. E in queste cose venivano fuori le grandi capacità di chi allora aveva una bottega. Ora basta andare in un deposito di smalti e ti compri tutto.”

A volte si utilizzava la tecnica dell’ingobbio, consistente in un bagno di acqua e caolino nel quale venivano immersi i pezzi ancora crudi. A questo scopo, il caolino veniva depurato e separato dal quarzo tramite un procedimento che prevedeva una serie di lavaggi. [7]

Si tratta ancora una volta di procedimenti oggi dimenticati da buona parte dei ceramisti moderni, anche se Marcello Mastro ci rivela che la bottega Mastro fa ancora qualche concessione a procedimenti di autoproduzione che teoricamente dovrebbero appartenere al passato: “La cristallina la facciamo ancora noi. Abbiamo provato qualche volta a usare quella che si acquista, e non era la stessa cosa.”


Il “carattere” dei Maestri del passato

Come abbiamo visto, i fratelli Mastro non idealizzano il passato della ceramica di Grottaglie, e mostrano di essere ben coscienti di quanto insalubre e faticosa fosse la vita degli artigiani di un tempo. Allo stesso tempo nelle loro parole è viva l’ammirazione per l’abilità e la dignità dei maestri del passato, soprattutto rispetto ad un presente dove troppo spesso la qualità è stata scalzata da un’attenzione esasperata ai gusti del mercato turistico.
Oronzo Mastro: “Un tempo tutti facevano gli stessi oggetti a Grottaglie: tutti facevano ad esempio gli struli, gli orci, le capase, eccetera. Però quando vedevi un pezzo, tu capivi chi era il maestro che lo aveva fatto. Lo capivi dalla forma, da impercettibili variazioni. E questo era carattere.
Oggi invece c’è questo scopiazzamento generale, e tu non sai più chi ha fatto cosa.
Salvo appena due o tre botteghe di questo paese, che continuano a fare cose di qualità. Per il resto tutti si copiano a vicenda, ma senza intelligenza. Pochi hanno ormai ha la capacità di fare cose di livello. Appunto: non c’è più carattere.


Presente e futuro delle Ceramiche Mastro

Pur tra mille difficoltà la bottega Mastro è rimasta una realtà produttiva attiva e che produce alcune delle ceramiche più interessanti di Grottaglie. Vicissitudini della vita e necessità economiche hanno portato i fratelli Mastro a dedicarsi anche ad altre attività collaterali, ma senza  mai abbandonare il lavoro della bottega di famiglia. In questo Oronzo e Marcello mostrano di essere simili a Padre e Nonno in quanto a tenacia.

Oronzo Mastro: “Mio Padre è morto il 16 settembre del 77, quando io avevo 27 anni. Immaginate: io insegnavo a Novara,[8] e da allora ogni momento libero arrivavo qua, riaprivo la bottega, e mi davo da fare: a Natale, per i Morti, durante l’estate. La mattina stessa che ho sepolto mio Padre sono venuto qua a lavorare. Da quel momento è diventato impellente lavorare in bottega, sia per amore suo - perché non ho voluto che si perdesse questa l’attività della bottega -  che anche per una questione economica. Il mio stipendio non poteva bastare per mantenere tutta la famiglia. E tanto meno bastavano quei 2 soldi di pensione di mia Madre.
Con questa bottega sono riuscito a sostenere la famiglia in quegli anni difficili, e ancora adesso dò una mano a Marcello, mio fratello più piccolo.

Come è stato per mio Nonno e mio Padre, che hanno sempre fatto di tutto per avere una propria bottega, anche per me oggi me è un punto d’onore mantenere questa attività.
E qualche riconoscimento lo abbiamo avuto. Facciamo delle cose che - quando la gente riesce a vederle - vengono apprezzate.”

fischietto di M. Mastro (foto G. Croce)
I testi sono di Massimiliano Trulli massitrulli@gmail.com - riproduzione vietata


[1] Peppino Carella organizzò nel 1979 la I edizione di quella che fu la prima rassegna in Italia dedicata ai fischietti in terracotta. L’iniziativa dette in questo modo un contributo importante alla rinascita di interesse verso questa forma di artigianato da parte di studiosi, appassionati, collezionisti. Dopo aver raggiunto un crescente successo la rassegna si interruppe negli anni ’80, ma aprì la strada ad altre manifestazioni di questo genere .
[2] La descrizione è contenuta nella tesi di laurea di Paola Piangerelli dell’AA 1973-74 (pubblicata in Sibilus 2, Agenzia Autonoma di Soggiorno e Turismo di Caltagirone, 1994). Anche P. Piangerelli (cur.) , La Terra, il fuoco, l’acqua, il soffio, la collezione dei fischietti in terracotta del Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari, Edizioni De Luca 1995 riprende – anche se in maniera meno diffusa – notizie su Giovanni Mastro e pubblica le foto di numerosi fischietti acquisiti nel 1974.
[3] Clizia, “3 uomini in tenda, scorribanda appulo-lucana nel mondo dei fischietti”, 1995. Si tratta di un volumetto ciclostilato e distribuito tra gli appassionati di ceramiche fischianti dell’associazione Anemos.
[4] La celebre zona delle botteghe di ceramica di Grottaglie è nota nel dialetto locale come “li cammen’ri”  –  nome proveniente dalla presenza dei camini delle fornaci.
[5] Oggi i pezzi di Giovanni Mastro sono conservati in importanti musei e collezioni private come il Museo Nazionale delle Arti e tradizioni popolari di Roma, il Museo delle Ceramiche di Faenza, la collezione Majorana di Taranto.
[6] Citiamo volentieri alcuni tra gli operai che lavorarono presso la bottega di Oronzo Mastro, come Mestu Linardo di Rozzlamuenici, Francesco Magazzino ed Emanuele Patruno. Si veda “Francesco Mastro e Ciro Logorio, “I Mastro, più di un secolo di tradizione”, testo che accompagnava la mostra realizzata a dicembre 2000 http://digilander.libero.it/ciroarcad/camini/index_file/Page1571.htm.
[7] P. Piangerelli, op. cit.
[8] Oronzo è tutt’ora professore di arte pittorica presso il Liceo Artistico Statale della città piemontese.

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